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Salonicco ebraica

Protagonista della vita sociale ed economica cittadina, la comunità ebraica fino al 1917 è stata coinvolta in tutte le attività della città macedone

Seconda città della Grecia dopo Atene, Salonicco si colloca al di fuori dei circuiti più battuti dai tour operator. Chi la visita, non lo fa perché affascinato dal luccichio del mare, che pure è sua parte integrante, né per le attrazioni turistiche. Certo, non mancano i luoghi dove fare shopping, mangiare bene o sorseggiare un aperitivo, ma quello che attrae del capoluogo della Macedonia Centrale è qualcosa di più sottile, legato alla sua lunghissima storia. Un tempo sotto il dominio degli Ottomani e prima ancora dei Romani, Thessaloniki è oggi meta di visita soprattutto di quanti sono interessati al suo passato più antico, desiderosi di ammirare reperti paleocristiani e mosaici bizantini. E di queste vestigia la città non è certo avara, tanto che le sue chiese e i monumenti cristiani sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Senza nulla togliere alla magnificenza di questi beni artistici e architettonici, però, mette un certo disagio non trovare quasi traccia di un altro pezzo importante della sua storia. Accanto a chiese e moschee, fino a poco più di un secolo fa Salonicco accoglieva una sessantina tra sinagoghe e luoghi di preghiera e di studio religioso. Ma soprattutto, e questo è il dato fondamentale, la sua popolazione era composta per la maggioranza da ebrei.

Protagonista della vita sociale ed economica cittadina, la comunità ebraica fino al 1917 era coinvolta in tutte le attività di Salonicco, con rappresentanti in tutti i livelli della scala sociale, dagli imprenditori e i banchieri ai più umili pescatori, impiego qui diffuso tra gli ebrei più che in qualunque altro luogo. Ma le sorprese non finiscono qui, se è vero che i principali leader sionisti visitavano la città per studiarne l’assetto come modello per il futuro Stato e che lo stesso David Ben Gurion si era assai sorpreso, nel 1910, nello scoprire che i portuali vi osservavano senza problemi il riposo del sabato.

Prima di seguire il declino di quella che a buon diritto era chiamata la Gerusalemme dei Balcani, può essere di aiuto comprendere i passaggi che l’avevano resa un centro così importante per l’ebraismo. Si tratta di una storia partita da molto lontano, si pensa già nel primo secolo dell’era volgare. Una delle classiche prove della presenza israelita a Salonicco è la Prima lettera ai Tessalonicesi, contenuta nel Nuovo Testamento e rivolta da Paolo di Tarso agli appartenenti di una comunità cristiana da lui fondata proprio a Salonicco (Tessalonica). La storia vuole che dopo aver predicato in sinagoga per tre sabati e, pare, avere portato dalla sua anche diversi ebrei, l’apostolo sarebbe stato cacciato dal resto della comunità e costretto a lasciare la città nottetempo.

La comunità ebraica romaniota, ossia di lingua greca, sarebbe poi stata affiancata nei secoli successivi da italiani e Ashkenaziti, ma non ci sono più molte notizie al riguardo, se non che con l’inizio della dominazione ottomana, nel 1430, molti furono trasferiti dall’Impero in altri territori occupati, in particolare a Istanbul, svuotando quasi completamente la città.

La grande svolta per la storia di Salonicco, e non solo della sua comunità ebraica, sarebbe avvenuta nel 1492, con il decreto dell’Alhambra. Accolti dal sultano Bayazid II, che avrebbe definito stolti i regnanti spagnoli per essersi privati di una così preziosa risorsa, gli ebrei sefarditi trovarono nei territori dell’Impero Ottomano un luogo dove ricominciare a vivere. A Salonicco, dove pare non ci fossero più Romanioti ma solo pochi Ashkenaziti qui giunti nel Medio Evo, gli esuli dalla Penisola Iberica incontrarono poi gli ebrei in fuga dall’Italia e da altre regioni d’Europa, dando origine a una comunità che nel 1519 rappresentava il 59% della popolazione e nel 1613 il 68%. Nacquero così oltre una trentina congregazioni, ognuna con una propria sinagoga che prendeva il nome dal luogo di provenienza della comunità, raccolte in una istituzione federale fondata nel 1520 e chiamata Talmud Torah Hagadol.

Grande importanza assunsero gli Yechivot, centri dove lo studio di Talmud e Torah si univa a quello delle lingue, delle scienze e dalla medicina, con allievi provenienti dall’Impero Ottomano così come dall’Italia e dall’Europa dell’Est. La struttura didattica era così importante che pare che in città non esistessero ebrei analfabeti. A tanto successo sarebbe succeduto un periodo di stasi e quindi di decadenza, almeno dal punto di vista spirituale, della comunità. Toccata da un sensibile impoverimento economico, l’epoca fu segnata anche dall’arrivo di un giovane e brillante rabbino, giunto da Smirne verso la metà del Seicento. Autoproclamatosi Messia e circondato da un buon numero di seguaci, Sabbatai Zevi avrebbe poi finito con l’abiurare e convertirsi all’Islam, trascinando con sé diverse centinaia di ricche famiglie ebraiche.

Prima del declino di cui si diceva, la comunità di Salonicco avrebbe però conosciuto ancora uno spettacolare momento di fortuna. Gli anni sono quelli della fine dell’Ottocento e tra i protagonisti della rinascita economica e spirituale della città portuale compaiono imprenditori ebrei come gli Allatini, di origine livornese, o i Modiano. Accanto a una nuova classe operaia, frutto dello sviluppo industriale, incoraggiati dall’Alleanza Ebraica Universale a Parigi iniziarono ad apparire organizzazioni filantropiche, club di liberi pensatori e comitati politici. Sarebbe stato l’ultimo momento di splendore della comunità, non intaccato apparentemente neppure dall’ascesa al potere dei greci del 1912 o dallo scoppio della Prima guerra mondiale.

Come Ben Gurion avrebbe notato con stupore, nei primi del Novecento non solo la maggior parte dei lavoratori del porto era ebreo, ma era anche autorizzato a lavorare la domenica bloccando tutte le attività il sabato. Accanto alla classe popolare, quella imprenditoriale arricchiva le vie della città con nuove ed eleganti costruzioni, progettate secondo lo stile Belle Époque. Di lì a poco, un incendio (si sospetta doloso) avrebbe distrutto nel 1917 il quartiere ebraico, bruciando buona parte delle 32 sinagoghe attive all’epoca, mentre il trasferimento delle popolazioni greco-turche del 1923 e il pogrom di Camp Campbell del 1931 avrebbe portato molti ebrei a scegliere un nuovo esodo verso la Francia o gli Stati Uniti. L’annientamento quasi totale della comunità sarebbe arrivato nel 1943 per mano nazista, con la deportazione e lo sterminio del 96% degli ebrei di Salonicco.

Oggi il fastoso passato ebraico dell’antica Tessalonica è difficile da ritrovare, nell’architettura cittadina così come tra le persone che la abitano. La comunità è ridotta a circa un migliaio di componenti e delle decine di antiche sinagoghe non è rimasta quasi traccia. L’unico luogo di preghiera risalente ai tempi d’oro è la Sinagoga di Monastir, in Siggrou 35, al centro di quello che era stato il ghetto durante l’occupazione nazista. Costruita tra il 1925 e il 1927 in stile sefardita da ebrei originari dell’ex Jugoslavia, durante la guerra fu utilizzata come magazzino della Croce Rossa e forse solo per questo si è salvata dalla distruzione. È stata da poco restaurata e restituita alla bellezza originaria.

Un’altra sinagoga in funzione è quella di Yad Lezikaron, in Vasileos Irakleiou 24. Inaugurata nel 1984, si trova all’interno di un edificio moderno ed è stata dedicata alla memoria delle vittime dell’Olocausto. Quasi in faccia a questo luogo di preghiera si trova un altro degli indirizzi simbolo delle antiche fortune della comunità di Salonicco, il Mercato Modiano, il più grande tra quelli coperti della città, realizzato dall’architetto Eli Modiano nel 1922. Organizzato in portici, con negozietti che ne disegnano il perimetro, conserva la struttura tipica dell’epoca della sua costruzione. Al suo interno ancora oggi è possibile immergersi in un’atmosfera d’altri tempi, perdendosi tra una infinità di banchi dove comprare qualunque tipo di genere alimentare, o prendendo posto in uno dei suoi tanti localini. Restando in ambito commerciale e senza allontanarsi troppo né dai palazzi della via né dai suoi antichi occupanti, vale la pena di dare un’occhiata anche alla Galleria Saul, posta tra Ermou, Vanizelou e Vassileos Irakleiou. Ristrutturata dopo il disastroso incendio del 1917, questa galleria commerciale era stata costruita tra il 1867 e il 1871 da Saul Modiano, banchiere ebreo nonché uno degli uomini più ricchi dell’Impero Ottomano. Al suo interno si trovavano, tra gli altri, gli uffici del già citato architetto Eli Modiano e della Banca di Credito di Modiano.

Di galleria in galleria e di famiglia in famiglia, si passa a un altro nome che ha fatto grande Salonicco a cavallo tra l’Otto e il Novecento, quello degli Allatini. In Siggrou 7 si trova una delle tante creazioni in città dell’architetto italiano Vitaliano Poselli. Costruito tra il 1906 e il 1907 per conto dell’importante famiglia di origine livornese, l’edificio è composto da un corpo centrale con un giardino da cui è stata ricavata una galleria che fa da sede a vari negozi e uffici, tra cui la Banca di Salonicco fondata dai fratelli Allatini. Risparmiato dalle fiamme del 1917, aveva dovuto chiudere nel 1940 durante l’occupazione nazista. Oggi vi sono stati aperti diversi ristoranti e bar, sia nella galleria sia nelle prossimità del palazzo.

La collaborazione tra Poselli e la famiglia Allatini ha lasciato il segno anche in altri luoghi della città, sia per quanto riguarda l’architettura industriale, sia per quella residenziale. Esempio del primo caso sono i Mulini Allatini, oggi in disuso ma fondamentale testimonianza del passato industriale (ed ebraico) cittadino.

L’edificio centrale del complesso risale al 1898 e fu progettato dallo stesso architetto italiano che l’anno prima aveva disegnato la villa per la famiglia di industriali, oggi sede della Regione della Macedonia Centrale. Costruita in Olgas 198, nel ricco quartiere Exochon, Villa Allatini rappresenta una delle costruzioni più sfarzose della città. Di gusto barocco, si distingue per il rivestimento in mattoni rossi e il grande giardino. Già luogo di reclusione per il sultano dell’Impero Ottomano Abdul Hamid II dopo la Rivoluzione dei Giovani Turchi, è stata anche la sede dell’Università di Salonicco e dell’Ospedale Militare.

Restando sulla stessa strada, all’incrocio di Olgas 180 con Sofouli si accede a un altro edificio un tempo appartenente alla classe dirigente ebraica. Progettata in stile eclettico dall’architetto italiano Pierro Arrigoni, Villa Fernandez (o Blanka), fu fatta costruire nel 1912 dal magnate di origini italiane Dino Fernandez-Diaz come regalo per la moglie svizzera Blanche. Oggi sede della Pinacoteca Comunale, è un luogo molto amato dagli animi più romantici, che la legano alla storia tra la figlia del suo proprietario, Alina, e il militare greco cattolico Spyros Albertis. Inizialmente contrastata per motivi religiosi, la passione nata nel 1914, pare da un incontro casuale su un tram, avrebbe superato tutti gli ostacoli, comprese due guerre mondiali. Costretti a fuggire prima per sposarsi e poi per non cadere nelle mani dei nazisti, i due sarebbero tornati nella villa dopo il secondo conflitto mondiale, rimanendovi fino alla morte, arrivata per entrambi vent’anni dopo.

Dopo una visita in Olgas 68 al Museo Folkloristico e Etnologico della Macedonia, ospitato nella splendida villa Art Nouveau costruita nel 1906 per Jacob Modiano su progetto di Eli Modiano, non resta che completare la conoscenza degli ebrei di Salonicco nel Museo che ne ripercorre la storia. Non troppo lontano dal Mercato Modiano, così come dalla Sinagoga di Yad Lezikaron e quindi dalla sede della Comunità Ebraica, lo spazio espositivo si trova in Agiou Mina 11. Inaugurato nel 2001 per tutelare la memoria di una presenza sempre più volatile, il Museo Ebraico di Salonicco espone alcune delle lapidi salvate dall’ormai scomparso cimitero ebraico, frammenti di sinagoghe distrutte dai tedeschi, oggetti religiosi, libri rari e antichi in lingua ebraica, cimeli di famiglia e costumi. La storia della comunità di Salonicco è raccontata dalla nascita fino alla Seconda Guerra Mondiale e ne ripercorre la vita quotidiana, i riti religiosi e le attività economiche.

 

 

 

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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