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Cultura
Manuale di ebraicità per l’educazione del cane

Lo spassoso libro di Ellis Weiner e Barbara Davilman “How to raise a jewish dog” letto e recensito dalla proprietaria di un cane

Io con il mio cane ci parlo. Non solo in casa, anche fuori. Mi viene naturale dire: “guarda che giornata meravigliosa”, “preferisci il giardino o il parco?” o “occhio a quel tipo, cambiamo marciapiede”. Immagino che non sia una cosa tanto frequente perché vedo che ci sono persone, probabilmente più identificate di me nel ruolo serioso del padrone, che mi fissano con condiscendenza o sommo disprezzo visto che umanizzo l’amico a quattro zampe. È che io sono sicura che capisca. Solo che ogni tanto si volta verso di me, mi guarda e sospira. Non ho ancora capito se lo faccia perché è contento o perchè lo scoccio con tutto il mio blaterio solipsistico. Che poi il mio cane sarebbe una femmina, Bianca Bee. Ma mentre in inglese si usa il neutro, dog, per entrambe i sessi, in italiano dovrei utilizzare un sostantivo che lei troverebbe offensivo o che potrebbe ledere la sua autostima, per cui in questo racconto il personaggio sarà chiamato “cane”.
Non sapevo che parlare al cane rientrasse in uno dei suggerimenti del programma di training per allevare un cane ebreo, metodo sviluppato dai rabbini del Boca Raton Theological Seminary, ovvero dagli scrittori Ellis Weiner e Barbara Davilman, già coautori di altri bestseller umoristici. Il libro che hanno scritto, How to raise a jewish dog, è di qualche anno fa, ma io l’ho scoperto adesso perché è soltanto da pochi mesi che sono l’orgogliosa proprietaria di Bianca, dopo generazioni di gatti. Ci sono giorni che mi alzo e ne benedico l’arrivo nella nostra famiglia, altri invece che mi metto le mani nei capelli pensando “chi me l’ha fatto fare”, soprattutto quando vedo sventrato il mio cuscino di Lisa Corti costato un patrimonio. Devo ammettere di avere acquistato il libro per curiosità ma anche per disperazione. Tuttavia la lettura è rivolta a chiunque, anche a chi non ha un cane. Infatti, oltre che essere un testo delizioso e far molto ridere, l’opera di Weiner e Davilman non deve essere presa alla lettera come manuale fai da te! È una specie di riflessione sulla “jewishness”, un retaggio culturale che fa da sottotesto all’esistenza e infatti, si spiega all’inizio, tutti possono allevare a jewish dog, anche se non sono ebrei.
È l’occasione per rielaborare quell’eredità di educazione passivo-aggressiva e di esagerato orgoglio che ogni madre ebrea (ma non solo) trasmette e propina ai suoi figli, per manipolarli con il senso di colpa e tenerli letteralmente al guinzaglio anche quando hanno raggiunto l’età adulta. Un cane ebreo non è “wrong” quando commette una cattiva azione ma guilty”. Deve sapere che il suo comportamento non solo può danneggiare gli altri ma, cosa ben peggiore, fa soffrire il suo padrone. È bene redarguirlo quindi pubblicamente con frasi come: “hai mangiato di nuovo la spazzatura? Perché, perché mi fai questo”? Il libro suggerisce anche delle pose esilaranti per comunicare con il cane e usa qua e là termini yiddish per rafforzare gli ordini impartiti.
Nello stesso tempo un cane ebreo possiede un senso della sua esagerata bellezza, alimentata dal proprietario che si rivolge anche ad altre persone chiedendo: “non è forse il cane più meraviglioso dell’universo?”, per dargli la sensazione che tutti lo pensino. Al cane ebreo viene concesso di fare cose proibite agli altri: mordere le gambe del tavolo, saltare sul sofà appena comprato, dormire nel letto dei genitori. Deve avere personalità. Deve avere un suo pensiero autonomo per poterlo confrontare con quello del padrone in un dialogo e in uno scambio continuo. Per questo è giusto parlare con il cane (ecco, allora stavo allevando anch’io un cane ebreo senza saperlo) dandogli così la sensazione di essere una persona, un amico il cui parere ci interessa. Alcuni esempi: “Ho freddo. Mettiti un golf”. “Non fissare i capelli della cugina Edith quando viene per cena” o “Israele? Oh per favore. Non cominciamo!” Il cane ebreo deve anche sapere che il mondo è un luogo fantastico ma pieno di insidie, che tutti sono pronti a giudicare tutti. Per questo il padrone deve giudicare per primo gli altri, per fargli capire che se non si comporta bene all’esterno sarà vittima di commenti poco lusinghieri (gli autori non hanno paura di oltrepassare il politically correct. A un gruppo di adolescenti vestiti da hip hop si può dire: cadrebbe il mondo se vi tiraste su i pantaloni? E se passa una suora si può commentare con il cane: chi diavolo mai vuole farsi suora al giorno d’oggi?) 
Coccolato, esageratamente nutrito, ricoperto di attenzioni e circondato dall’ansia costante dei proprietari che arrivano ad attaccare per il quartiere cartelli con la sua foto e la scritta “Non è scomparso. Per ora”, l’obbiettivo dell’educazione di un cane ebreo è molto semplice: renderlo felice. E qui scatta la riflessione, neanche tanto superficiale, sui propri retaggi familiari, sulle manipolazioni, neanche tanto sottili, con cui siamo stati convinti che una cosa era buona per noi e l’altra no. Non prendete questo manuale alla lettera, anche se ci sono un paio di buoni consigli che sarete tentati di mettere in pratica. Per esempio, mentre camminavo nel parco con mia figlia e Bianca, non ho resistito dal chiedere a un’anziana con una nipotina: “Guardate, non è forse il cane più straordinario che ci sia al mondo”? Mia figlia ha affrettato il passo fingendo di non conoscermi e la signora ha preso la bambina per mano: “Vieni tesoro, andiamo alle altalene”. Insomma, questo libro ha peggiorato la situazione, ha definitivamente fatto di me la stramba del quartiere. Per fortuna in casa è impossibile allevare un cane ebreo perché ho anche tre gatte che sono esageratamente anarchiche, refrattarie a ogni imposizione  dispettose e ingestibili: fanno esattamente quello che vogliono e se ne fregano delle yiddish mame, utili solo a aprire una scatola di croccantini. E in fondo la mia famiglia animale riflette proprio l’ambivalenza di tante famiglie ebraiche contemporanee: quel bisogno di obbedire alla regola ma anche di trasgredire con la ribellione, quelle due anime da far convivere ogni giorno, anche se a volte sembra impossibile, come faccio io con i miei gatti e il mio cane. 
Al quale, comunque, continuo a parlare durante le nostre passeggiate. Nu, che c’è di male? Che gli altri se ne facciano una ragione!
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

1 Commento:

  1. Come mai il mio cane ebreo quando inizio a cantare la birkat ha mazon il venerdì sera va via a cuccia mentre fino a quel minuto è stato in posa: “devi darmi un supplemento di cibo?”


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