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Dieci motivi per stare con Liliana Segre e sentirsi come lei

Liliana non è sola. Dietro di lei ci siamo tutti noi. Ma c’è chi la vorrebbe isolare…

Si muore, giorno per giorno, quando si è abbandonati a sé, ossia lasciati soli nelle propria battaglia civile. Si muore più per indifferenza che per diffidenza. Lo avevano capito (e detto) i magistrati che lottano contro la mafia, denunciando l’aspetto sociale, laddove vi è conformismo e sostanzialmente consensualità, rispetto all’agire della criminalità organizzata. Al netto di tutte le radicali differenze che possiamo riscontrare tra un sistema di organizzazione territoriale di interessi camorristici e lo scenario politico nel quale da tempo viviamo – il quale, fino a prova contraria, rimane inserito dentro una cornice di democrazia sociale e partecipativa – qualche parola su Liliana Segre dobbiamo pure dirla. Lo facciamo per punti, così forse ci possiamo meglio intendere:

1) Liliana non è sola. Dietro di lei ci siamo tutti noi. Ma c’è chi la vorrebbe isolare, affermando che quanto va facendo sia il prodotto di un piano preordinato, quello di una «parte» politica contro la restante. Di una tale intenzione manipolatoria, la senatrice sarebbe quindi la consapevole o inconsapevole portabandiera, strumentalizzando o facendosi strumentalizzare. Questa lettura è inaccettabile, moralmente prima ancora che politicamente. Se qualcuno ritiene che lottare contro il pregiudizio sia un atto di parte, se ne assuma le responsabilità, senza nascondersi dietro paraventi di comodo;

2) il punto, che per nulla è accetto da chi intende rifiutare l’impegno di Liliana, è che nel suo lavoro parlamentare il suo vero obiettivo non è la lotta contro un generico fenomeno, e neanche contro uno specifico evento, ma nei confronti di quell’«odio» che costituisce il terreno di saldatura tra razzismi, intolleranze e autoritarismi. A partire dal web. In questi caso, separare l’antisemitismo da tutto il resto è un errore fatale. Poiché l’una e le altre intolleranze si alimentano reciprocamente;

3) così facendo, rivendica il carattere universale del suo impegno, non cadendo nella trappola del particolarismo identitario, che le è del tutto estraneo. In una tale veste, non si esprime quindi esclusivamente come esponente dell’ebraismo ma in quanto persona che, legata all’esperienza storica dell’ebraismo, parla ad un’intera collettività, prescindendo da identità e appartenenze preesistenti, ancorché del tutto legittime. Poiché le democrazie arrancano – e poi declinano – quando singoli gruppi sono bersagliati nell’indifferenza della maggioranza. La quale, lasciando fare, viene poi trascinata nell’abisso che nel mentre viene scavato intorno ad essa, con la compiacenza dei conformisti di turno;

4) la vera posta in gioco, oggi, è la lotta per la conquista del senso comune, ossia per l’insieme di pensieri, idee ma anche saperi e cognizioni che orientano l’agire collettivo: in una democrazia il confronto è sempre aperto ma non può prescindere dal riconoscersi in principi di umanità, senza i quali la democrazia medesima si riduce ad un simulacro. C’è chi sta soffiando il fuoco contro questa fondamentale cornice di regole e valori. Non è il problema di una parte politica ma di un segmento della collettività che sta involvendo in una crisi profonda. Parlare di «odio» ci riporta a questo frangente, probabilmente destinato a durare sul lungo periodo. Bisogna attrezzarsi, per saper come rispondere insieme ad un tale declivio;

5) la banalizzazione storica e politica, che fa da contorno ad una parte dei discorsi contro l’istituzione della Commissione parlamentare di cui la senatrice si è fatta prima firmataria, a volte formalmente rispettosi almeno di un limite di decoro condiviso, altre volte – invece – sbracati ed osceni, come succede nel web, è il male etico contro il quale dobbiamo adoperarci. Le democrazie non muoiono per eccesso di idee ma per conformismo asfissiante. La Commissione di indirizzo nella ricerca e nell’indagine sull’hate speech, come sui fenomeni ad esso connessi, non ha nulla a che fare con la prescrittività di condotte e comportamenti, e meno ancora su potenziali censure rispetto alla libertà di pensiero e di sua manifestazione. La Commissione deve semmai contribuire a ristabilire modalità di comunicazione che non siano pregiudicate aprioristicamente dal furore del risentimento, della rabbiosità senza altro sbocco che non sia l’avversione e la sopraffazione. In questo la Commissione è e fa politica, non in altro;

6) Liliana non dismette il suo essere cittadina. Non fa politica di professione, semmai fa professione di politica: come italiana, europea, cittadina di un mondo che sta cambiando ma nel quale intende lasciare un’impronta da trasferire ad ognuno di noi. Stiamo con Liliana poiché siamo figli di una storia che sentiamo come nostra: nelle tragedie del Novecento, attraverso la sua testimonianza, non vediamo solo l’annichilimento delle vittime ma anche la sconfitta dei carnefici. La sua testimonianza parla non solo anche per noi, che quelle vicende non abbiamo vissuto ma di cui ci facciamo carico, ma anche di quanti tra di noi (e di coloro che ci circondano), qualora non sapessimo invece capire qual è il suo effettivo significato civile, morale e culturale. Un lascito che va al di là del fatto storico e che coinvolge il nostro essere italiani, europei, individui che sono e vogliono rimanere liberi;

7) non è tollerato il suo essere donna, la sua carica femminile che non si evidenzia con dichiarazioni di principio bensì attraverso condotte di fatto. Liliana ha un solido percorso familiare, che le permette di riflettere e scegliere come donna, madre, nonna. Dopo molti anni dall’irreparabile offesa che subì, facendo forza proprio su questo contesto privato, ha iniziato a raccontare quello che le successe. Il suo resoconto della disumanità (cui erano costrette le vittime ma dentro la quale precipitavano gli stessi carnefici, interiormente depravati poiché deprivati di moralità) non prescinde mai dalla discorso sugli antidoti che pur esistono e che appartengono alla collettività consapevole dei suoi diritti  e dei principi comuni di giustizia. Ciò che di Liliana Segre è maggiormente odiato è proprio la sua pervicace volontà di rimanere un essere umano, capace di capire e di raccontare. Una cosa molto diversa dal “perdonare” e contrapposta al “dimenticare”, mettendo magari la polvere del passato sotto il tappeto della coscienza. Qui parliamo al posto di quelle ceneri, poiché non hanno più voce. Ma vogliamo dare voce anche a chi – oggi – non può parlare di sé, del suo presente, della sua sofferenza;

8) si sta con Liliana anche perché in certi tornanti storici ci si deve contare: non per escludere, ma per non finire – prima o poi – esclusi. Noi ci alziamo in piedi e applaudiamo al posto di quei parlamentari (che dovrebbero comunque rappresentarci) che invece non lo hanno fatto, quando ne sarebbe valsa la pena;

9) si sta con Liliana perché ci piace sentirci liberi e solidali. Chi non abbia problemi a camminare con le sue gambe, ossia affidandosi alla sua coscienza, non deve avere remore. Non fa un atto di parte ma, piuttosto, di ricomposizione tra tante parti. È un esercizio di pluralismo, di diritto alle diversità nel contesto di un’eguaglianza di principi e regole;

10) si sta con Liliana poiché lei ci spiega che la sofferenza senza sbocco, priva di interlocutori capaci di farsene carico, rischia di trasformarsi in insofferenza generalizzata. Il silenzio, come dicevamo in esordio, uccide al pari e più della tracotanza degli assassini, della memoria come dell’umanità.

Lunedì alle 18.30, appuntamento in piazza Safra, davanti al memoriale della Shoah, per la manifestazione Milano non odia. Insieme per Liliana
 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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