L'agenda di Joi
Cultura
“Bros”, un film sul diritto di amare (ed essere sdolcinati)

La recensione della commedia romantica – ebraica – LGBTQ diretta da Billy Eichner e Nick Stoller

Bros è un film delizioso, che è stato definito dalla critica americana una ROM-comedy, genere a cui appartengono le pellicole di Nora Ephron e di tutti i geniali sceneggiatori hollywoodiani che ci strappano una lacrima e un sorriso parlando d’amore e di relazioni di coppia. Ma bisognerebbe anche aggiungere che è una LGBTQ ROM-comedy perchè il protagonista, Bobby, è gay, anzi, fiero attivista gay, al punto che è responsabile di un museo sulla storia americana queer, dove vorrebbe portare in visita le scolaresche a prendere coscienza che pure Lincoln era omosessuale. In più, è una Jewish ROM-comedy perchè Bobby è ebreo – il tema è delicatamente sfumato nel film, a parte una gigantesca Chanukkià che appare in prossimità del Natale – e lo è pure l’attore-sceneggiatore che interpreta Bobby in chiave semi-autobiografica, Billy Eichner, che ha scritto e diretto il film con l’altrettanto ebreo Nick Stoller. In più non è un caso che appaiano camei interpretati da Debra Messing e Ben Stiller nel ruolo di se stessi e una gigantografia di Barbra Streisand in Yentl. Perchè Bros prende in giro, con ironia graffiante ma anche rispetto, il mondo delle commedie romantiche, soprattutto dei film dove i gay sono regolarmente interpretati da attori eterosessuali che cercano disperatamente di ottenere l’Oscar: malati di Aids come Tom Hanks, cow boys sfigati e lacrimosi come in Brobeck Mountain (Heath Ledger e Jake Gyllenhaal) o politici uccisi come Milk interpretato da Sean Penn. Qui invece gli attori del cast per statuto sono tutti omosessuali, transgender, non binary, bisex, come i personaggi che interpretano e questo rende la commedia più vera e autoironica (“gli etero pensano che siano tutti intelligenti e sensibili e invece molti di noi sono scemi”).

Bobby è cinico, prende molto sul serio la sua missione di divulgatore dei diritti LGBTQ, non crede nell’amore romantico. Guarda annoiato “C’è posta per te” – la scena in cui Meg Ryan e Tom Hanks si scambiano messaggi anonimi per mail – e riceve un sms su Tindar dove gli viene chiesto di fotografarsi il sedere e di inviare lo scatto, cosa che fa con poco successo dato che riesce a sfregiarsi una chiappa con il rasoio, venendo così respinto e bloccato. “Ehi, what’s up”? è il massimo di intimità che questo tipo di relazioni concede. Ma poi arriva Aaron (Luke Macfarlane) e tutto ovviamente cambia, da semplice flirt disimpegnato si entra nel campo dei sentimenti – anche se l’offerta finale – con tanto di anellone preso in prestito –  non sarà di matrimonio ma di uscire almeno per tre mesi di fila, un record per il cinico Bobby. Ed è molto divertente che Bobby arrivi a sentire la mancanza di Aaron proprio la notte di Capodanno, come avviene in Harry ti presento Sally (altra citazione della Ephron), che Aaron a sua volta corra per la città imbiancata dalla neve come Billy Crystal quando si rende conto che è innamorato e che ci sia una canzone molto romantica nel finale, dove il protagonista finalmente rivela quello che prova davvero. E anche il museo per magia, come in un sogno o in un film di Natale (o un miracolo di Chanukkà), prende vita con Ben Stiller ologramma di se stesso in Una notte al museo che presenta “la lesbica Eleonor Roosvelt”, perché quel luogo di diritti deve contenere anche l’amore, la vita  e la fantasia per comunicare al prossimo il suo valore.

Naturalmente alla fine la lacrimuccia ci scappa, tanto che mi sono detta: beh, dai, alla fine diventa tutto un po’ prevedibile, con l’happy end e tutto il resto.
Due minuti dopo leggo sul giornale che c’è stata una sparatoria in Colorado in una discoteca LGBTQ: otto morti e quindici feriti; e capisco che anche essere sdolcinati, normali e romantici è una conquista politica.  La lotta per la libertà di amare è ancora in atto, non è affatto finita.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.