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Cultura
Dell’espressione “fare memoria” e del metodo storiografico

Una riflessione con Michele Sarfatti sul rapporto tra storia, memoria e testimonianza lungo l’esempio del caso Bartali

Michele Sarfatti è un docente di storia contemporanea specializzato sulle vicende degli ebrei in Italia nel Novecento. È stato direttore del Cdec – Centro documentazione Ebraica Contemporanea, docente del laboratorio “Storia della Shoah” all’Università di Milano e il primo storico ad aver messo in dubbio la veridicità della storia di Gino Bartali postino della pace. Uno studio documentario sulla produzione di documenti falsi per gli ebrei nascosti a Firenze durante la Shoah ha portato alla smentita del coinvolgimento del grande ciclista nel trasporto di questi tra Assisi e Firenze. Le vicende intorno a Bartali sono lunghe e spinose, coinvolgono, naturalmente, anche Yad Vashem (che ha aperto un fascicolo e infine decretato la veridicità delle testimonianze raccolte), e molte polemiche che si sono riaperte proprio quest’anno grazie a nuove pubblicazioni sul tema. Che apre, ancora prima della sua valutazione, questioni di metodo. Ne abbiamo parlato con Sarfatti.

Cosa significa fare memoria?
“Non so cosa significhi fare memoria. So cosa significa, invece, studiare, divulgare e apprendere la storia. Il giorno della memoria è un giorno dedicato alla Shoah e ai deportati politici e militari. È un modo perché un paese tenga memoria di questi eventi e soprattutto della Shoah. La legge che lo ha istituito prevede che nelle scuole vengano fatte delle narrazioni e riflessioni, una strada per apprendere fino a comprendere. Citando la frase di Primo Levi, sempre ripresa in queste occasioni, secondo cui, rispetto alla Shoah: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”, credo si debba fare questo passaggio: bisogna conoscere e poi comprendere dal punto di vista storico”.

Occorre distinguere tra storia e memoria. Ma che valore hanno le testimonianze?
“Sono fondamentali. Dei campi di sterminio non avremmo saputo moltissime cose perché non possono comparire nei documenti. Le testimonianze di chi è sopravvissuto, di chi è stato nei campi sono insostituibili. Ma la memoria è di per sé mutabile, per questo va sostenuta e suffragata dalla storia”.

A proposito di testimonianze, quella di Gino Bartali ha suscitato non poche polemiche. Perché?
“C’è stato uno scansamento dalla storia. Cioè, non si è fatto quel lavoro che è dello storico di agganciare la singola notizia alla realtà storica. Si parla di centinaia di salvati. Ma chi erano? Dove si trovavano?”.

Mancano le corrispondenze con i fatti storici?

“Sì. A Firenze c’erano tre reti. Quella del mondo cattolico che agisce in varie diocesi creando comitati di assistenza agli ebrei e a Firenze esisteva un comitato ebraico-cristiano. Poi c’era la DELASEM, l’organizzazione di assistenza dell’Unione delle comunità israelitiche italiane, creata nel 1939. Questa si compone per la maggior parte di giovani che parlano con i profughi stranieri, dunque hanno maggiori conoscenze di cosa sta succedendo in Europa, in Polonia. Non sempre sapevano esattamente cosa, ma tutti avevano un dato: la cessazione della corrispondenza con i parenti. In questa rete due persone sono molto attive, Giorgio Nissim tra Pisa e Lucca e Mario Finzi a Bologna. Infine c’era la rete cittadina del Partito d’Azione che aveva molti contatti con gli ebrei e alcuni ne facevano parte direttamente. Ci sono le testimonianze di Nissim, che racconta che andava a Genova in treno a prendere lotti di carte di identità false da portare a Firenze e di don Leto Casini, un prete molto attivo nell’organizzazione fiorentina messa a punto dall’arcivescovo Elia Dalla Costa che consegnava le fototessere a Mario Finzi, che veniva da Bologna, perché venissero applicate ai documenti. Come spiega Nissim, poi, il problema era fornire le tessere annonarie a queste persone, spesso stranieri rifugiati nei conventi che ne avevano bisogno per procurare cibo a sufficienza. Così i soccorritori si scambiavano carte di identità e tessere annonarie in bianco. Ecco, in questa realtà, nessuno per molti decenni ha mai menzionato il nome di Bartali. La sua storia viene fuori dopo la morte. Perché nessuno ha spiegato come faceva a trasportare materiale così prezioso nella bicicletta? O a superare i posti di blocco? E poi, sicuramente non ha potuto agire al di fuori di qualche rete organizzativa e di queste sappiamo molto, ma non leggiamo mai il suo nome”.

Eppure la figura di Bartali come postino della pace ha fatto il giro del mondo…
“Comincia ad avere successo grazie a un libro del 1978 di Alexander Ramati, tradotto in italiano nel 1981 col titolo Assisi clandestina. Assisi e l’occupazione nazista secondo il racconto di p. Rufino Niccacci. Il testo era costruito dall’autore come un racconto in prima persona di padre Rufino Niccacci. Il volume contiene diversi errori storici e per quanto riguarda le vicende di Gino Bartali, si legge che Dalla Costa dette l’incarico di corriere clandestino tra Firenze e Assisi al ciclista Gino Bartali, che portava fotografie ad Assisi e tornava indietro con carte di identità complete. Il materiale era occultato nella stessa bicicletta: “Come al solito, sfilò i manicotti dal manubrio e svitò il sellino per prendere le fotografie e le carte nascoste dentro il telaio della bicicletta” scrive Ramati. A smentire quanto riportato è anche don Aldo Brunacci, canonico della cattedrale di Assisi, incaricato dal suo vescovo di organizzare il soccorso agli ebrei nonché coordinatore anche della fabbricazione dei documenti falsi di identità per gli ebrei nascosti nella sua zona. Naturalmente, era al corrente dell’esistenza di “legami” con le curie di Firenze e Genova. Proprio Brunacci definisce il libro di Ramati un romanzo, con tanto di invenzione del ruolo di Bartali come postino della pace. I libri successivi circa il ruolo di corriere giocato da Bartali si sono quasi tutti basati sul testo di Ramati”.

Perché la storia di Bartali corriere è stata presa per vera comunque?
“Perché abbiamo bisogno delle favole della buonanotte. Come società, abbiamo bisogno di miti positivi. Ma funzionano solo se sono storie reali”.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


1 Commento:

  1. Ottimo chiarimento. Ne abbiamo bisogno in in mondo di sciacalli dove tutti millantano il loro contributo contro la sciagura delle persecuzioni razziali. Furono in molti i giusti, ma troppo pochi altrimenti non saremmo arrivati a tanto


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