Cultura
Di canto in canto: “Davvero ancora verranno giorni” di Leah Goldberg

Una poesia da leggere e da ascoltare

“Come addolcire i giorni, se non coi canti. Come li addolciremo?” scrive il poeta israeliano Nathan Zach. E com’è vero. Mi sono interrogata a lungo su quale testo potesse offrirci un conforto in questi giorni difficili che tutti stiamo vivendo. Così difficili che in certi momenti nemmeno la bellezza sembra essere un appiglio abbastanza saldo per la nostra angoscia. Alla fine, però, la risposta è giunta più facilmente di quanto credessi, forse in maniera quasi ovvia. La mia scelta, infatti, non poteva che cadere su Davvero ancora verranno giorni di Leah Goldberg (1911-1970), un grande classico della cultura israeliana.
Non ho intenzione di scrivere un commento dettagliato al testo: sono sicura che chiunque la leggerà ne comprenderà benissimo il senso profondo. Di più: lascerà vibrare su di sé le minute sensazioni di speranza e di libertà che Leah Goldberg è riuscita a mettere su carta in modo così preciso e sorprendente. Desidero soltanto tracciare brevemente la storia di questa poesia, la quale è, di fatto, delle più celebri mai scritte in ebraico, grazie anche ai compositori Haim Barkani e alla cantante Chava Alberstein, che l’hanno trasformata in un successo musicale.

Leah Goldberg ha scritto e pubblicato la lirica in questione nel 1943, mentre in Europa la persecuzione degli ebrei e la tragedia collettiva della Seconda guerra mondiale si stavano ancora compiendo. Come molti altri della sua generazione, all’epoca la poetessa aveva già raggiunto la Palestina Mandataria da alcuni anni, guardando con dolore a ciò accadeva dall’altra parte del Mediterraneo. Ciò nonostante, il sentimento che domina la poesia non è l’angoscia, bensì un delicato amore per il cammino dell’esistenza, nella sua semplicità. Per la vita, che sa rinascere anche dopo la peggiore delle catastrofi.

Davvero ancora verranno giorni di perdono e di grazia
e te ne andrai per i campi? Come un ingenuo viandante vi camminerai,
il piede nudo carezzato da foglie d’erba medica,
ti pungeranno le stoppie e sarà dolce la loro ferita.

O forse con la massa delle sue gocce ti coglierà la pioggia battente,
sulle spalle, il petto, il collo e ti rinfrescherà il capo.
Camminerai per i campi umidi. La pace si spanderà in te,
come luce ai margini delle nubi.

Quieta respirerai l’odore dei solchi,
il sole vedrai nello specchio di una pozza dorata,
semplice sarà ogni cosa, e la vita: si potranno toccare.
E si potrà, si potrà amare.

Camminerai per i campi. Sola. Non ti lambiranno i roghi
di strade indurite dal terrore e dal sangue.
Il cuore limpido, ancora sarai umile e docile,
come un filo d’erba, come uno degli uomini.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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