Hebraica
Alla luna, un omaggio al rinnovamento

Storia di una benedizione

Siamo nei giorni di luna nuova, un momento speciale nell’ebraismo, celebrato con una benedizione. Vi proponiamo un breve viaggio nella letteratura lunare.

Nella piacevole notte estiva, gli ebrei si recano a salutare il novilunio in uno spiazzo fuori dallo shtetl. Quando arrivano di fronte al bosco “nero e silenzioso come loro, ma eterno nella sua radicata consistenza”, si arrestano. “Alzarono gli occhi al cielo e cercarono l’arco d’argento del nuovo astro, che oggi nasceva un’altra volta, come il giorno della sua creazione. Si strinsero in un gruppo compatto, aprirono i loro libri di preghiera, bianche scintillavano le pagine, nere e rigide stavano le lettere angolose davanti ai loro occhi nel notturno chiarore azzurrino, e cominciarono a mormorare il saluto alla luna”.

Così nelle pagine di Giobbe, il suo romanzo più ebraico, Josef Roth descrive la benedizione sulla luna nuova, una sintesi perfetta della vita tradizionale e ricorsiva dello shtetl a cui si contrappone, per il protagonista Mendel Singer, quella nella grande città per eccellenza, New York, con le sue luci e la sua ricchezza, le tentazioni, lo sradicamento. Ma in che cosa consiste la birchat halevanà, la benedizione sulla luna?

Nel trattato Sanhedrin del Talmud i rabbini discutono sul momento giusto per recitare questa preghiera, anche se ne parlano come della benedizione “del mese” e non “della luna”, espressione invece in uso in testi successivi come lo Shulchan Aruch, l’influente compendio di halachà composto nel XVI secolo. In età contemporanea la benedizione viene recitata soltanto da pochi, sebbene il testo sia tanto breve quanto poetico. Talvolta, con un’espressione come minimo impropria, viene indicata come “santificazione della luna” (kiddush halevanà), echeggiando un culto della natura in quanto tale estraneo alla tradizione rabbinica e invece tipico di forme diffuse di paganesimo e neopaganesimo. Come vedremo, nel testo non è la luna a venire santificata; è il Dio creatore del mondo che viene benedetto per il rinnovamento mensile della luna. La fonte della benedizione è il Talmud, che ne incastona le parole, attribuite a rabbi Yehudà, all’interno di una lunga e complessa discussione in cui vengono riportate opinioni di decine di rabbini.

Un testo poetico
La benedizione è tutta in poche righe, anche se nella recitazione viene usualmente preceduta e seguita da alcuni salmi. Vediamo quello che dice un passo alla volta.
Benedetto tu signore nostro Dio, re del mondo (la consueta formula con cui si aprono le preghiere) che con la parola creò (barà) i cieli, e tutto il firmamento con il soffio (ruach) della sua bocca. Viene qui evocata la creazione del mondo, i suoi irraggiungibili spazi celesti e il ruolo della parola e del soffio divino.
Diede loro una regola (chok) e un tempo (zman) affinché non mutassero le loro funzioni. La legge e il tempo sono le coordinate al cui interno trova posto il creato, quelle grazie a cui avviene la differenziazione dei fatti e delle cose dal caos originario di cui parla Bereshit/Genesi.
Ed essi sono gioiosi e lieti di eseguire la volontà (ratzon) del loro creatore (konehem). I cieli e le stelle, personificati, partecipano della gioia della creazione e del regolare svolgersi nel tempo delle funzioni comandate da Dio.
…del loro creatore, che è agente (po’el) di verità e la cui azione è verità. Dio è verità in sé e in quanto creatore e garante del regolare corso della creazione.
E alla luna disse di diventare nuova (titchadesh). “Diventare nuovo” ha in ebraico la stessa radice di “mese” (chodesh). Al rinnovarsi della luna corrisponde l’inizio di un nuovo mese.
la luna, corona di splendore per gli ebrei. Il testo non dice in realtà alla lettera “gli ebrei” bensì “coloro che sono appesantiti fin dal ventre”, come traduce rav Haim F. Cipriani nel Siddur Derech Haim. Come nota Cipriani, l’espressione è tratta dal libro del profeta Isaia e “esprime il triste destino di Israele tragicamente abituato alla persecuzione fin dalle sue origini”.
gli ebrei, che in futuro si rinnoveranno anch’essi come lei. E celebreranno il loro creatore (yotsram) per la gloria del suo regno. Il popolo ebraico, come la luna, si rinnova all’interno dell’ordine stabile della creazione e partecipa alla gioia di tutto il creato.
Benedetto tu signore che rinnova i mesi (mechadesh chodashim). Nella caratteristica formula di chiusura, che riprende in struttura anulare l’apertura della preghiera, viene ripetuta due volte la radice ch-d-sh: Dio è detto dunque “rinnovatore dei rinnovamenti” con un gioco di parole che l’italiano “mesi” non è in grado di rendere.

Rinnovamento e ordine
Comparando questo testo e altre preghiere ebraiche, notiamo che qui la lode di Dio per la creazione con i suoi splendori è particolarmente insistita. Poche altre benedizioni si soffermano altrettanto sulle meraviglie della natura. Dio è chiamato creatore quattro volte, sempre con parole differenti (borè, konè, po’el, yotser). I cieli e gli astri del firmamento sono detti pieni di gioia nell’eseguire le regole stabilite da Dio, con una personificazione dal grande impatto poetico. Nella benedizione sulla luna non troviamo solo, come in altre benedizioni (per esempio quella mattutina sul sole che nasce), lo splendore di Dio, degli angeli e della creazione, ma anche la bellezza e la gioia. I due cardini attorno a cui ruota il testo sono l’ordine divino della creazione, che impone una regola non solo per gli uomini ma anche per i cieli, le stelle e tutte le altre creature, e il rinnovamento ciclico, che similmente coinvolge sia gli uomini sia le altre parti della creazione.

La luna e Israele
Molto è stato detto sul rapporto privilegiato del popolo ebraico con la luna. Su queste colonne ne ha scritto Silvia Gambino raccogliendo opinioni antiche e moderne. In Con lo sguardo alla luna, il rabbino Roberto Della Rocca riporta un midrash in cui Esaù e Giacobbe vengono messi in relazione rispettivamente con il sole e la luna. “È buona regola che il grande conti con il grande e il piccolo con il piccolo, così Esaù – il cui nome richiama l’immagine di qualcosa di compiuto, strutturato – conta i mesi osservando il moto apparente del sole che è l’astro più grande, Giacobbe invece scandisce il tempo riferendosi alla luna che è piccola. Come il sole che risplende solo di giorno ma non di notte, così Esaù è grande nel mondo presente ma non in quello futuro. E come la luna è presente sia di giorno che di notte, così Giacobbe ha parte in questo mondo e in quello futuro”. Il nome di Giacobbe, Yaakov in ebraico, è formato infatti dalle quattro iniziali dei verbi, riferiti a Dio creatore, di una formula che si usa recitare subito dopo la birchat halevanà; e lo stesso Yaakov da cui originano le dodici tribù di Israele è il progenitore del popolo ebraico. A Esaù invece, nella tradizione rabbinica, corrisponde il mondo romano e poi quello cristiano, all’interno dei quali la sopravvivenza della minoranza ebraica è messa a repentaglio. Non stupisce dunque se l’identificazione con la luna, astro minore che però risorge tenacemente ogni nuovo mese, diventa anche un motivo collettivo per le comunità ebraiche.
La luna, “corona di splendore”, è raffigurata nella benedizione come alter ego della discendenza di Yaakov. Il suo rinnovamento costante ad ogni mese richiama la speranza e l’accoglimento della shekhinà, la presenza divina. Ne discute ancora il Talmud: “Dice rabbi Akha bar Chaninà a nome di rabbi Asi a nome di rabbi Yohanan: recitare la benedizione sulla luna al momento giusto equivale a rendere omaggio personalmente alla shekhinà”.

Secondo il trattato Soferim, successivo alla chiusura del Talmud, la benedizione va recitata la sera all’uscita di Shabat, quando le persone sono ancora eleganti e risentono del clima della festa da poco conclusa. La preghiera può essere recitata in solitudine oppure insieme ad altre persone, specifica lo Shulchan Aruch, purché la luna sia crescente e visibile in cielo (ma il compendio halachico riporta anche opinioni differenti più restrittive). Per rabbi Abaye – la fonte questa volta è il Talmud – si dovrebbe recitare la benedizione in piedi, come rivolgendosi a Dio. “Maremar e Mar Zutra arrivarono al punto da salire uno sulle spalle dell’altro mentre dicevano la benedizione”. Ma è stato l’insegnamento della scuola di rabbi Yishmael a essere incluso nella conclusione del rito: “Se i figli di Israele non avessero il privilegio di rendere omaggio al loro padre nei cieli che una sola volta al mese, questo sarebbe stato sufficiente”.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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