Hebraica
Dialogo sul Cantico dei Cantici

Intervista a Piero Capelli, docente di lingua e letteratura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, curature e traduttore dell’edizione edita da Ponte alle Grazie

Lo scorso novembre l’editore Ponte alle Grazie ha pubblicato, nella collana Poesia, una nuova traduzione italiana del Cantico dei Cantici, il più recente e – a suo modo – attuale dei libri che compongono la collezione biblica. Ne parliamo con il curatore della versione, Piero Capelli, docente di lingua e letteratura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, traduttore e consulente editoriale.

Cominciamo con una contestualizzazione storica e letteraria del Cantico dei Cantici, in ebraico Shir ha-shirim. Con che testo abbiamo a che fare, in termini di contenuto, genere, datazione e localizzazione?
Per come lo leggo io – sulla scorta di una tradizione critica recente – il Cantico è una raccolta di epigrammi erotici di tipo ellenistico, scritti in ebraico da un autore solo, e nella stessa epoca in cui poeti della Palestina ellenistica ne scrivevano di perfettamente analoghe ma in lingua greca. Penso alle raccolte di poesia erotica di Meleagro e di Filodemo, che sono confluite nei libri cosiddetti erotici dell’Antologia Palatina. Entrambi questi poeti erano di Gàdara, una città ellenistica situata nell’odierna Giordania, appena centoventi chilometri a nord-est di Gerusalemme. Se tra il II e il I secolo a.e.v. si poteva scrivere poesia erotica in greco a Gàdara, lo si poteva fare anche in ebraico a Gerusalemme. Oltretutto, il Cantico e le liriche di Meleagro e Filodemo attingono evidentemente a una stessa tradizione poetica (quella degli Idilli di Teocrito, a cui attingerà, tra molti altri, anche Virgilio) e a uno stesso repertorio di immagini e di metafore. Per indicare la portantina di re Salomone, nel Cantico si prende addirittura in prestito un termine greco.

È indubbio che, data la tematica sistematicamente erotica, il Cantico costituisca un unicum all’interno della Bibbia. Non dimentichiamo che, assieme al libro di Ester, è l’unico testo della scrittura a non fare menzione del nome divino. Qual è allora la sua posizione all’interno di quello che diverrà il canone biblico ebraico?
Già nella tarda antichità il Cantico veniva letto, sia dagli ebrei rabbinici sia dai primi cristiani, come un’articolata allegoria dell’amore di Dio per Israele, o di Cristo per la Chiesa. È grazie a questa scelta esegetica che questo piccolo libro erotico è entrato a far parte delle Scritture sacre di entrambe le religioni. Oggi, nell’epoca della secolarizzazione e del cosiddetto “disincantamento del mondo”, il Cantico continua a parlare come poesia d’amore in cui un Lui e una Lei (o, se vogliamo, un Io e un Tu) si cercano e parlano del proprio reciproco desiderio, in un linguaggio sorprendentemente esplicito, e quindi assai immediato anche per i lettori di oggi. Se si vuole, dietro a questa ricerca reciproca, dietro a questa voglia che è prima di tutto la voglia che un corpo ha di un altro, ci si può anche vedere Dio, così come – sempre a volerlo – lo si può vedere dietro a tutte le cose umane. Un mio conoscente ebreo credente dice che la Scrittura è “opera della parte divina di esseri umani”, ed è un’idea che trovo molto bella. Ma vedere Dio tra le righe del Cantico, a mio parere, non è indispensabile. Tanto più che, come ha ricordato lei, non vi è nominato mai (se non in un solo versetto, e solo per una correzione introdotta deliberatamente dai copisti ebrei medievali).

Nella ricezione del testo, sia ebraica che cristiana, si è fortemente affermata l’interpretazione teologica di quello che a prima vista è una pièce di letteratura erotica. L’amore tra l’amato e l’amata come unione sacrale tra Israele (o verus Israel nel caso cristiano) e il suo dio. Quali sono, in breve, le tappe di questa trasposizione da amor profano ad amor sacro?
Sia nel canone ebraico sia in quello cristiano, il Cantico è collocato fra i libri poetici e sapienziali. Questo perché, come dicevo, si era scelto di leggerlo non come rappresentazione di amore umano, ma come allegoria di un rapporto soprannaturale rappresentato in termini matrimoniali: di volta in volta, il matrimonio “mistico” di Dio con Israele, o quello del Verbo divino incarnato con la Chiesa, o quello di Dio con l’anima dell’uomo. Questa ermeneutica sacralizzante cominciò nell’ebraismo rabbinico nel II secolo e.v. (un rabbino autorevole, ‘Aqiva, diceva che il giorno più importante nella storia di Israele era quello in cui a esso era stato rivelato il Cantico) e in quello cristiano almeno nel III secolo con il commento di Origene. Nel contempo, si prese ad attribuire la paternità letteraria del Cantico a Salomone, il re sapiente per eccellenza, così come si era fatto con altri testi ebraici anche teologicamente ardui (penso a un manuale di scetticismo religioso come il Qohelet), che così poterono essere inclusi nel canone delle Scritture sacre. Infine, in una tradizione testuale ebraica medievale, l’espressione «le sue fiamme» (cioè le fiamme di Amore, al versetto 8,6) venne mutata in «la fiamma del Signore» semplicemente aggiungendo uno spazio all’interno della parola. A questo punto, la spiritualizzazione e la sacralizzazione di questa raccolta di epigrammi e idilli erotici erano compiute.

È difficile non parlare del Cantico dei cantici senza fare riferimento all’originale lettura tracciata dal già menzionato Giovanni Garbini nella sua traduzione del 1992. Shir ha-shirim come “dialogo d’amore” (per dirla con Leone Ebreo) dove ahavah, amore, assurge platonicamente a canale preferenziale di relazione con il divino in un contesto culturale e religioso fortemente in debito e in dialogo con l’ellenismo. Qual è la sua posizione scientifica a riguardo? Ancora su ahavah: cosa si nasconde, nelle pieghe del testo, dietro al termine ahavah, “amore”, come esperienza umana o come idealizzazione concettuale?
A Garbini sono debitore dell’idea generativa della mia traduzione, quella che il Cantico dei Cantici sia una silloge di poesia ellenistica idillico-erotica scritta in ebraico anziché in greco (una “poesia fatta di poesie”, come ne legge brillantemente il titolo il mio collega Saverio Campanini). Penso però che Garbini si spingesse troppo in là nell’interpretare il Cantico come una specie di trattatello poetico sull’amore in senso platonico. Tanto più che la sua lettura era un’ipotesi costruita su altre ipotesi, perché si fondava su emendazioni congetturali del testo che la tradizione del testo stesso non rendeva necessarie. Per esempio, al versetto-chiave 8,6, «Amore è potente come Morte», Garbini correggeva il testo in «Amore è più potente di Morte». L’ebraico è invece perfettamente chiaro e non problematico (anche le traduzioni antiche sono tutte concordi). Insomma, per dirla con un detto rabbinico, la lettura platonica dell’Amore nel Cantico data da Garbini era una “montagna appesa a un capello”. Credo che al senso vero di ahavah nel Cantico, e in quel versetto in particolare, sia andato molto più vicino Freud con la sua teoria di Eros e Thanatos. Dire che «Amore è potente come Morte» significa essere consapevoli che l’amore e il sesso sono forze ambivalenti, instabili, sempre in bilico tra una potenzialità creatrice e una distruttrice. Come i due poli di una pila, tra i quali si catalizzano e scorrono energie sempre nuove, che alterano gli equilibri consolidati tra le persone e li trasformano in equilibri nuovi ma anch’essi dinamici e mutevoli. Che è, tra l’altro, un’idea già presente in altra letteratura greca precedente al Cantico, e perfino in certa poesia ebraico-ellenistica scritta in greco nell’Egitto romano. Insomma, «Amore è potente come Morte» non è affatto la frasetta da Bacio Perugina che noi pensiamo che sia.

Shir ha-shirim è un canto a due voci, una delle quali è – inusualmente – femminile. Si tratta di un semplice espediente letterario o s’intuisce qualcosa di più? Cosa possiamo dedurre, con fedeltà filologica e storico-critica al testo, riguardo all’immagine della donna offerta dal Cantico?
Aspettarsi un’articolata “immagine della donna” da una raccolta di una ventina di brevi liriche erotiche è forse chiedere troppo. Ma credo che la Lei del Cantico sia il personaggio femminile più poeticamente autonomo di tutta la letteratura biblica. I suoi sentimenti per il suo amato e il suo desiderio fisico per il corpo di lui sono descritti proprio come quelli che Lui prova per Lei, e posti sullo stesso piano. Tra i due non c’è gerarchia di genere, non ci sono aspettative matrimoniali istituzionali. Sono due che hanno voglia l’uno dell’altra e l’altra dell’uno, e basta. E si comunicano questa voglia reciproca usando le stesse metafore erotiche, metafore ancor oggi sorprendentemente espressive, perché rispetto all’esplicito l’allusivo è sempre più espressivo, e più eccitante.

Per concludere, a chi si rivolge questa iniziativa editoriale di traduzione? E, dal suo punto di vista, cosa significa, oggi, tradurre un classico ebraico come il Cantico dei Cantici?
La mia traduzione, e il breve saggio con cui l’ho accompagnata, si rivolgono semplicemente a qualunque lettore curioso. Tradurre un classico, poi, significa sempre “ritradurre”, che è un lavoro magari non necessario, e del Cantico ci sono comunque in giro traduzioni più belle della mia (mettersi in gara con quella di Ceronetti, per dire, significa essere sconfitti in partenza). Posso dirle al massimo che cosa tradurre il Cantico abbia significato per me. È stato il pagamento di un debito di fedeltà a un testo che in origine non sentivo profondamente affine ma che interessava al mio pubblico e ai miei studenti e che quindi ho letto, studiato e insegnato per anni. E alla fine mi ci sono affezionato. Un po’ come quelle ragazze single che ci vengono presentate dalle loro amiche già fidanzate e che sulle prime magari manco ci piacciono tanto ma con cui finiamo per fidanzarci lo stesso. Poi magari un po’ di corna si finisce per farsele: io con altri autori biblici, il Cantico con altri traduttori. Succede, nei rapporti di lunga durata [ride]. Ma seriamente, il Cantico, sacro o profano che sia, col suo erotismo così diretto è il libro della Bibbia ebraica che riesce a parlare più immediatamente anche ai lettori millennial. E per capire meglio noi stessi, laici o religiosi che siamo, di Bibbia ebraica ne dovremmo tutti leggere tanta di più.

 

Il Cantico dei Cantici, a cura di Piero Capelli, pagine 72, euro 6,90

 

 

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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