Cultura
Donald e Michael: una poltrona per due

Trump e Bloomberg hanno in comune un concept: fare degli Stati Uniti ciò che sono riusciti a fare di se stessi

Se per Donald Trump si tratta ancora di «Make America Great Again» per Michael Rubens Bloomberg la questione è invece di «ricostruire l’America» («Rebuild America»). Così, almeno, ha dichiarato quest’ultimo sul suo sito, annunciando la “scesa in campo”, ossia l’intenzione di contendere la presidenza degli Stati Uniti al tycoon televisivo repubblicano.

Dovrà ottenere la nomination per le presidenziali dal partito di riferimento, quello democratico, con il quale intrattiene da sempre relazioni discontinue (avendovi militato per un primo periodo, per poi passare a quello repubblicano, in seguito abbandonato per fare l’«indipendente», tornando infine sui suoi passi). Di certo Bloomberg non si risparmierà. A partire dagli investimenti per la campagna elettorale, Già in questi giorni, infatti, una ventina di Stati americani hanno “beneficiato” di una pioggia di spot celebrativi, che evidenziano le virtù del futuro concorrente. Bloomberg parrebbe avere una strategia precisa: saltare a pié pari le primarie di febbraio, che si terranno laddove non è strategico vincere per aggiudicarsi la nomination, per concentrare invece il fuoco di tiro nelle sessioni successive, da marzo in poi, dove si fa la differenza, a partire dalla California. Come di prassi avviene nelle elezioni americane, la propria candidatura è presentata in una miscela tra messianesimo e funzione salvifica. Per Bloomberg si devono proteggere gli Stati Uniti dalla minaccia dell’avversario repubblicano, a fronte di uno schieramento democratico dove i frontrunner sono considerati troppo deboli per contrastare Trump.

Se quest’ultimo starebbe portando gli Stati Uniti verso un irreversibile declino, bisogna che intervenga la figura di genio e competenza per raddrizzare le sorti della “potenza imperiale”. Joe Biden sarebbe così moderato da risultare sbiadito, e quindi indistinguibile, mentre Elisabeth Warren e Bernie Sanders troppo radicali per essere graditi. In realtà, fatta la tara tra i diversi profili personali, Trump e Bloomberg condividono alcuni elementi. Il primo di essi è di presentarsi per ciò che sono, uomini di “successo” che, nel linguaggio americano, vuole dire che sono soprattutto ricchi. Il messaggio, neanche troppo implicito, è che si opta per uno di loro due a partire dalla premessa veterocalvinista della predestinazione all’affluenza. Se sono persone più che agiate, l’elettore non può non sentirsi rassicurato: faranno del Paese ciò che sono riusciti a fare di (e con) se stessi. In buona sostanza, il rimando per una parte degli elettori è sempre il medesimo, quella promessa che si fa imperativo dell’«arricchitevi!». Trump lo dice del mercato; Bloomberg lo dice del mercato temperato dall’intervento pubblico. Il secondo fattore comune è che entrambi si muovono nell’oramai infinito spazio delle comunicazioni, un mondo di segni, immagini, rappresentazioni che si è dilatato all’inverosimile in questi ultimi decenni, fino ad inghiottirsi parti della stessa realtà materiale e delle relazioni sociali.

Segnatamente, chi in Italia, si è mosso in tali termini è stato soprattutto Silvio Berlusconi, che già trent’anni fa aveva teorizzato lo spazio dell’informazione coniugato a quello dell’intrattenimento -l ‘infotainment – come il luogo in cui orientare l’elettorato, intendendo la politica essenzialmente come attività di marketing. Bloomberg, per parte sua, non è un ragazzino. Nato nel 1942, per oltre dieci anni, tra il 2001 e il 2013, sindaco di New York (in pratica al vertice di uno Stato a sé stante, con logiche, risorse e relazioni proprie; una «città globale», per usare l’espressione in voga nella sociologia), è ai vertici della classifica mondiale della ricchezza, occupando al momento il quattordicesimo posto, con una cinquantina di miliardi di dollari (58 miliardi, per la precisione, secondo le stime del novembre 2019), mentre Trump sarebbe “solo” 275mo, con 3,1 miliardi.

Questo secondo le stime elaborate da Forbes. Mentre l’attuale presidente si adopera da sempre nel mercato immobiliare il suo concorrente-pretendente, con la società Bloomberg LP, un gigantesco network di mezzi di comunicazione ed elaborazione dei dati, è attivissimo nel software per il mercato mobiliare. Ai suoi terminal operativi, la cui iscrizione costa decina di migliaia di euro l’anno, un grande numero di addetti ai mercati finanziari si approvvigiona in tempo reale di notizie strategiche sull’andamento sussultorio delle borse e delle contrattazioni speculative. Chi la conosce, tuttavia, afferma che la Bloomberg LP sia una vera e propria multinazionale del trattamento delle informazioni, contando su circa 3mila operatori, perlopiù giornalisti, professionisti che producono migliaia di articoli ogni giorni diffusi poi in 120 paesi.

Le testate interessate sono circa quattrocento. Di fatto Bloomberg è una sorta di concentrato ad ennesima potenza della costruzione e circolazione dei dati di informazione. Così facendo, è parte integrante della costruzione della realtà economia, ovvero quell’insieme di percezioni e convinzioni che influenzano i flussi finanziari, le decisioni strategiche, le condotte di breve e medio periodo. Se Trump è strafottente, Bloomberg è potente. Anche per questo l’ipotesi di “asfaltare” l’esponente repubblicano, descritto come un parvenu, alle prossime presidenziali, senz’altro lo arride e galvanizza. A volere dire: consegnamo di nuovo il potere a chi per davvero lo genera e lo alimenta.

Si può tuttavia stare certi che Donald The Duck non si farà tanto facilmente sfilare la poltrona, avendo in serbo già un’ondata di Tweet, e non solo quelli, da scagliare contro il futuro avversario. Bloomberg accarezzava l’idea di una sua candidatura alla presidenza da tempo. Nato a Boston nel 1942, da una famiglia i cui nonni erano ebrei russi, dopo avere frequentato la John Hopkins University nel 1964 si è laureato in ingegneria elettronica. A corredo del suo indirizzo di studi originario, ha poi aggiunto un master in Business Administration alla Harvard University. Il trinomio tra dati, velocità del loro trattamento e valore economico in buona sostanza non gli è mai stato estraneo. Nel 1973 diventa socio della Salomon Brothers, la banca d’affari e d’investimento che sarebbe divenuta poi  nota ai più trent’anni dopo, a seguito di una serie di spericolate operazioni finanziarie che avrebbero portato alla cessazione formale delle sue attività, nel mentre già cannibalizzate da altre società d’intermediazione. Negli otto anni in cui vi lavora (nel 1981 verrà liquidato, non prima però di ottenere una decina di milioni per la risoluzione delle sue spettanze) Bloomberg si impratichisce, con ottimi risultati, sia nel trading azionario che nello sviluppo di sistemi di elaborazione dei dati. Negli anni Ottanta, quelli di Ronald Reagan e della sua «Reaganomics» – la miscela di politiche economiche liberiste fondate sulla riduzione dell’intervento dello Stato; sulla compressione della spinta fiscale soprattutto a favore dei ceti medio-alti; sul rafforzamento dell’offerta monetaria in funzione anti-inflattiva e sulla contrazione del sistema di norme pubbliche che regolano i movimenti economici – l’ancora giovane imprenditore si adopera con una sua società, l’Innovative Market System, la cui mission è di vendere, possibilmente a caro prezzo, informazioni su beni, risorse e transazioni da utilizzare in tempo reale nei crescenti processi di intermediazione finanziaria. L’intuizione, che si fa sistema, risulta ben presto vincente. Già nel 1982 la Merrill Lynch, grande banca d’investimento newyorchese, firma un primo contratto con quella che dal 1987 sarà poi conosciuta come Bloomberg LP. Da allora in poi sarà un crescendo continuo, che non verrà scalfito neanche dalla grande crisi mondiale a cavallo tra il 2006 e il 2009, con il crollo dei mercati dei subprime.

All’attività economica Bloomberg ha alternato (ed interconnesso) l’impegno politico e quello filantropico. Nel primo caso si è disegnato una peculiare fisionomia terzista, ovvero sospesa tra il partito repubblicano e quello democratico (che ricalca quella assunta da un altro miliadario impegnato in politica, il texano Ross Perot, che concorse alle presidenziali del 1992 e del 1996). Nei fatto si è spesso pronunciato e comportato come un liberale, rifiutando tuttavia sia il radicalismo liberal presente nel Democratic Party che il pronunciato conservatorismo di molte componenti del Grand Old Party. Al netto dei calcoli d’interesse, legati alla remuneratività di consensi che così facendo ritiene a tutt’oggi di potere raccogliere, Bloomberg ha sempre vissuto a contatto con le realtà urbane e metropolitane statunitensi, assimilandone il cosmopolitismo, soprattutto sulle questioni legate ai diritti civili. Ma anche sui temi dei diritti sociali. La sua prima elezione a sindaco, nel 2001, come successore del repubblicano Rudolph Giuliani, si è peraltro giocata su un imponente investimento di risorse economiche nella campagna elettorale. Quella del 2005 è stata poi seguita dall’abbandono ufficiale del partito repubblicano. L’immagine di «indipendente», ovvero di libero battitore, risultava assai più congrua alle sue ambizioni. Tra di esse, quella di proseguire nel mandato di Mayor, ottenendo una terza elezione (in deroga al limite di ricandidatura) nel 2009. In tale veste, è stato un sostenitore dell’elezione di Barack Obama. Tentato dall’idea di concorrere alle presidenziali del 2016 come indipendente, contro Trump a destra e Sanders a sinistra, all’atto della nomination di Hillary Clinton annunciò la sua desistenza. Una scelta chiaramente tattica, alimentata anche dall’erronea percezione che la candidata potesse vincere e di larga misura. Le cose, si sa, sono poi andate diversamente. In genere, tutte le volte che si è prospettata la sua candidatura in campo democratico, all’atto di declinare l’invito a prendere parte ha sempre affermato che «il campo dei pretendenti è troppo affollato». Così facendo, però, negli ultimi anni Bloomberg si è costruito l’immagine, sapientemente curata, di colui che, nel mentre osserva a distanza, veglia al medesimo tempo affinché la nomination non sia affidata ad un qualche “estremista”. Anche per tale ragione adesso ritiene di avere maggiore plausibilità – e quindi possibilità di un concreto successo – come candidato contro Trump, identificato invece come una iattura per gli Stati Uniti.

Su questo piano, oltre a potere esibire un blasone politico e culturale da democratico raziocinante, ovvero da «liberale sociale» (a favore dell’aborto e contro la diffusione delle armi; per un regime di Welfare evolutivo; attento agli effetti dei cambiamenti climatici; impegnato nello  sviluppo del sistema educativo; contrario alla politica muscolare sulle questioni dell’immigrazione; con uno stile pubblico di vita sobrio e così via), può giocare l’altra parte della sua figura pubblica, quella del filantropo di lungo corso sui grandi temi dell’ecologismo, della salute, dell’educazione a regime pubblico. Le innumerevoli attività alle quali si è dedicato in tale senso hanno concorso sia a consolidare la sua immagine di magnate benevolo e lungimirante che a tessere ed alimentare una solidissima rete di relazioni personali. Su questi elementi Bloomberg giocherà una parte importante delle sue carte, proprio per essere percepito dagli elettori come colui che più e meglio incarna quelle idee di compassionalità e di inclusività contro le quali, invece, Donald Trump si scaglia a ripetizione.

In realtà, così disponendo le cose, di fatto i due candidati giocheranno ad un ruolo di complementarietà oppositiva, ovvero ricoprendo due segmenti antitetici di elettorato per poi tallonarsi vicendevolmente sulla conquista degli indecisi. L’ex sindaco di New York calerà la carta della rappresentanza dei moderati, ossia di coloro che hanno timore che la riconferma di Trump sposti troppo a destra l’asse politico del Paese. C’è tuttavia un importante ragionamento da aggiungere, a questo punto della riflessione. Trump e Bloomberg se hanno molte cose che li dividono, tuttavia vantano anche diversi punti di contatto. Cose non da poco, per intenderci. Il primo tra di essi è che né l’uno né l’altro sono politici puri, ovvero soggetti che si siano dedicati interamente, o per buona parte della loro esistenza, all’attività istituzionale. Entrambi sono semmai uomini del business, in qualche modo cresciuti anche a contatto con la politica (con la quale hanno dovuto interloquire costantemente) senza per questo tuttavia farsi trascinare in essa fino ad esserne travolti. Quanto meno, fino al momento della massima candidatura, quella per l’appunto alla presidenza federale. La quale è intervenuta (o sta intervenendo, nel caso di Bloomberg) nel momento in cui le élite politiche tradizionali si sono dimostrate incapaci di fare fronte ai mutamenti che stanno attraversando la società statunitense.

Al netto delle retoriche sugli «imprenditori in politica», che farebbero meglio dei politici medesimi a prescindere, la presenza di candidati che sono abituati a ragionare, ad agire e a reagire secondo le logiche dell’economia finanziaria, immobiliare e della conoscenza, segna un netto cambio di passo. E forse anche di scenario. Sia Trump che Bloomberg sono uomini che lavorano sulla propria immagine molto di più di quanto non siano riusciti a fare quanti li hanno preceduti. Non è una mera questione di competenza personale, ovvero della scelta del candidato opportuno, al momento giusto. Semmai è qualcosa che rimanda alle trasformazioni che nelle società a sviluppo avanzato il campo stesso della politica, inteso come circuito dell’amministrazione dei beni pubblici, sta da tempo conoscendo. Con un’evidente contrazione del ruolo dello Stato nelle dinamiche sociali. E con lo sfiancamento di democratici e repubblicani. Poiché Donald e Michael sono entrambi sufficientemente eccentici rispetto alle oligarchie interne ai due partiti, trasformando questo elemento da dato di debolezza ad elemento di forza personale. Mentre Trump affida alla sua ruvidezza la credibilità del suo messaggio, che punta alla commistione tra isolazionismo, sovranismo e populismo per ottenere l’assenso del suo elettorato, Bloomberg senz’altro rimanderà al suo ruolo di modernizzatore consapevole, e misurato, quello che è la costruzione del personaggio pubblico che intende rivestire nel confronto con l’antagonista. Sarà una lotta senza esclusione di colpi, se ne può stare certi.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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