Hebraica Nizozot/Scintille
“C’erano tre fratelli…”, una fiaba-parabola del maestro Emanuele Luzzati

Un viaggio nel tema della fratellanza e un omaggio al grande illustratore dell’etica e della filosofia ebraiche

La parola ‘fratellanza’ è tornata di moda. Tra i musulmani non è mai uscita di corso, con l’influente soggetto politico che ne porta il nome, mentre tra i cattolici – sottratta alla triade rivoluzionaria francese – è stata rilanciata esattamente un anno fa dall’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, sulla scia di un’importante dichiarazione congiunta con il grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, proprio sul valore della fratellanza. E il mondo ebraico? Non è il tema dei rapporti tra fratelli una delle chiavi del primo libro della Torà? In Bereshit i figli di Abramo, quelli di Isacco e infine quelli di Giacobbe non rappresentano forse altrettanti modelli-chiave di tutte le possibili relazioni fraterne, nel bene come nel male? C’è persino il tema di una sorella, Dina; anzi nel midrash le sorelle, purtroppo dimenticate, diventano di numero pari a quello dei dodici fratelli. Il midrash è una miniera di scavi psicologici e di ammonimenti morali sulle difficoltà delle relazioni, per lo più conflittuali, tra consanguinei, nonché sul dovere ma anche sulla fatica dell’accettazione reciproca e della riconciliazione. Cosa evoca oggi il termine politico “accordi di Abramo” se non un tentativo di ritrovata fratellanza semitica di Israele con i popoli e gli stati della macroregione?

Lasciando per un momento sullo sfondo sia le preziose fonti antiche sia l’attualità internazionale, vorrei segnalare – a chi non lo conoscesse – un contributo contemporaneo, scritto e magnificamente illustrato da uno degli artisti più geniali del mondo ebraico italiano, Emanuele Luzzati, di cui quest’anno ricorrre il centenario della nascita. Ne scrivo qui per un personale omaggio, anche perché nella nostra living room campeggia da molti anni una litografia della sua famosa Arca di Noè, il patriarca che salvò la vita sul pianeta – altro tema di moda – e che ebbe tre figli, che quindi sono tre fratelli… i capostipiti di tutta l’umanità, stando al mito noachico. Il tema doveva essergli congeniale se, nel 1977, Luzzati scrisse e illustrò una fiaba o storia per bambini intitolata C’erano tre fratelli… (ristampata poi da Gallucci con il titolo semplificato I tre fratelli). Tre fratelli vivevano in tre castelli, e dall’inizio alla fine la stroia è tutta rimata, come una filastrocca che affabula; si chiamavano tutti e tre Tommaso ma si distinguevano per il naso: Tommasone dal naso arancione, Tommasetto dal naso violetto, Tommasino dal naso turchino… e così via. Nel leggerle ai miei figli, prima che andassero a dormire la sera, trovavo io stesso un gran piacere in quelle rime, come se contenessero chissà quale formula magica non solo per un buon riposo ma anche per un insegnamento di vita. Cresciuti i figli, non ho mai rimosso il libro di Luzzati, anzi l’ho trasferito nella mia libreria, tra i libri seri, e non certo per far colore.

Orbene, la storia: ambientata in qualche medioevo tra remote contrade orientali, i tre fratelli, che pensano all’unisono, vorrebbero tutti sposare la bella figlia del sultano delle Puglie, il quale, perplesso, decide di darla in sposa a chi offrirà il dono più bello. Nel paese della scienza Tommasone scova un prodigioso cannocchiale che vede ovunque; in un bazar d’oltremar Tommasetto compra un tappeto volante (of course); e a Tommasino che vorrebbe acquistare un violino (per amore di rima) rifilano invece una trombetta che quando fa perepepé fa miracoli, ad esempio guarisce all’istante chi è malato. E chi è malato e rischia di morire? La bella futura sposa, naturalmente. Lo scoprono con il prodigioso cannocchiale, la raggiungono veloci con il magico tappero e la salvano con un miracoloso perepepè… Il sultano non sa decidersi: tutti e tre i doni sono stati essenziali per la salvezza della figliuola, la quale però scioglie il dilemma annunciando che non sposerà nessuno dei tre fratelli, perché ama Carmelo il pastore (ché, se glielo avessero chiesto prima, “evitavamo questa manfrina!”). E i tre fratelli? Son tornati ai loro castelli, e pensano sempre alla stessa cosa… trovarsi un’altra sposa.

Non me ne vogliano i lettori se ho raccontato tutto, ma una fiaba non è un giallo di Agatha Christie. E questa fiaba non è neppure un midrash. Tuttavia, come trattenersi, con quello sfondo medieval-orientaleggiante, dall’evocare la famosa ‘parabola delle tre anella’, arrivata a noi tra le novelle del Decameron – meraviglioso Boccaccio, esclamerebbero i (due!) fratelli Taviani – con al centro i tre fratelli, ai quali il padre lascia tre anelli identici, sebbene uno solo sia quello magico (e autentico). La novella è narrata, guarda caso, da un ebreo per togliersi dall’impiccio rischiosissimo di rispondere alla domanda capestro, fatta dal sovrano musulmano, di dire quale sia la ‘vera religione’. La saggezza ebraica, di cui la storia è un condensato, combina con arguzia profondità teologica e prudenza politica, suggerendo che la risposta alla domanda del sovrano è nascosta (per volere divino) agli uomini, e non sta neppure nelle mani di quanti si riconoscono nelle tre religioni monoteiste, di cui i tre fratelli dell’antica parabola sono simboli.

Luzzati non è un teologo né uno scrittore ma un geniale illustratore e scenografo; tuttavia mi pare abbia qui riscritto un tema – quello dei tre fratelli – in una chiave radicalmente nuova: bravi e virtuosi, il loro destino non è convolare a nozze, ma aspettare; la sposa (la verità?) non è più un oggetto di possesso, come una vergine medievale, e si sottrae piuttosto come una ragazza moderna, autonoma e che decide per sé, e se è metafora di qualcosa indica l’indisponibilità del vero a farsi manipolare o possedere; la sposa si sposa ma con un altro, e i tre fratelli continueranno la loro ricerca… Dire quale sia la vera morale della favola andrebbe contro la favola stessa; risolvere la sua ambivalenza finirebbe per distruggerne il fascino; decrittarla con tesi teologiche o antropologiche significa aver sbagliato approccio. Una fabula, come una parabola o un mashal, deve essere rispettata nella sua polisemia e nella multi-stratificazione dei suoi significati. La leggi e la rileggi, e ti piace non perché svela ma appunto perché resta cifrata; ti avvince perché non dice e non nega ma allude; ti fa volare nella fantasia e nel pensiero. Perepepé: violini, trombe e trombette, tamburi… non chiudono la storia ma la lasciano in sospeso, forse avvolta in un’aurea di scettica malinconia, dal gusto agrodolce, quasi tragicomico, dove tutti restano a guardare il tappeto volante con il naso per aria, come i tre fratelli a salutare la sposa che se ne va per la sua strada. Una fratellanza aperta, senza abbracci e senza sdolcinature, ma sincera e forte, piena di collaborazione per aiutare chi ne ha bisogno… Grande Emanuele Luzzati, maestro di un’estetica e di una filosofia ebraiche sottili, che fanno capolino da dietro le quinte, dove meno te le aspetti.

 

    Emanuele Luzzati, I tre fratelli, Gallucci, pp.28, 10 euro

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


2 Commenti:

  1. Ho le lacrime agli occhi! Ho conosciuto “Lele “‘ come amico altruista ,sempre sorridente ,ironico, fanciullesco ,disponibile,modesto buono e tanto pronto a fare un piacere. Dove potrei acquistare il il libretto con la novella dei fratelli? Grazie per il WhatsApp che mi ha fatto ringiovanire: e questa è un’altra fiaba!


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