Hebraica
Di spiriti e possessioni: storia del dybbuk

Di demoni, spiriti dei defunti e altre diavolerie, fino alla cultura pop contemporanea (che riserva sorprese inattese)

Per chi ha familiarità con l’iconografia ebraica del Novecento, la parola “dybbuk” richiama alla mente la gestualità espressionista dell’attrice ebrea di origine russa Anna Rovina: vestita di bianco, reso ancora più sfolgorante dal chiaroscuro della fotografia in bianco e nero, si stringe il volto tra le mani rovesciando gli occhi, le labbra socchiuse, in un’espressione di estasi angosciosa. Der Dybbuk è il titolo della celebre opera teatrale che sancirà la (ri)nascita di un teatro ebraico nei primi decenni del secolo scorso. Scritta originariamente in russo da S. Ansky tra il 1913 e il 1916, e poi tradotta in yiddish e in ebraico, il Dybbuk racconta la storia di Leah (interpretata da Rovina), una giovane in età da marito che viene posseduta dallo spirito del suo amato defunto, un dybbuk per l’appunto. Questa figura mitologica di anima disincarnata che si intrufola nei corpi dei viventi per prenderne controllo ha alle spalle una lunga storia nella tradizione ebraica. Tacciarla di mera forma di superstizione da shtetl sarebbe ingiusto: non a caso del dybbuk hanno disquisito autori classici, come il cabbalista Hayyim Vital, a riprova del profondo radicamento (non solo “popolare”) di questa figura sovrannaturale nella cultura ebraica. Ripercorriamo dunque le fitte tracce lasciate dal dybbuk nella storia dell’ebraismo.

Dal punto di vista linguistico, il termine dybbuk (דיבוק) deriva dalla radice trilittera d.b.q. (ד.ב.ק.), che significa attaccare, appiccicare. Il ventaglio semantico è lo stesso sotto cui ricade il concetto di devequt, l’attaccamento mistico alla divinità che si raggiunge grazie alla meditazione estatica. Così come il mistico si aggrappa a Dio, il dybbuk si afferra a una potenziale vittima di possessione. L’espressione ebraica dybbuk, perciò, accentua non tanto l’essenza quanto la funzione di questa creatura. E la sua funzione ci farebbe immediatamente pensare a un’essenza demoniaca: sono in effetti i demòni che si appiccicano a qualche sventurato nell’atto di possessione di cui si prenderà cura un esorcista. Ciò non è completamente vero per il dybbuk – e in questo sta la sua caratterizzazione tutta ebraica. Nel giudaismo, la possessione spiritica per mano di demòni malvagi è attestata soprattutto nel periodo del Secondo Tempio (nei secoli a cavallo della nascita di Cristo): di esorcismi abbiamo menzione nei testi di Qumran così come nei vangeli. Più tardi, di spiriti maligni discorre spesso il Talmud Babilonese, grazie anche all’influenza della cultura mesopotamica in cui esso ha visto la luce. In questa letteratura abbiamo dunque mazziqin (danneggiatori), ruhot (spiriti) e shedim (demoni), ma non dybbukim. Dovremmo attendere il XVI secolo per sentir parlare chiaramente di dybbuk. In particolare, la culla per questo mito – che dilagherà rapidamente in tutta la diaspora ebraica del Mediterraneo e dell’Europa – sarà la Palestina ottomana della prima età moderna, la cui capitale culturale, per l’ebraismo, è rappresentata dalla città di Safed, nel nord della Galilea, all’epoca centro di grande fermento religioso e letterario, come testimoniato dalle innovazioni mistiche di rabbi Isaac Luria (1534-1572).
Certo, non ci stupisce che proprio nel Seicento, anche l’ebraismo abbia assistito a un’esplosione nei resoconti di fenomeni di possessione e conseguenti riti di esorcismo. Il mondo cristiano europeo, in effetti, vede la stessa ossessione per gli attacchi demoniaci, come testimonia ad esempio il famoso caso dell’assedio satanico al monastero di Loudun, in Francia, investigato da Aldous Huxley nel saggio del 1952 I diavoli di Loudun e trasposto cinematograficamente in Madre Giovanna degli angeli di Jerzy Kawalerowicz (1961) e ne I diavoli di Ken Russell (1971). Così pure il mondo arabo-musulmano aveva familiarità con le possessioni da parte dei jinn. Non c’è da meravigliarsi che questo humus culturale accomunasse la comunità ebraica di Safed, composta prevalentemente da sefarditi emigrati dopo la cacciata dalla Spagna del 1492 e da musta‘arabim autoctoni dell’area arabofona. Cos’è allora che rende speciale il dybbuk?

Diversamente da quanto accade nel mondo cristiano e musulmano, nel giudaismo moderno la possessione spiritica non è causata (esclusivamente) da un’entità sovraumana e subdivina nociva, quanto piuttosto dall’anima (in genere di un peccatore) che dopo la morte non riesce a raggiungere il luogo di espiazione della sua condotta in vita e che tenta di incarnarsi in un altro o altra vivente. Non un demonio, dunque, ma lo spirito di un defunto a ruota libera – questo è il dybbuk. L’origine funebre dell’entità non è casuale, ma si spiega considerando il credo ebraico – invalso dal medioevo in su – nel gilgul, ovvero la metempsicosi, la reincarnazione delle anime. Di questa concezione del destino individuale post-mortem si parla già nello Zohar, il Libro dello splendore della cabbala medievale, composto nella Castiglia del XIII secolo. E nello Zohar al gilgul (letteralmente, rotazione) è giustapposta – ma distinta – la concezione di ‘ibbur, ingravidazione. Se nel gilgul un’anima, dopo la morte, si reincarna alla nascita in un nuovo corpo, con l’‘ibbur uno spirito può “ingravidare” un corpo già adulto, aggiungendosi alla sua anima individuale, causando dunque un caso di possessione. È quindi su questa complessa filosofia metafisica e psicologica che si sedimenta e sviluppa la mitologia del dybbuk. Mitologia – ma non solo: dai numerosi resoconti della vita ebraica in Safed, possiamo dedurre che le possessioni da parte dei dybbuk fossero all’ordine del giorno – o che, perlomeno, fossero di grande interesse per chi scriveva, lasciandoci svariate testimonianze letterarie su uomini, donne e fanciulli che precipitavano in uno stato di trance e iniziavano a parlare con ruggiti cavernosi, in lingue sconosciute, con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue. Fino all’arrivo di un saggio e pio rabbino che avrebbe rimesso le cose a posto con un esorcismo all’uopo.

Ed oggi, cosa resta del fenomeno o mito del dybbuk? La cultura pop non si è fatta mancare soggetti cinematografici a tema demoniaco in stile ebraico, come il film horror The Possession del 2012. Sempre nel mondo del cinema, una curiosa e disturbante reinterpretazione della figura del dybbuk è stata intrapresa dall’artista multimediale Roee Rosen in un mediometraggio del 2010 – premiato nella categoria Orizzonti al Festival del Cinema di Venezia – dal titolo Tse, “Fuori”. Nel corso delle riprese a stile documentaristico, assistiamo a un rito di esorcismo contemporaneo in forma di performance BSDM eseguito da una mistress su una giovane posseduta dallo spirito dell’allora ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman. Le grida scomposte dell’indemoniata non sono che citazioni dirette dalle affermazioni meno politically correct del fondatore di Beteynu, a riprova di come gli echi di una tradizione religiosa sepolta nel folklore, come quella del dybbuk, possano rinascere grazie alla metafora politica sul gioco di potere che il concetto di possessione nasconde sotto l’aura del soprannaturale. Il dybbuk sembra vivo e vegeto, in attesa di sempre nuove incarnazioni culturali.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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