Cultura
Badia Polesine, 1855: un giallo intorno all’accusa del sangue

La storia di Giuditta Castilliero e Caliman Ravenna, tra calunnie antiebraiche, processi e furti, nell’Italia ottocentesca

Uno dei più longevi miti sull’irriducibile malvagità della popolazione ebraica viene chiamato accusa del sangue: si tratta della denuncia (anche dal punto di vista di istituzione giuridica di processi) di omicidi presumibilmente compiuti da ebrei con l’intento di utilizzare il sangue della vittima, spesso infante, nell’esecuzione di rituali occulti. Uno dei riferimenti letterari di questo mito – che in quanto mito si evolve sulle tracce di una genesi culturale e storica spesso difficile da discernere – è biblico, considerato come le accuse del sangue siano state tipicamente diffuse in terra cristiana. Nell’antico testamento, infatti, si trovano brevi ma incisive menzioni Moloch, una divinità cananaica a cui gli idolatri (dal punto di vista degli israeliti servi dell’unico e vero YHWH) avrebbero sacrificato nel fuoco i propri figli (come in 2 Re 23:10).

Curiosamente questa fonte dovrebbe di per sé squalificare la veridicità dell’accusa del sangue agli ebrei: se l’infanticidio rituale è attribuito ai cananei pagani, perché proprio i discendenti degli israeliti dovrebbero indulgere in una pratica quanto più lontana dal monoteismo ebraico? Si veda Geremia 7:31, dove YHWH dice: “Hanno eretto altari a Tofet […] dove danno alle fiamme i propri figli e le proprie figlie – qualcosa io non ho ordinato, che non mi sarebbe mai venuto in mente”. Altrettanto curioso è come il passo successivo dell’accusa – dall’infanticidio al cannibalismo – sia stato a sua volta uno degli argomenti polemici sollevati contro i cristiani dei primi secoli nel mondo greco-romano.
A partire dal XII secolo, con le prime crociate, in vari luoghi dell’Europa cristiana inizierà a prendere piede la credenza per cui gli ebrei residenti in quei territori attentassero alle vite dei cristiani per assassinarli e profanarne i corpi come liturgia del loro culto, soprattutto in occasione della pasqua. Non solo una credenza o una voce maligna per screditare quei non-cristiani che vivevano in seno della cristianità: spesso ne seguivano processi, ritorsioni violente e santificazioni delle presunte vittime. È il caso – il primo di cui si abbia testimonianza – di William di Norwich, un ragazzino inglese vissuto nella prima metà del 1100 la cui morte violenta, attribuita a un omicidio rituale da parte della comunità ebraica locale, divenne oggetto di devozione cristiana. Più familiari alla cultura cattolica mediterranea sono invece gli episodi, più tardi, del Santo Niño de La Guardia (1489) e di Simonino da Trento (1475).

L’ombra di Simonino in particolare ancora riecheggia nella cultura italiana contemporanea: l’anno passato ha destato indignazione l’esposizione di una tela del talentuoso pittore neobarocco Giovanni Gasparro su questa storia di martirio già disconosciuto come tale dalla Chiesa nel 1965 – storia che tuttavia offre ancora oggi spunti per la rappresentazione dei più classici stereotipi iconografici e narrativi antiebraici. Ancor più noto è il caso editoriale sorto dalla pubblicazione del saggio Pasque di sangue di Ariel Toaff, edito da Il Mulino nel 2007, dove l’autore avanza una ipotesi controversa: che le accuse del sangue nell’Europa continentale del tardo medioevo potessero avere fondamento storico in una pratica violenta (l’uso di sangue umano per la celebrazione della pasqua) talvolta realmente portata avanti da alcuni gruppi di ebrei ashkenaziti. In risposta a una generalizzata reazione di sdegno nel pubblico italiano, il libro fu presto ritirato dallo stesso Toaff e poi rivisto e riedito l’anno successivo.
La presenza martellante del tema dell’accusa del sangue nella memoria collettiva e nella storiografia si colloca in una scia di polemica antiebraica che non ha quasi mai smesso di aggrapparsi al topos degli ebrei ammazza-cristiani. Ancora al principio del secolo scorso, in area est-europea, pogrom e processi scattavano in virtù di accuse di omicidio rituale, come a Kishnev (odierna Moldavia) nel 1903 e a Kiev nel 1913.

E in Italia? A quando risale la più recente – e quindi l’ultima – occorrenza di accusa del sangue in territorio italiano? Quanto siamo lontani dagli exploit controriformisti? Siamo in effetti qualche secolo più avanti, già dentro al processo di emancipazione ebraica post-napoleonico.
È il 1855. Siamo a Badia Polesine, a venticinque chilometri a ovest di Rovigo, sulla frontiera meridionale dell’impero austro-ungarico. Il 25 giugno, Giuditta Castilliero, contadina ventenne di Masi, sulla sponda nord dell’Adige, rientra nell’abitazione di famiglia dopo una assenza di otto giorni. Le ragioni della scomparsa, come riferite dalla giovane, sono raccapriccianti: per più di una settimana sarebbe stata tenuta ostaggio di un famelico conciliabolo di ebrei locali capitanati da Caliman Ravenna, commerciante di successo e membro attivo della borghesia badiese. Ravenna e compagni avrebbero sottoposto Castilliero a ripetuti salassi – di cui erano visibili i segni sulle braccia – così da raccogliere sangue cristiano per nefandi rituali ebraici. Lo sgomento in paese si sparge a macchia d’olio. In poche ore la morsa intorno a Ravenna si stringe, fomentata dall’agitazione popolana come pure dall’illuminata ingerenza di nobiluomini badiesi. Il 26 giugno la denunzia viene depositata e il malfattore arrestato, due giorni dopo. Ha inizio un processo che vede in gioco istituzioni politiche locali, interventi medico-scientifici, network sociali ebraici, echi di stampa nazionali. Sei anni dopo, sarà Giuditta Castilliero ad essere a sua volta arrestata. L’accusa del sangue contro Caliman Ravenna non si era rivelata che una calunnia – un diversivo per coprire un furto perpetrato dalla stessa Castilliero ai danni di una buona famiglia di Legnago presso cui era appena stata impiegata come domestica. Per Ravenna può iniziare la tardiva riabilitazione.
Il rimbalzo di documentazione processuale e testimonianze giornalistiche dell’affaire Badia fornisce una base di investigazione storica estremamente interessante per i risvolti sociali, economici e culturali che mette in luce e che si rivelano meno scontati e più complessi del previsto. Ne rende conto il lavoro di Emanuele D’Antonio, Il sangue di Giuditta. Antisemitismo e voci ebraiche nell’Italia di metà Ottocento (Carocci, 2020), grazie a un’accurata contestualizzazione che dà voce alle dinamiche ebraico-italiane dell’Ottocento, sempre multiformi quanto scientificamente trascurate, come il caso polesano dimostra. Una lettura importante nel panorama del revival storiografico sull’ebraismo italiano.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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