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Cultura
“Severance”, la serie di AppleTv che ribalta i clichè del mondo americano

La recensione della serie diretta da Ben Stiller

Ormai è un rito quotidiano. All’ora di cena, puntuali come i Simpsons sullo storico divano, io, mio marito e mia figlia ci guardiamo una puntata di Severance, diretto da Ben Stiller, su AppleTv. L’abbiamo iniziato per curiosità, perché il nome di Ben Stiller in genere è associato alla commedia e qui invece c’è ben altro contesto, tra il drammatico e il distopico. Adesso non possiamo farne a meno. La serie, come dice il titolo, tradotto in italiano con Scissione, sceneggiata da Dan Erickson, parla proprio di questo: di un esperimento che prevede che l’esistenza di un essere umano sia divisa in due parti, quella in ufficio e quella nella vita reale dopo l’orario di lavoro. Ma c’è di più. A chi accetta viene inserito nel cervello un chip che scinde la memoria: quando si lavora non si ricorda il fuori e viceversa. Gli impiegati della Lumor svolgono mansioni misteriose, stanno tutto il giorno davanti allo schermo di un computer eliminando numeri a caso e camminando per corridoi labirintici kafkiani. Nessuno può dimettersi o trasgredire alle regole della società. Non dico di più, altrimenti farei troppi spoiler: posso soltanto assicurare che la tensione è forte, c’è una buono scavo psicologico e la sceneggiatura è ipnotica anche grazie alla bravura degli attori tra cui figurano un fenomenale Adam Scott, John Turturro e Christopher Walken.

Ma quello che mi colpisce e di cui vorrei parlare è proprio il regista, Ben Stiller. In Italia lo conosciamo soprattutto come un attore comico, che in genere fa ruoli un po’ scemotti, dove interpreta quello che in yiddish si chiamerebbe lo schlemiel: il sempliciotto, lo sfigato, quello a cui succedono disgrazie e incidenti esilaranti. Ma negli Stati Uniti la percezione di Stiller è un po’ diversa. Intanto per altre produzioni che qui non sono arrivate ma che lo vedevano interprete ad esempio della sceneggiatura All Talk di Jonathan Safran Foer, impegnato a indagare la quotidianità di una famiglia ebraica in modo irriverente e contemporaneo.  È vero, in Italia lo abbiamo visto alle prese con I sogni segreti di Walter Mitty, dove ancora una volta affrontava il tormentone del doppio, stavolta la scissione tra la realtà e la fantasia. Il film originale con Danny Kaye (che pochi hanno visto tranne la sottoscritta che da bambina aveva una cotta per l’attore) era ancora più jewish. L’impiegato ebreo ai margini della società ufficiale sognava una vita piena e avventurosa, un doppio, un suo posto da protagonista nell’America degli anni ’60.

Clandestino arrivato nella terra promessa con i fratelli Marx, creatore di Hollywood ma travestito da goy nei film di Lubitsch, soltanto con Woody Allen l’ebreo si libera dalla scissione e dall’alterità e acquista piena cittadinanza. Non è americano, è newyorkese.  È lui New York, se l’è presa. Ma anche nei film apparentemente più semplici come la celebre saga dei Focker-Byrnes che ha dato vita a episodi più o meno riusciti (Ti presento i miei, Mi presenti i tuoi?) i progetti a cui Stiller dà la sua adesione non sono semplici commedie, sono satira e si chiedono: ma è così vero che gli ebrei sono perfettamente inseriti e accettati o sono percepiti ancora come altro, come elemento diverso e scisso dall’America wasp?

Anche qui c’è uno schlemiel che non riesce a conquistare la fiducia del suocero, vagamente antisemita. Il poveretto viene sottoposto a ogni genere di prove per dimostrare di essere degno di sposare la ragazza Byrnes, confrontato con il biondo ex fidanzato Owen Wilson che si ispira a Gesù. Eppure alla fine, udite udite, la diversità trionfa. Il matrimonio viene fatto ed è ebraico. E nell’episodio successivo la divisione in due della società americana – quella della diversità e quella regolare – porta a una revisione dei valori educativi e culturali a favore dell’ebraismo. I genitori fittizi di Stiller nel film sono due colossi del cinema ebraico statunitense, Dustin Hoffman e Barbra Streisand, simboli di quell’ebraicitudine ai margini (si pensi al Maratoneta o a Funny girl, la povera ragazza dei sobborghi con un grande naso che diventa una diva). Ma stavolta sono loro a dettare le regole, a insegnare ai Byrnes che l’amore è quello che conta, che i sentimenti sono più importanti dell’apparenza, che solo così la vita è completa, tanto che alla fine del film Dina Byrnes parla in yiddish. In realtà, il personaggio scisso e infelice qui non è l’ebreo ma il suocero goy, agente della CIA che si traveste da fioraio e non riesce a integrare le due parti – famiglia e lavoro – che lo portano a una schizofrenia nociva per i suoi cari. Un interessante ribaltamento, un paradosso, ma forse un messaggio meno banale di come lo abbiamo percepito noi in Italia, Da Stiller insomma ci dobbiamo aspettare molte altre sorprese.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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