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Der Körper, viaggio nell’umanità di Hitler

Una mostra basata sulle cartelle cliniche del dittatore propone un percorso di riflessione sul concetto di umanità, fragilità e Male.

Der Körper, il corpo. Non un corpo qualsiasi ma quello di Adolf Hitler, esposto agli occhi del visitatore attraverso una rivisitazione artistica delle sue cartelle cliniche. È il progetto portato avanti da Antonello Fresu , psichiatra e psicanalista ma soprattutto artista che utilizza la multimedialità per esprimere la sua visione della storia. La mostra, che si inaugura il 26 gennaio alle 17:00 nella Sala dei Cervi di Palazzo Pio, a Carpi (Modena) è promossa dalla Fondazione Campo Fossoli.

Come è nata l’idea di una mostra sul corpo di Hitler?
Cercando in rete materiale per una mostra precedente, dedicata ai genocidi del Novecento, mi sono imbattuto in alcune immagini del cranio di Hitler. Sembravano quasi litografie, invece erano fotocopie effettuate negli anni ’50 con i primi macchinari disponibili. Ho scoperto così che a Houston erano conservate le radiografie originali, che fanno parte di una cartella clinica del dittatore messa assieme dall’FBI subito dopo la fine della guerra. Gli Americani erano ossessionati dall’idea che Hitler non fosse morto davvero, per cui raccolsero tutta la documentazione clinica su di lui, interrogando anche i medici che lo avevano avuto in cura, in particolare il suo curante Theodor Morell. Ho chiesto copia dell’intera cartella clinica. Le radiografie del cranio sono state riprodotte in grandissimo formato e sono la prima cosa che si incontra nel visitare la mostra. Sono terrificanti, ma è la nostra consapevolezza della disumanità del soggetto a renderle tali. Di per sé, sono uguali alla radiografia del cranio di un essere umano qualsiasi.

La mostra si sviluppa “per specialità”. Le teche contengono referti neurologici, gastroenterologici, dermatologici e così via. Che senso ha questo voyeurismo clinico?
La cartella clinica è dettagliatissima, vi sono elencati i numerosi farmaci che prendeva, i disturbi di cui soffriva … Ho scelto di far fare a medici di oggi un certificato diagnostico basato sui test dell’epoca. Lo scopo è semplice: dimostrare che il corpo del mostro non è diverso dal nostro. Non c’è niente che permetta di dire che lui era diverso da noi. Persino i referti psichiatrici e neurologici sono in fondo normali. I documenti dell’epoca descrivono i peli del petto, persino le sue flatulenze… Leggendoli non possiamo che identificarci con quel corpo che non era in buona salute. E in questo riconoscere l’umanità del corpo possiamo comprendere che il male, la mostruosità, non è disumana. È, potenzialmente, in tutti noi.

Non teme che questo messaggio possa essere troppo sottile e sfuggire al visitatore meno attento?
Non credo. La mostra è emotivamente molto esplicita. L’imperfezione del suo corpo è confrontata con immagini di architetture naziste, adunate… Il mito del superuomo e la volontà di potenza della cultura nazista sono, per me che sono psicanalista, una potente proiezione della sua umana frustrazione nell’essere imperfetto. Ci vuol poco, quando si è frustrati, a diventare dei mostri.

La mostra si conclude con una installazione che farà discutere: una ricostruzione sonora del battito cardiaco di Adolf Hitler.
Sì, è una scelta forte e provocatoria, me ne rendo conto. Avevo in mano gli elettrocardiogrammi di Hitler. Ho creato una installazione che, quando un visitatore entra nella stanza, attiva un elettrocardiografo dell’epoca e produce un pezzo dell’elettrocardiogramma. Nella stanza si diffonde il suono del suo battito cardiaco ricostruito sulla base del tracciato. Credo che il significato lo abbia capito bene il teologo Giuseppe Dossetti Jr che nel catalogo scrive: “Nella mostra si cerca di restituire vita a quel corpo, ricostruendo i battiti del suo cuore. È come se si dicesse che Hitler continua a vivere o, meglio, continua a vivere il male che ha trovato in lui così terribile manifestazione. Viene in mente l’ultima pagina del romanzo di Camus: il batterio della peste è nascosto negli anfratti della città, per ricomparire a suo tempo”.

Il timore, ascoltando la descrizione della mostra, è che possa sortire l’effetto opposto a quello desiderato e diventare una meta di pellegrinaggio per nostalgici del nazismo.
È un problema che mi sono posto e che si è posta soprattutto la Fondazione Campo Fossoli nell’accettarla. Ma sinceramente non credo che possa accadere, temo piuttosto il contrario. Non è una mostra storica, è un’opera artistica, una sorta di ostensione. Nel cattolicesimo l’esposizione delle reliquie dei santi serve a dimostrare che anche l’uomo comune, nella sua fragilità, può ambire alla santità. Io propongo una ostensione del corpo per dire che non bisogna essere speciali per incarnare il Male Assoluto. Ho accettato, però, anche in considerazione del tipo di pubblico che frequenta la Fondazione, tra cui le scolaresche, di preparare dei materiali didattici in cui il significato artistico della mostra viene spiegato in modo esplicito. Nell’arte contemporanea non si dovrebbe spiegare, ma comprendo la delicatezza del tema e la necessità di non dare adito a fraintendimenti.

 

Der Körper è a cura di Giannella Demuro ed è accompagnata da un catalogo con apparato iconografico e testi di Marco Belpoliti, Stefano Carta, Giuseppe Dossetti jr., Simona Forti, Fabio Levi, Marco Senaldi, Valerio Dehò.

È visitabile presso Palazzo dei Pio, Sala dei Cervi – Sala Cabassi, via Manfredo Pio, Carpi (Modena) dal 26 gennaio al 31 marzo 2019, solo il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

Daniela Ovadia
Membro del Direttivo, Redazione JOIMag

Ex Hashomer Hatzair , giornalista con formazione in neuroscienze, ha fondato e dirige l’Agenzia Zoe che si occupa di informazione medica e scientifica.


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