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Al via la 13esima edizione della Nuova rassegna di cinema ebraico e israeliano

Approda sul web la selezioni di film dal Jerusalem Film Festival. Online dal 5 settembre

La Nuova rassegna di cinema ebraico e israeliano sta per riaprire i battenti, celebrando la sua tredicesima edizione in una veste completamente nuova. Dagli storici locali dello Spazio Oberdan, da cui ha preso avvio nel sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele, il festival si trasferisce, infatti, sulla piattaforma online della Fondazione Cineteca Italiana. Le necessità di questa decisione sono ovvie da non meritare nessuna precisazione aggiuntiva. Tuttavia, siamo certi che molti milanesi, divenuti ormai affezionati frequentatori della rassegna, si rammaricheranno di non poter più presenziare non soltanto alle proiezioni, ma anche al fitto calendario di dibattiti ed eventi speciali da sempre previsto dal programma. Cerchiamo, però, di vedere il lato positivo della situazione, considerando che per la prima volta le proiezioni varcheranno i confini del capoluogo lombardo per offrirsi a chiunque in Italia voglia goderne. E non si tratta di una cosa da poco, data la difficoltà di reperire i film in questione, i quali sono selezionati direttamente dal Jerusalem Film Festival.
Diamo uno sguardo più ravvicinato al programma, che si prospetta ricco e variegato come sempre.

Si comincia il 5 settembre con The Dead of Jaffa, primo lungometraggio cinematografico del regista televisivo Ram Loevy (a settantanove anni suonati!), pressoché sconosciuto in Italia, ma celeberrimo in patria. Loevy è noto per aver realizzato numerosi documentari e fiction televisive, spesso dedicati a temi politici controversi. Ricordiamo, inoltre, il suo interesse per la letteratura d’Israele, che lo ha portato a realizzare uno sceneggiato tratto dal romanzo breve Hirbet Hiz῾ah di S. Yizhar (La rabbia del vento, in italiano) e una meravigliosa versione televisiva di Un divorzio tardivo, di A. B. Yehoshua. Anche The Dead of Jaffa non è una pellicola che possa lasciare indifferenti gli spettatori. Attraverso una vicenda contemporanea che alla situazione politica contrappone umani sentimenti di affetto, Loevy torna alle radici del conflitto arabo-israeliano, rievocando coordinate spazio-temporali profondamente simboliche per la storia di Israele: la città di Jaffa nel 1947. The Dead of Jaffa, insomma, è pronto a mostrarci ancora una volta la dittatura del passato sul presente (e sul futuro) della nazione.

Altrettanto potente è Incitement, la seconda pellicola in programma. Sono trascorsi venticinque anni dall’omicidio di Yitzhak Rabin, ma l’elaborazione del trauma che questo evento ha generato all’interno della società israeliana è un processo ancora in corso. Di recente è stato proprio il cinema a occuparsene in maniera più specifica. Basti pensare al docu-drama di Amos Gitai, The Last Day, presentato alla Milanesiana nel luglio scorso. Tuttavia, se Gitai si concentra sulle ultime ventiquattro ore di vita del Primo Ministro israeliano, Yaron Zilberman, il regista di Incitement, si dedica piuttosto all’analisi delle motivazioni del suo assassino, Yigal Amir. Ne risulta una pellicola sorprendente sotto molti aspetti, che al percorso individuale dell’omicida affianca un’analisi dell’alto tasso di violenza verbale presente all’interno del dibattito politico.

Il film successivo, Chained, si sofferma, invece, su una figura ricorrente nel cinema israeliano, vale a dire quella del poliziotto. È sufficiente ricordare Ha-shoter Azulay, il poliziotto interpretato dal leggendario Shaike Ofir nel 1971 e il protagonista di Ha-shoter, inquietante sguardo sul disagio sociale ed economico israeliano, diretto da Nadav Lapid nel 2009. Per non dimenticare Ha-shoter ha-tov, “Il bravo poliziotto”, serie in tre stagioni, presente anche sul catalogo di Netflix. Il poliziotto incarna il potere l’autorevolezza, almeno nella sfera pubblica, ma, talvolta, nel privato la sua vita procede in maniera tutt’altro che lineare. Lo stesso succede al protagonista di Chained, Rafi, il quale si trova a dover sostenere la prova più ardua della sua carriera e della sua vita.

In altri territori ci trasporta poi The God of the piano, un’opera sorprendente che tocca il tema eterno dell’ambizione e delle speranze deluse all’interno dell’ambito familiare. Anche in questo caso, il soggetto non è del tutto inedito al cinema israeliano, che negli ultimi anni lo ha rielaborato sotto prospettive differenti, ad esempio in Footnote (2011). Indimenticabile la colonna sonora, che accompagna in maniera ineccepibile il dipanarsi degli eventi.

Born in Jerusalem and still alive, l’ultima pellicola di fiction in programma, presenta un’intuizione geniale del regista David Ofek, che decide di affrontare con il tipico humour nero israeliano uno degli aspetti più delicati del conflitto, ossia gli attentati terroristici. Le domande poste alla base della sceneggiatura sono tutt’altro che irrilevanti: è possibile visitare una città come Gerusalemme senza trascurare gli eventi più sanguinosi della sua storia recente? Fino a che punto operano nella nostra mente i meccanismi di rimozione, individuali e collettivi? Una commedia romantica sulle strategie di superamento di traumi e paure.

In chiusura, come ogni anno, non può mancare uno spazio dedicato ai documentari. Quest’anno impariamo a conoscere più a fondo Ruth Westheimer, un personaggio straordinario della cultura ebraica-americana. Terapista del sesso e divulgatrice scientifica, Ruth Westheimer ha utilizzato ogni strumento a sua disposizione: dalla radio alla televisione, da internet alla carta stampata, contribuendo in maniera significativa alla liberazione della società statunitense da alcuni dei più radicati tabù sessuali. Il documentario Ask Dr. Ruth intende, però, narrare la storia di questa donna straordinaria dal principio: dalla tragedia della sua famiglia, annientata dalla Shoah, fino alla permanenza in Israele e all’arrivo negli USA. A nostro parere, un’occasione da non perdere.

Potete reperire tutte le informazioni sulla rassegna cliccando qui
Buona visione!

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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