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Becoming Eve: l’autobiografia di Abby Chava Stein, ebrea e attivista transgender

“Si può essere ebrei e trans. E nessuno può permettersi di dire il contrario”

C’è stato un tempo in cui Abby Chava si chiamava Yisroel. Un giovane hassid di Brooklyn, sposato a 18 anni, padre e ordinato rabbino a 20. E non un hassid qualunque, ma un discendente diretto del Baal Shem Tov. Per descrivere la sensazione che ci fosse, nascosta, un’altra persona sotto quei panni, non aveva nemmeno le parole. Trans, gender fluid: parole sconosciute, di un mondo estraneo. Di una lingua diversa, l’inglese, da imparare da zero. Sì, si può vivere una vita a New York parlando unicamente lo yiddish e l’ebraico. La consapevolezza, quella di abitare il corpo sbagliato, che cresce insieme a una profonda messa in discussione dello stile di vita della comunità. Che nel 2012, Yisroel abbandona; nel 2014, l’iscrizione alla Columbia University, nel 2015 il coming out e l’inizio del processo di transizione. Abby Chava Stein “nasce” nel 2016. Ufficialmente donna. Una storia da raccontare, ovunque sia possibile, per dare una voce a chi prova ciò che provava lei pochi anni prima: la convinzione di essere sbagliati e soprattutto soli al mondo. Abby Stein ha raccolto la sua incredibile storia in un’autobiografia, Becoming Eve, che esce oggi per Seal Press. 272 pagine che racchiudono le memorie dell’infanzia e dell’adolescenza, esplorano il percorso di uscita dalla comunità e si chiudono nel 2015, l’anno dell’inizio della transizione, di una nuova storia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

A chi è destinato Becoming Eve? Chi dovrebbe leggere questo libro?

Durante la stesura il mio pensiero costante è stato non parlare a un solo tipo di pubblico. Ho fatto del mio meglio affinché chiunque possa leggere il libro e trovare un motivo per apprezzarlo, indipendentemente dal background e del livello di conoscenza dell’ebraismo e/o del mondo lgbt. Volevo un libro che fosse interessante per chi conosce – o pensa di conoscere – già tutto e che allo stesso tempo fosse alla portata della comprensione di chi si avvicina a queste tematiche per la prima volta. La storia che racconto è unica e personale, ma non è la sola di questo genere: si possono trovare molte storie su cosa significhi essere trans, o essere ebrei, o lasciare la comunità in cui si è cresciuti. Io cerco di partire dall’esperienza personale per arrivare a una discussione più generale: cosa significa essere trans ed ebrea? E lo faccio con la speranza che ogni lettore o lettrice riesca a individuare tra le pagine almeno un punto, un’angolazione in cui ritrovarsi.

Siamo abituati alla visione secolare, secondo cui il prezzo da pagare per dichiararsi trans o lgbt sia rinunciare forzatamente alla propria appartenenza culturale o religiosa. Ma il suo impegno come attivista all’interno delle comunità ebraiche sembra smentire questa idea.

Questa per me è una domanda molto interessante e ancora aperta. Quando nel 2012 ho abbandonato la mia comunità ho creduto di dovermi lasciare tutto alle spalle, ebraismo compreso. Tre anni dopo, ho iniziato a guardare indietro e riconsiderare le cose. A ripensare al mio ebraismo, a dire il vero più dal lato culturale e tradizionale che religioso. Ma ironicamente, l’ho fatto con un approccio chassidico, con l’educazione che ho ricevuto. Posso dire di aver usato la mia istruzione rabbinica in questo processo. Ho cercato, indagato, letto centinaia di fonti ebraiche che trattano di ebraismo e di questioni di genere. È una ricerca davvero interessante. Che non deve portare a conclusioni semplicistiche, ma a trovare dei significati. L’identità di genere ha sempre fatto parte della natura umana e l’ebraismo, come ogni pensiero o ideologia, si è fatto domande e dato risposte. La cosa speciale nell’ebraismo è il “double check”, l’andare sotto la superficie, la continua ricerca di nuovi significati.

In ogni modo, nel mio lavoro di attivista non tratto questioni di fede, non indago il sentimento religioso di chi interviene nei miei incontri. Non mi interessa sapere se quella persona è osservante, se prega…è una questione sua intima, non sono quel tipo di persona…o possiamo anche dire, quel tipo di rabbino! Ciò su cui insisto è invece il rapporto con la comunità. A chiunque mi si rivolge dico: non permettere a nessuno di dirti che una cosa esclude l’altra, che non puoi essere trans ed ebreo insieme. Perché non è vero. Come cerco di dire anche nel libro, ogni singola parte di noi crea e compone la nostra bellissima identità. E nessuno può permettersi di dire il contrario.

Come possono le comunità ebraiche diventare più inclusive? E la società in generale?

Per le comunità ebraiche andrebbe fatto un discorso complesso, perché si va dalle più tradizionaliste alle più progressive. Ma dovendo trovare un indicatore comune, suggerirei di lavorare, prima di tutto, per superare la dimensione della tolleranza. Si può tollerare una situazione spiacevole, ma non un essere umano, non un membro della comunità. Primo perché tollerare non è abbastanza, secondo perché chi è “tollerato” se ne accorge. Lo sente e si allontana. Succede anche nelle comunità che a parole hanno un approccio positivo verso le persone trans e lgbt. Credo che si debba fare molto di più, si debba imparare non a tollerare, ma a celebrare. Non limitarsi ad accettare passivamente, ma mostrare accoglienza, in modo aperto e dichiarato, magari anche con una bandiera arcobaleno nel proprio tempio o centro comunitario. Si deve arrivare ad accogliere e celebrare queste persone non malgrado siano trans, ma perché sono trans. Lo stesso concetto credo si possa applicare a tutta la società. Un momento molto importante per me è stato celebrare la conclusione della mia transizione (compresa di cambio di documenti) con una cerimonia in una sinagoga, insieme a una comunità che ha condiviso la mia gioia. Perché diventare la persona che si vuole essere è una tappa della vita, come la nascita o il bar mitzvah: merita di essere festeggiata.

Una frase chiave nella presentazione del libro è appunto: “Fino a dove sei disposto a spingerti per diventare la persona che vuoi davvero essere?”. Ecco, quali ragioni più spesso impediscono o rendono difficile il coming out?

Per ognuno c’è una ragione personale diversa, ma la radice comune spesso si trova nella paura del rifiuto – da parte della famiglia e della comunità – e nella paura delle discriminazioni che con tutta probabilità si dovranno affrontare, ad esempio nella ricerca del lavoro. E poi c’è la paura di essere costretti a rompere con il proprio mondo. Con l’essere religiosi, ad esempio: non è stato un mio problema, perché come ho già detto il mio rapporto con l’ebraismo ha a che vedere con la cultura e la tradizione, non con la fede; ma lo è per chi è sinceramente osservante, sente che quello è il modo giusto di vivere e non vuole rinunciarvi. Infine, il coming out come lgbt o trans ha spesso delle conseguenze economiche, che senza un supporto sono difficili da sostenere.

L’impegno come speaker presso diverse comunità ebraiche ti fa intravedere dei miglioramenti?

Sì, sto constatando come l’esperienza trans stia diventando molto più compresa e celebrata, soprattutto da parte dei giovani. C’è più consapevolezza e spazio per educare alle cose più semplici: lasciare che le persone trans possano camminare per strada senza subire molestie, che possano utilizzare un bagno senza essere cacciate… Nell’ultimo anno e mezzo ho fatto oltre 300 interventi presso diverse realtà e ogni singola volta c’è sempre stata almeno una persona che ha chiesto la parola per condividere una storia o un aneddoto personale… su se stesso, o su un fratello, un cugino, un amico. Non è tutto rose e fiori, ma il miglioramento c’è e si vede. Anche nell’universo modern orthodox, per quanto i tempi siano molto lunghi e i numeri di chi va controcorrente ancora piccoli.

Di chi è la voce narrante nel libro?

Sono sempre io, avanti e indietro nei ricordi. Ricordi e dettagli da afferrare, scavare. Fermarsi e dirsi: questo è davvero successo? È davvero successo a me? E sentirsi addosso i brividi. Scrivere è stata un’esperienza piena di emozione: dolorosa a volte, ma anche esaltante. Questo libro è una tappa importante, ma non voglio che sia considerato un epilogo, una conclusione: quella che ho scritto è una parte della mia storia, non tutta. Siamo appena agli inizi.

Abby Chava Stein, Becoming Eve: My Journey from Ultra-Orthodox Rabbi to Transgender Woman, Seal Press, 272 pagine, 28$. Disponibile su Amazon

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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