Cultura
Tobia Ravà, o dell’arte trascendentale

La ghematrià e la Kabbalah Luriana, Umberto Eco, Fibonacci, l’uomo e il Covid-19 in una sintesi surrealista dell’armonia universale. Intervista all’artista, che domenica 5 aprile è stato ospite ai nostri JTalks

“I miei lavori sono come delle Haggadot dove ci sono immagini e un testo di spiegazione o paratesto. Le mie opere funzionano in modo simile: l’immagine ha a che fare con un testo che a sua volta la compone”, spiega Tobia Ravà, “quindi è possibile fare una lettura in due sensi”.
Pronti a salire sull’ottovolante? Si viaggia nella pittura linguistico-matematica di un kabalista del pennello, matematico della scultura, scienziato dell’interpretazione. O in altre parole, di un visionario surrealista che vola sulle ali dell’armonia universale. In un’intervista ghematrica. Perché a fare da guida è proprio la ghematrià, quel percorso della lingua ebraica basato sulla corrispondenza tra lettera e numero, facendo del testo biblico anche un testo matematico. Tobia Ravà è ospite dei JTalks Streaming edition oggi, domenica 5 aprile, alle ore 17: collegative su facebook e zoom!

“Il mio lavoro di artista è legare il percorso della ghematrià ai percorsi della matematica. Ho cominciato tra il 1996 e il 97, sviluppandolo in strade diverse, ma sempre lungo percorsi artistici in cui mi servo di matematica e linguistica”, continua Ravà, allievo di Umberto Eco che in occasione della sua tesi sull’interdizione visiva lo aveva spinto a studiare la Kabbalah Luriana. Un Big bang, per Ravà: quel testo apre le porte alla creazione del suo personale mondo di riferimento e di espressione artistica.
Come funziona la ghematrià?

“Le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico corrispondono ad altrettanti numeri, le prime nove alle unità poi le decine e le ultime quattro alle prime centinaia, spesso vengono accostate anche le lettere finali che in quattro casi si scrivono in modo diverso e si possono calcolare come diversi valori.
 La ghematrià fa parte di un percorso sia esoterico che essoterico e pur facendo parte della Kabbalah, quindi dell’ermeneutica mistica, ha determinato nei secoli un percorso estremamente razionale, che ha guidato fisici, matematici e scienziati”.

Per esempio?
“La Kabbalah Luriana ci ha portato dalla teoria del Zim Tzum alla teoria del Big Bang, come le ricerche di Newton si sono sviluppate per anni a cavallo tra fisica ed ermeneutica mistica attraverso la ricerca dei modelli matematici che regolano la natura. Così Alan Turing scopre il codice segreto tedesco (Ultra) attraverso un procedimento cabalistico di permutazione: TZERUF, che viene applicato sul primo rudimentale computer (Enigma) . 
La ghematrià è un potente sistema di interpretazione del testo biblico attraverso un percorso di equazioni, ovvero ogni parola può essere scoperta ed interpretata attraverso altre parole che hanno lo stesso valore numerico. Le parole hanno un loro valore oggettivo ed eterno ed è per questo che sostanzialmente l’ebraico è immutato nei secoli e nei diversi contesti geografici”.

Ecco, la teoria del Zim Tzum. Quanto l’ha influenzata?
“Il mio lavoro nasce dal secondo momento gnoseologico di Luria dove si parla appunto del Zim Tzum, il momento della creazione del mondo. Dio si rapprende esternamente per creare il vuoto che è parte di sé ma altro da sé perché è il presupposto della creazione. Che avviene tramite la rottura dei vasi: il materiale rappreso ai lati entra in dieci sefirot, i dieci grandi vasi, causando la rottura dei sette inferiori che scoppiano. Così viene creato il mondo, composto di microatomi che sono scintille di conoscenza, ovvero lettere e numeri. Poi c’è il terzo momento, che mi ha altrettanto affascinato, quello del Tikkun Olam, ovvero della riqualificazione dell’uomo, l’unico animale che lavorando su se stesso può elevare sé e l’umanità intera”.

Come traduce tutto questo nel suo lavoro di pittore e scultore?
“Sono vari i procedimenti che uso, spesso mi occupo di sequenze, in particolare quella di Fibonacci, ma anche quelle delle radici quadrate o dei numeri primi. Poi creo equazioni con parole che hanno lo stesso valore numerico, creando nuovi percorsi di senso nella matematica. Per esempio, se ho una parola di valore x, estraggo la radice quadrata di x oppure elevo x al quadrato e cerco parole dal significato attinente. Allora, prendiamo la parola ebraica Atid che significa futuro e che corrisponde al numero 484. Anche Chalomot, sogni, ha valore 484 e i sogni sono la proiezione del futuro. La radice quadrata di 484 è 22, numero totale delle lettere ebraiche e ghematrià di Yachad, insieme, e di Zivug, accoppiamento, unione sessuale. Se ne deduce che il rapporto sessuale è la radice quadrata del futuro“.

Le sue immagini emergono da un insieme di lettere ebraiche, come se sostituissero i puntini di Seurat. In qualche modo, la lettera diventa il minimo comun denominatore o il segno di base del figurativo. Quale rapporto ha l’immagine con le parole?

“Immagine, parole e numeri sono strettamente connessi tra loro. Ci sono alcuni filoni iconografici del mio lavoro, Venezia, il luogo in cui vivo, il mio mondo; luoghi forti dal punto di vista etico, come Gerusalemme; altri mondi, inclusi quelli più vicini alla matematica, dunque elementi geometrici o per esempio gli orologi metacroni, gli orologi dell’empatia che misurano il livello etico”.

I suoi studi su Fibonacci e sui numeri primi hanno anche un valore matematico, come le due Congetture di Ravà. Di cosa si tratta?

“La mia prima scoperta riguarda la sequenza di Fibonacci. Ho scoperto che ogni 24 numeri ricomincia la sequenza teosofica, cioè la somma delle cifre che compongono un qualsiasi numero riducendolo a unità. Si ritorna all’uno per una sottosequenza non in sommatoria ma uguale a se stessa. Questa mia piccola scoperta è stata verificata già alcuni anni fa da Federico Giudice Andrea. La seconda riguarda i numeri primi. Facendo il numero teosofico, cioè la somma delle cifre di ogni numero primo, 3 – 6- 9 non esistono. O meglio, il 3 esiste come secondo numero primo, ma la radice teosofica degli altri numeri primi non è mai 3, 6 o 9. Fermat e altri matematici sono arrivati alla stessa conclusione ma per via indiretta, mai in via lineare come ho fatto io. Queste due scoperte potrebbero avere una qualche utilità, ma per ora non la conosciamo”.

E dal punto di vista ebraico?
“Quella legata a Fibonacci acquista un senso dal momento che in ebraico il Kad, vaso o giara, è di valore 24, (Khaf 20 + Dalet4), quindi rappresenta il valore di un vaso cioè di una unità di misura nell’antichità. Il Tanach, la somma dei libri della Bibbia ebraica, è in 24 volumi. Inoltre abbiamo deciso di dividere il giorno in 24 ore, Ghevia, il torace, è di valore 24 e rappresenta il centro del corpo nell’uomo vitruviano e nella scomposizione leonardesca. Davide nel testo biblico si scrive DVD (Dalet 4 + Vai 6 + Dalet 4) = 14 quando è un giovane pastore e lavora con le mani, e la mano è Yad, 14, (You 10 + Dalet 4), appunto come la somma delle falangi di una mano (Koach, la forza è 28 e due mani come Yuchud = unificazione, 28, attraverso una stretta di mano). Quando David diventa re, acquista nel nome la You = 10, DVD diventa DAVID con valore 24 in quanto ha compiuto il suo percorso di riqualificazione terrena. In ogni caso se si trova una legge matematica sicuramente esiste la sua applicazione. Questi sono tutti minimi comune denominatori che consentono di scomporre le cose in elementi più piccoli”.

Un po’ quello che fa lei nella sua pittura.
“Ricostruisco percorsi concettuali. Per esempio la mia Fiborosa è una rosa in cui ogni petalo è la somma dei due precedenti, come nella sequenza di Fibonacci. Il mio Ponte di Rialto di Venezia è basato sue due tipi di sequenza diversi. La parte alta riguarda i numeri dopo la virgola del p greco; quella inferiore la sequenza dei numeri primi. Dunque il razionale (numeri primi) e l’irrazionale (3, 14), il cielo e l’acqua. Oppure ho fatto una Gerusalemme in cui ogni pietra della città vecchia è un concetto fondamentale della cultura ebraica. L’ho dipinta quando l’Onu ha votato per stabilire che Gerusalemme non è un luogo fondamentale per il popolo ebraico: paradossale!”.

Il paradosso non manca quasi mai nel suo lavoro, un surrealismo dell’armonia cosmica. È d’accordo con questa definizione?

“Spesso il mio lavoro è stato definito Concettualismo estetico, ma amo molto il surrealismo e ritengo di farne parte. Il mio surrealismo è filtrato da molta letteratura e da un percorso semiologico”.

Permette un gioco?
“Prego”.

Qual è la lettura ghematrica di Covid 19?

“Abbiamo a che fare con due numeri specifici, covid=122 e 19. Il palindromo ebraico di Covid è Dibuk, da Dabak che significa aderire, colui che si aggrappa. Dibuk, poi, è anche uno spirito maligno, nella cabala (quella popolare e folklorica, non la Kabbalah) è un morto che non è riuscito a salire in cielo del tutto, è un birichino con i viventi, anche un po’ ironico. Qui di ironico non c’è nulla, ma questo calcolo è anche quello di Ghilgulim, le ruote della metempsicosi, nella cultura hassidica come possibilità di vivere più vite per affinarsi. Ma non basta, 122 è anche il numero del vitello d’oro, Enel Ha Zahav, simbolo del perseguire cose vane e futili come le idolatrie contemporanee. Tzalav è una brutta parola, è l’impiccato, l’appendere, ed è sempre 122. Ma lo è anche Hasadim, la misericordia che si lega alla storia di Giobbe, Yov, di valore 19: la misericordia è la leva con cui Giobbe positivizza la sua condizione. Yov è l’amico di Dio e anagramma Oiev = nemico e di Yevavah = pianto … e 19 è un numero primo in base teosofica Alef… (9+1=10, 1+0 = 1) il che potrebbe significare che questa pandemia sia il gradino più basso di una scala di prove. Neghif è in ebraico il Virus che si può dire appunto anche così … ma Neghif è di ghematria 143 come Maiegal che vuol dire circolare; mentre Virus paradossalmente ha lo stesso valore 282 di Ruach Chaim spirito di vita, ma anche di Ezra = aiuto. I percorsi di lettura sono tanti”.

Ci sta lavorando?
“Ho già fatto tre quadri ispirati a questo, tra cui 1504. L’ora dello scudo temporale, il più emblematico in tempo di corona-virus, perché è un lavoro apotropaico in cui lo scudo cabalistico preserva e circonda gli orologi che in fusi geografici diversi cercano di evitare l’alito pestilenziale del piccolo varano che però si mimetizza nella texture (nella foto in alto, ndr)”.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *