Cultura
Ebraismo, memoria e storiografia nell’universo digitale

Per il filosofo Vilém Flusser la memoria di dati digitali, in quanto estensione collettiva della memoria umana, sembrerebbe realizzare l’anelito ebraico alla sopravvivenza del passato nella menzione del presente

In un’intervista rilasciata a Budapest nel 1990, il filosofo di origine praghese Vilém Flusser (1920-1991) affronta la questione dell’ebraismo – cultura che gli ha dato i natali – in relazione a due temi particolarmente rilevanti, in maniera quasi profetica, ancora oggi: la memoria e l’immagine sintetica. Va detto anzitutto che il pensiero filosofico sviluppato da Flusser si centra sulla rivoluzione culturale (in corso) data dalla sostituzione del testo e della sua autorità teorica con l’immagine, nella forma della fotografia e del cinema.

Il problema è ancora scottante, se pensiamo al cambiamento epocale che la mentalità umana (persino dal punto di vista neurologico) sta vivendo con l’avvento del mondo digitale. Si tratta in fondo di un paradigm-shift assimilabile a trasformazioni culturali quali il passaggio da oralità a scrittura o l’invenzione della stampa. Ciò che stiamo sperimentando attualmente, dunque, è una nuova forma di apprendimento e comunicazione basata su quella che si definisce – forse oramai erroneamente – realtà virtuale. Realtà che è sempre più realtà e sempre meno virtuale, perché integrata nel reale analogico, di cui è continuazione in punta di dita. E in questa realtà virtuale-digitale, non diversamente da quanto sottolineato da Flusser, immagine e testo funzionano assieme, con il primato delle prime sul secondo. Basti pensare a come, nella cultura dei manoscritti, le miniature fossero per lo più ancelle decorative alla primarietà del testo scritto. Diversamente oggi, nel mondo dei social media, sono più spesso le parole a configurarsi come mera didascalia di un’immagine. Ma in questo contesto così difficile da circoscrivere e descrivere proprio perché in divenire, cosa c’entrano ebraismo e memoria? Per districare le connessioni, torniamo all’intervista di cui sopra (visibile qui).

Più vecchio divento, più divento ebreo.” A partire da una formazione di ebreo assimilato, a suo dire non uso all’educazione e alla pratica ebraica, Vilém Flusser riflette sulla sua personale comprensione dell’ebraismo. Nella sua percezione, la chiave per comprendere l’essenza del giudaismo (soprattutto a confronto con il cugino cristianesimo) sta nella concezione della morte. Il vero tratto distintivo, tra giudaismo e cristianesimo, non è, secondo Flusser, l’avvento o meno di un messia.

Quanto differenzia giudaismo e cristianesimo è piuttosto una diversa costruzione dell’immortalità. Per i cristiani nell’uomo esiste un qualcosa – l’anima o lo spirito – che sopravvive alla morte del corpo. Nell’ebraismo, invece, tale concetto di immortalità è ancora più immateriale, dal momento che l’immortalità ebraica si manifesta nella sopravvivenza nella memoria altrui. L’immortalità è dunque una relazione concettuale co-dipendente: da una parte, l’immortalità di ciascuno dipende dalla memoria dell’altro e, dall’altra, quello stesso ciascuno è a sua volta responsabile dell’immortalità dell’altro attraverso la propria memoria. Un esempio lampante di questa interazione si trova nell’espressione che accompagna la menzione dei defunti zikhronò li-vrakhà (abbreviato in z”l o ז״ל), “il suo ricordo sia di benedizione”: nell’invocare la benevola memoria di chi è mancato, ci si rende per l’appunto autori attivi del suo persistere dopo la morte.

Se, nell’interpretazione di Flusser, l’ebraismo si contraddistingue per un’idealizzazione attiva della memoria quale antidoto alla mortalità come oblio, l’universo creato dalla rivoluzione informatica non può che configurarsi come una sorta di utopia ebraica. In altre parole, la memoria sintetica di dati digitali, fruibili con un click, in quanto estensione collettiva della memoria umana, sembrerebbe realizzare l’anelito ebraico alla sopravvivenza del passato nella menzione del presente.  Formulata al principio degli anni ’90, l’idea di Flusser appare certo all’avanguardia. Al giorno d’oggi, ciò che per ragioni cronologiche manca dal quadro tracciato dal filosofo è il soverchiante aspetto “social” della memoria informatica. Non parliamo cioè soltanto di digitalizzazione dell’informazione ma – soprattutto – di accessibilità (quasi) universale attraverso il world wide web e la sua recente svolta interattiva resa possibile dalla diffusione dei social media. Inserendo dati (che siano testi, immagini, suoni, video) il singolo utente partecipa alla creazione di una potenzialmente infinita memoria universale, della quale egli può far parte sia come soggetto (chi condivide un’informazione prodotta da altri) che come oggetto (chi è condiviso da altri come informazione).

Un’utopia realizzata quindi? Difficile rispondere in maniera univoca. E non solo perché la costante evoluzione dei linguaggi e dei mezzi in questione rende complicato tracciare un profilo corretto. Il cortocircuito si trova invece proprio nei contenuti di questa memoria informatica collettiva. Pensiamo al problema spinoso delle fake news o a ai deep fake, che pure sembrano essere solo un divertissement. Già, perché non tutti i dati che è possibile salvare e condividere nell’universo digitale sono veri. Non che le memorie ingannevoli e false non fossero un problema anche nel mondo pre-digitale. È qui allora che viene in aiuto uno strumento ben rodato nel corso della storia dell’umanità: la storiografia, ovvero il pensiero critico applicato all’interpretazione del passato. Non dobbiamo dimenticare, perciò, che nel coacervo di dati – veri e falsi – nel quale ci troviamo a nuotare costantemente si rende necessario comparare e discernere le informazioni che si condividono con il resto della società. La responsabilità individuale, dunque, non consiste semplicemente nel ricordare, ma anche nel fare storiografia quotidiana – ovvero apprendere e produrre criticamente informazioni. Per duplice beneficio dell’altro e di noi stessi.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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