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C’era una volta il centrodestra

L’establishment politico europeo guarda con terrore alla “battaglia finale” della prossima primavera. E per contenere i danni il Ppe progetta di virare prepotentemente a destra.

Concentrati sul tracollo politico dei partiti che hanno retto le sorti del Paese per gli ultimi 25 anni – il Partito Democratico di un’intera generazione di leader ma anche il “partito dei moderati” di Silvio Berlusconi – ci siamo scordati, almeno per ora, del valore più ampio del voto italiano dello scorso 4 marzo: quello di un campanello d’allarme di scala europea, se non di più.

Dopo la rotonda sconfitta della candidata del Fn Marine Le Pen in Francia lo scorso anno, tanti pensarono che per i partiti “di centro”, espressione grezza per indicare a tratti grossolani i sostenitori dell’ordine globale liberale, fosse possibile, se non a portata di mano, il riscatto. Non è così. Il successo dei populisti italiani – espressione anche questa quanto mai discutibile, ma calzante dal momento in cui è stata rivendicata dai suoi stessi interpreti – ha (ri)messo il vento in poppa ai “revisionisti” di tutta Europa, decisi a dare la lezione finale alle élites politiche (ed economiche) che hanno governato il continente per decenni all’appuntamento collettivo della prossima primavera: le elezioni europee.

 

Il Partito Popolare Europeo: manovre di avvicinamento

Il tema è sul tappeto, e segnerà la dinamica politica che si apre in tutti i Paesi dell’Ue a partire da settembre. In attesa dell’avvio vero e proprio della campagna elettorale – che, se i segnali italiani sono premonitori, sarà lunga e cruenta – all’interno dei partiti i movimenti di assestamento sono già cominciati. A iniziare per tempo le manovre di avvicinamento all’appuntamento è senza dubbio la forza politica nell’Unione Europea guida le danze: il Partito Popolare Europeo (Ppe). Agglomerato che tiene insieme i partiti del centrodestra del continente, pur con le ovvie varianti nazionali, il partito ha mantenuto la maggioranza relativa dei consensi – e dunque dei seggi al Parlamento Europeo – costantemente dal 2004. Sua espressione diretta, in fondo, sono stati i presidenti della Commissione dell’ultimo quindicennio, José Manuel Barroso e Jean-Claude Juncker, così come i primi due presidenti “a tempo pieno” del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy e Donald Tusk. Oltre che, a qualcuno verrebbe da dire, la leader de facto del blocco continentale degli ultimi anni, Angela Merkel.

Il semplice scorrimento di questi nomi, in effetti, suggerisce rapidamente il profilo politico dominante che il Ppe si è dato nell’ultimo scorcio di storia europea: quello di una forza di centro-destra, che certo – si dirà – ha avuto le sue responsabilità nell’affondare il colpo pesantemente soprattutto su alcuni Paesi con le scelte anti-crisi dell’austerità, ma tutto sommato moderata. Oggi il partito – o meglio la “federazione” di quei partiti – si trova davanti a una scelta di campo fondamentale: mantenere tale profilo, col rischio serissimo di perdere il ruolo di guida nell’arena politica europea se non di essere spazzato via da un exploit delle forze anti-Ue, oppure quello di intercettare l’ascesa dei populisti inglobandone di fatto le istanze.

Ebbene, se quest’ultima idea poteva sembrare fantascientifica sino ad appena pochi mesi fa, prima delle elezioni italiane, oggi è questa l’ipotesi più in voga tra molti dei dirigenti del Ppe. Cambiare per non morire, si direbbe. Al prezzo di includere nell’”orizzonte di valori” del partito riferimenti e parole d’ordine che ben poco hanno a che spartire con una forza di centro-destra.

 

Viktor Orbàn e il manifesto sovranista

Il cantiere è aperto, e il dibattito è tutt’altro che top secret o in filigrana. A lanciare la sfida in modo esplicito, e alquanto virulento, è stato il premier ungherese Viktor Orbàn. Già, perché il suo Fidesz, pur avendo virato da anni prepotentemente a destra, è rimasto e resta a tutti gli effetti uno dei mattoncini del poliedrico agglomerato del Ppe. Se qualcuno era tentato di espellerlo per le sue derive anti-democratiche evidenti anche a un bambino, tali voci sembrano essersi spente dopo che il “modello-Orbàn”, prima deriso e trattato come un incidente di tipo locale, ha cominciato a mietere successi e venire esplicitamente ripreso in altri Paesi. E così ora Orbàn vuole passare all’incasso. Obiettivo: mutare dall’interno la linea del Ppe, instillando nel suo DNA il germe nazional-populista. Il premier ungherese lo ha detto chiaro e tondo nel corso di un solenne discorso pronunciato lo scorso 16 giugno a Budapest in occasione dell’anniversario della scomparsa dell’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl. Un vero e proprio manifesto del credo “sovranista”, annus domini 2018, messo a disposizione – forse non a caso – anche in inglese dalla stessa presidenza ungherese.

Oggi il Ppe si trova davanti a una scelta di campo fondamentale:

mantenere un profilo moderato,

col rischio serissimo di perdere il ruolo di guida,

oppure intercettare l’ascesa dei populisti, inglobandone le istanze.

Dopo aver chiarito che l’Unione Europea, per i populisti del ventunesimo secolo, non ha e non deve avere la preminenza rispetto alle questioni nazionali, che restano quelle prioritarie (Hungary first – così come l’America, ma pure Prima gli italiani, i Veri finlandesi etc.), Orbàn snocciola il suo piano. Che è strutturato, dettagliato e ambizioso. Il Ppe – sostiene il leader ungherese – può restare alla guida dell’Europa se saprà comprendere “le reali istanze” dei suoi popoli, e fare ammenda sinché è in tempo per i suoi errori. Abbandonare dunque quanto prima ogni tentazione anti-populista – col rischio di ridare linfa a una sinistra ridotta ai minimi storici – ed aprirsi invece alle “reali” domande dei cittadini dando loro “risposte responsabili”. Prima fra tutte, naturalmente, quella del pugno di ferro contro i migranti, giacché – scandisce Orbàn – il futuro dell’Unione Europea si gioca sulla sua capacità di difendere le sue frontiere.

Linea troppo oltranzista per una forza dalle radici “moderate” come il Ppe? Non secondo l’uomo forte di Budapest, che vede nell’eredità politica di leader come Helmut Kohl la chiave per riscoprire la vera identità del partito. “E’ giunto il tempo di una rinascita cristiano-democratica”, proclama Orbàn agli ascoltatori immaginari del continente intero. Dove l’accento, in caso di dubbi, va posto sulla prima parte della denominazione. Cristiana: così dovrà essere, in una parola, la politica del Ppe. Ovverosia fondata su quattro valori troppo spesso dimenticati dalla ”’ideologia liberale” sin qui imperante, e ora finalmente da riscoprire: fede, nazione, comunità e famiglia.

Reminiscenze da brividi di un’epoca buia che sembrava destinata ai libri di Storia? Sì. Eppure  quel che resta del centrodestra europeo, pur di non sparire o venire drammaticamente ridimensionato, pare rimasto senza parole, incapace di chiudere la porta al “nuovo” (?) che avanza. Le voci che si levano con più successo, anzi, sono quelle di chi vuole cogliere l’occasione per rinnovare una volta per tutte il pantheon di riferimenti politico-culturali dell’area.

 

In Italia e in Europa

Se in Italia dopo appena sei mesi dalle elezioni non v’è più dubbio che la guida della destra-senza-più-centro spetta ormai alla Lega, con Forza Italia disposta a tutto pur di non perdere il suo traino (“Basta con la conventio ad excludendum e la chiusura nella torre eburnea” rispetto alle istanze sovraniste, ha fatto sapere con raffinato eloquio il governatore della Liguria Giovanni Toti), in Spagna il Partido Popular ha eletto a luglio un nuovo leader che non fa mistero di voler spostare la linea del partito, se possibile, ancor più a destra. Dopo l’addio di Rajoy, dunque, il giovane Pablo Casado promette di indurire la matrice cattolico-conservatrice e nazionalista del Pp. Ancor più significativa in chiave europea è la presa di posizione di Manfred Weber, capogruppo del Ppe al Parlamento Europeo e fedele alleato di Angela Merkel, almeno sin qui. In un’intervista al Corriere nel mese di luglio, Weber ha emesso il suo decreto sul nuovo governo italiano a trazione leghista. Promozione piena: “Condivido quanto sta facendo Salvini sul terreno” della lotta all’immigrazione. Un’uscita pubblica per dare ufficialità al tentativo cui in privato già da mesi si sta lavorando: portare la Lega – col suo ghiotto bacino di voti – dentro al Ppe. Anche a costo di rivedere valori e obiettivi politici in chiave xenofoba e nazionalista: “cristiana”, ben prima che democratica.

Simone Disegni
Collaboratore

Politologo di formazione, giornalista di professione, si occupa in particolare di politica italiana ed europea. Già impegnato nel lancio del festival Biennale Democrazia a Torino e del think-tank ThinkYoung a Bruxelles, lavora per Reset e Good Morning Italia e collabora con altre testate nazionali.


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