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Se l’identità ebraica si definisce in risposta all’antisemitismo

Di distinzione, di relazione con l’altro, di difesa e definizione di sé. Tra tradizione e attualità

Come ricorda Ben Judah su The Atlantic, non si può vivere la propria identità ebraica solo come risposta difensiva agli attacchi che, vuoi nelle fila del Labour inglese, vuoi in qualsivoglia altra compagine politica o settore della popolazione, vengono rivolti contro Israele (contro la sua esistenza in quanto stato ebraico, non contro determinate politiche governative).
Non possiamo – non è giusto nei confronti di noi stessi, sembra quasi dire, in tono accorato Ben Judah – vivere il nostro ebraismo in funzione dell’antisemitismo, con la rabbia e la paura che ciò comporta. Antisemitismo che in Francia, da tempo, non si limita più alla sola violenza verbale e che, non solo in Francia, è prodotto (forse causa) dell’antisionismo.
Il tema, dato il contesto politico europeo, sembra destinato a tornare. È di pochi giorni fa la notizia dell’invito (da parte del delegato del governo in materia di antisemitismo) agli ebrei tedeschi a non indossare la kippà. Per paura, vuoi della violenza neonazista, vuoi di quella islamista. E da qui, a seguito di alcune polemiche, l’appello – rivolto a ebrei e non – a indossare le kippot, a ‘essere’ ebrei, anche quando magari non lo si è. Dunque un ebraismo di difesa. La legittimità della risposta non è in questione. Tuttavia l’ammonimento di Ben Judah, è quello a “Don’t let your Jewish identity be defined by those who hate you”.

L’aspetto vitale dell’ebraismo
Del resto, al di là dell’antisemitismo contemporaneo, diversi rabbini italiani esortano da tempo a non ridurre l’identità ebraica in funzione della (pur doverosa) memoria della Shoah.
Interventi come questi sollecitano a vivere il nostro ebraismo non in funzione del ricordo delle persecuzioni subite o del timore dell’antisemitismo in atto. Non per risposta a un attacco dall’esterno, bensì per il diritto/dovere di essere se stessi. Sollecitazione salutare poiché invita a convogliare le proprie attenzioni sull’aspetto vitale dell’ebraismo. Il sé collettivo e individuale di ogni ebreo, potremmo dire, non è costituito solo in forma riflessa, a partire dallo sguardo dell’altro. Viceversa è costituito dalla Tradizione, anzitutto, nonché dalla cultura ebraica, in senso più lato.
Ciò detto l’idea che sia possibile vivere un sé ebraico a prescindere dallo sguardo esterno, e da chi di quello sguardo è portatore, è problematica. Anzitutto perché il sé ebraico si è costituito – a partire dalla sua genesi biblica, tra la terra di Ur e l’Egitto – attraverso momenti, anche conflittuali, di rapporto con l’altro. Dunque quando rivolgiamo lo sguardo a noi stessi ci ritroviamo a fare i conti con forme analoghe di “altro”: a partire dallo straniero (zar) per antonomasia, ossia l’idolatra (che pratica avodà zarà), padre di Abramo.
Certo, dopo l’uscita dall’Egitto la terra di Israele diviene il luogo dove vivere il proprio sé collettivo per instaurare quella che – ricordo – Haim Baharier chiama un’economia di giustizia, appellata tuttavia ad essere “luce per le nazioni”. Attraverso il compimento delle mizvot. Ed anche, più in generale, diventando paradigma di un’istanza di giustizia che porti ogni popolo, ciascuno secondo la propria lingua, a rompere con le rispettive forme di idolatria.
Si potrebbe accettare tutto questo e tuttavia sottolineare come ciò non comporti vivere il proprio sé-ebraico alla luce dello sguardo antisemita dell’altro. Pure questo sguardo, gravido di conseguenze, non è estraneo alla Tradizione. È lo sguardo di Amalek e dei suoi discendenti. È lo sguardo di chi, come Haman, voleva recidere Israele perché aveva una dat – una legge, anche se oggi tradurremmo con religione – differente.
Il problema di questa ostilità fa parte della Tradizione, è una domanda che abita il nostro “sé” ebraico, ed è per questo che quando vogliamo vivere questo “sé” non possiamo prescindere da rivolgere, a noi stessi, ad altri (ebrei oppure no) questo tipo di interrogativo.

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Il popolo “distinto”
Anche se non è l’antisemitismo (o prima l’antigiudaismo) a stabilire cosa significhi essere ebrei – né tantomeno a stabilire chi è ebreo, secondo le logiche pseudo-razziali dell’Inquisizione o dei fascismi europei – tuttavia vivere il proprio sé ebraico non può prescindere dal rapporto con chi è antisemita, con chi – cioè – accusa gli ebrei di essere un popolo “distinto”. Perché quella distinzione [kedushà] è parte della Tradizione. Con un significato, ben evidentemente, diverso da quello che l’antisemita (sovente oggi l’antisionista) gli attribuisce.
Da questo punto di vista rapportarsi all’antisemitismo non è solo un’esigenza politico-culturale che il proprio essere ebrei e cittadini dell’Unione Europea impone. È una questione che tocca le corde stesse dell’identità ebraica in quanto tale. E del resto le due cose (esigenza politica e identità) non sono slegate. Prendere sul serio lo sguardo ostile dell’altro non è (necessariamente) un modo di vivere un’identità ebraica difensiva. Piuttosto può essere un modo per iniziare ad affrontare il significato della prescrizione a essere popolo distinto (kadosh) con una sua dat (legge, religione).

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Il tema è dunque politico quanto teorico – come ha per esempio indagato Davide Assael nel suo La fratellanza nella tradizione biblica. Giacobbe e Esaù, 2014.
Quando l’ebreo risponde all’accusa antisemita non fugge, necessariamente, da sé, ma scopre che il proprio sé è abitato da una tensione, quella del rapporto con l’altro, e da una domanda: è possibile costruire un’identità – europea o, più in generale, umana – che non passi dalla richiesta di assimilazione dell’altro?

 

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, è dottorando a Bar Ilan. Di recente ha pubblicato per Poli-femo (2017) e Ars Interpretandi (2018) e nel volume collettaneo Il bias della razza (Durango edizioni 2018)


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