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Ebrei, religione, nazione

Chi e cosa sono gli ebrei? Costituiscono un gruppo religioso, etnico, nazionale? Identità e norma negli stati nazione, a partire dagli Usa di Trump

Chi e cosa sono gli ebrei? Costituiscono parte di un gruppo religioso, etnico, nazionale o cos’altro? Magari l’insieme di queste cose, oppure una miscela variabile, a seconda dei casi? Come vanno definiti, soprattutto da un punto di vista normativo, quando le leggi nazionali intervengono su quei cittadini che si riconoscono e qualificano anche in quanto tali? Quali sono poi la rilevanza e l’impatto, nei moderni Stati nazionali, delle appartenenze di gruppo? Si tratta di un fatto meramente privato, ricondotto alla sfera delle relazioni individuali, o deve incidere nell’azione pubblica, stabilendo delle linee di condotta normative e legali mutevoli a seconda delle «identità» attribuite o rivendicate?

A molti, evidentemente, interrogativi di tale genere non interessano più di tanto. Sul piano legislativo e legale, tuttavia, hanno la loro indiscutibile rilevanza. Anzi, hanno un’importanza strategica, soprattutto in paesi, come gli Stati Uniti, che sono il prodotto della stratificazione di molte (e continue) immigrazioni. Il titolo VI del Civil Rights Act (CRA) statunitense proibisce rigorosamente, nei programmi che ricevono il sostegno federale,  la discriminazione dei beneficiari sulla base della loro «razza, colore oppure origine nazionale». Tuttavia – a differenza di molte altre disposizioni antidiscriminatorie – non riconosce le ragioni di coloro che sono qualificati esclusivamente sulla base dell’appartenenza di religione. Ne consegue che se gli ebrei costituiscono una religione, non possano quindi essere riconosciuti dalle tutele previste dal CRA. Non almeno quando la definizione formale di «ebraismo» sia, almeno per diffusa convenzione, riconducibile alla mera sfera della confessionalità. Attenzione: non stiamo ragionando su come ci si qualifichi da sé (autodefinizione) bensì di come nella percezione comune prima, e nella statuizione normativa poi, un gruppo possa essere qualificato (eterodefinizione) quand’esso sia destinatario specifico di politiche pubbliche. La questione, qui non è già chi siano per davvero gli ebrei ma come vengano riconosciuti dalle amministrazioni legali. Già le presidenze di George W. Bush e poi di Barack Obama si erano adoperate per estendere le coperture antidiscriminatorie, comprese nel titolo VI, anche ai gruppi qualificati non su una stretta base religiosa ma comunque sulla scorta di «origini o caratteristiche etniche effettive o percepite del gruppo» o «cittadinanza o residenza effettiva o percepita in un paese i cui residenti condividono una religione dominante o una distinta identità religiosa». Per sciogliere il groviglio delle definizioni, applicando una versione aggiornata del Civil Rights Act, nella nuova versione si ha discriminazione se la tua religione (a prescindere dal fatto che tu  possa praticarla o meno), in quanto minoritaria, è parte integrante del modo in cui vieni definito e qualificato, pertanto subendo in ragione di ciò gli effetti di processi di esclusione sociale ed istituzionale.

La discriminazione antisemita diventa illegale ai sensi del titolo VI nella misura in cui si rivolge agli ebrei laddove essi siano percepiti, intesi e qualificati come gruppo etnico o nazionale con uno specifico background religioso. Complicato da capire? Sì, ma fondamentale per dare effettivo corpo a legislazioni antirazziste. Tutto a posto, quindi? No, per nulla. L’amministrazione Trump, in ciò seguendo a ruota gli esecutivi che l’avevano preceduta, ha dato disposizione, con un ordine esecutivo presidenziale, affinché le agenzie federali facessero propria la definizione di antisemitismo licenziata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). La questione si lega anche alle attività anti-israeliane, diffusesi in diversi campus americani, che nascondono – o parrebbero nascondere – dietro il legittimo diritto di critica alle politiche dei governi di Gerusalemme, impostazioni antisemitiche. Ne è nata una tempesta di critiche poiché non pochi analisti hanno voluto vedere nell’adozione degli standard IHRA il rischio che gli ebrei statunitensi possano essere considerati come una specifica nazionalità, come tale separata (o separabile) dal resto della popolazione. Con i problematici effetti che ne potrebbero derivare, almeno in prospettiva. Il problema, tuttavia, è che nel sistema normativo americano le tutele antidiscriminatorie comprese nel titolo VI richiedono, per essere attivate, di riferirsi ad una qualche nozione di nazionalità. Anche solo indiretta ed imprecisa, comunque discutibile tuttavia operante come definizione di senso condiviso.

Ma per una parte della società ebraica americana questa cosa fa tanto più rabbrividire se a deciderla è un’amministrazione presieduta da Donald Trump. Che è stato più volte accusato di coltivare pregiudizi, anche verso gli ebrei. Data non certo ad oggi la preoccupazione, presente tra gli ebrei americani, che qualsiasi «identità sillabata», ossia orientata su caratteri troppo peculiari e divisivi, possa costituire un terreno fertile per i razzisti. Per essere accettati come americani, ebrei e altri gruppi di minoranza dovrebbero essere semplicemente considerati americani, «senza se e senza ma».

Altro discorso è invece l’autodefinizione, questione che rimanda alle dinamiche individuali e di gruppo ma non a quelle istituzionali. Il timore, altrimenti, è che l’ordine esecutivo presidenziale emanato da Trump, nella misura in cui codifica la differenza ebraica nella legge americana, possa invece favorire l’odio antisemita. A prescindere dalle reali intenzioni dello stesso presidente. Anche qui, in altre parole, non si tutela il diritto all’eguaglianza partendo dalla particolarità degli individui, altrimenti discriminabili, definendoli proprio in base alla loro differenza, di nazione, di religione, di «etnia». Tanto più dal momento che non c’è alcun accordo sulla effettiva consistenza di tali qualificazioni. Un bel pasticcio, a pensarci: hai pari diritti, esisti come legittimo destinatario di politiche pubbliche di eguaglianza ma perché ciò possa funzionare debbo in qualche modo qualificarti per una tua “differenza”, reale o meno che sia. E tale differenza, a questo punto, lega religione a nazione. Un terreno fatto di sabbie mobili. Vi è poi un’altra preoccupazione, che accomuna una parte del mondo ebraico americano, invero non tutto: la possibilità che l’Amministrazione Trump possa piegare in futuro l’accusa di antisemitismo per finalità che poco o nulla hanno a che fare con l’effettiva lotta al razzismo, al pregiudizio e alle discriminazioni, usandola semmai per finalità di proprio interesse, manipolandone i contenuti. E qui si entra nell’universo Donald Trump. Di lui si è detto che “inciampi” troppe spesso sulle sue stesse parole.

Ovvero, che non riesca ad assumersi la responsabilità di ciò che va dicendo (in genere poi attribuendo, come di prassi in questi casi, all’altrui “fraintendimento” il peso di ciò che è stato pronunciato); oppure, nel caso in cui lo faccia, non sappia calcolare quali siano gli effetti di lungo periodo di una tale condotta. La presidenza di Donald Trump si è caratterizzata da subito per un atteggiamento pirotecnico: rottura dei tradizionali schemi di comunicazione; ricorso a quel linguaggio diretto, di senso comune, che sembra puntare dritto ad un obiettivo (quasi fosse un missile che deve colpire un target); indisponibilità alle mediazioni e così via. In realtà, lo stile comunicativo dell’inquilino della Casa Bianca è in stretto rapporto con la concezione dell’azione politica che la sua Amministrazione ha fatto propria fin dal 2016. Nel suo insieme essa implica il ricorso al bilateralismo, saltando a piè pari, laddove sia possibile, ogni ruolo residuo degli organismi intermediari; riduzione dei programmi politici ad una serie di slogan di facile comprensione tra il grande pubblico, come tali ripetibili e di immediata assimilazione; divisione tra sé e i suoi sostenitori – intesi come «autentici patrioti» – e il resto della società americana, soprattutto quella che non lo vota, descritta invece come un insieme di individui privi di carattere, quindi moralmente inferiori e potenzialmente pericolosi per la rinnovata “grandezza” del paese. I «liberals», disancorati dal cuore profondo dell’America, costituirebbero l’ossatura di una decadenza collettiva contro la quale, invece, Donald Trump, con la sua visione del «Maga», il «Make America Great Again», si impegna a combattere attivamente.

La revisione dei rapporti con le altre nazioni, a partire dai Big Players quali la Cina, e un ventilato isolazionismo rispetto a tutta una serie di dossier internazionali, sono allora funzionali all’idea che siano gli stessi Stati Uniti a doversi emendare dall’interno, ripulendosi di ciò che – altrimenti – ne decreta la decadenza presente e a venire. In questo ordine di considerazioni, che è presentato ad una parte dell’elettorato come un nuovo inizio, quello che dovrebbe garantirgli – dopo anni perduti dietro le follie dei «democrats», espressione delle aborrite élite tecnico-finanziarie – un nuovo status, un orgoglio di appartenenza e soprattutto una sicurezza per il proprio futuro, si imbastisce la narrazione delle vecchia e nuova Alt-Right. La cosiddetta «destra alternativa», di cui Trump non ne è un diretto esponente politico ma colui che ne ha tratto, al momento, i maggiori benefici della sua onda lunga, ha poco a che fare con i «neoconservatori», altrimenti ben presenti nell’Amministrazione Bush junior. Di essi, semmai, ha raccolto alcuni aspetti del Tea Party, altra area di opinione fortemente connotata a favore del liberismo, del populismo di destra e del conservatorismo tradizionalista.

Non priva, quest’ultima, di rimandi al “libertarismo”, ossia alla convinzione che l’unico uomo pienamente libero sia quello che non viene incapsulato dentro il sistema di regole e di vincoli federali, altrimenti dettati da Washington. L’Alt-Right, che arriva subito dopo il Tea Party, non costituisce a sua volta un movimento strutturato ma un flusso di opinione, che cerca i suoi ancoraggi più consistenti nel  web, nei social network, in Twitter. I fuochi ideologici dell’Alt-Right sono il rifiuto del liberalismo, laddove esso implichi il pluralismo e l’inclusività sociale; l’esaltazione del nativismo bianco (il cuore pulsante dell’America sarebbero soprattutto i maschi bianchi, di estrazione cristiana); l’avversione per le minoranza, a partire da quelle connotate per la rivendicazione della propria condizione e identità sessuale, ritenendo semmai che sia l’uomo bianco eterosessuale a costituire l’autentica vittima del terzo millennio, di contro alle «perversioni» omosessuali e alla minaccia del «gender» (il genere inteso non come appartenenza di ordine biologico bensì come costrutto e scelta culturale e sociale, dalla quale derivano condotte e comportamenti che, secondo i suoi critici, minaccerebbero la stessa «natura umana», basata invece sulla rigida divisione bipolare tra maschile e femminile); l’attenzione, quasi ossessiva, per la dimensione etnica delle relazioni sociali, nella quale l’angoscia da “contaminazione”, il fantasma dell’ibridazione, diventano gli elementi accomunanti di uno spirito che si vorrebbe di “rivincita” della propria «identità» nazioanle ma che da subito rivela i suoi caratteri di rivalsa sociale.

A pieno titolo un tale movimento di opinione si inserisce all’interno delle dinamiche innescate dai processi di reazione e risposta all’onda lunga della globalizzazione, ossia allo spaesamento e allo spiazzamento che essi producono. Dentro quello che, a ben guardare, è un calderone di stili e temi, entra in gioco anche una commistione irrisolta tra vecchie suggestioni antisemitiche e un acceso filosionismo, due atteggiamenti mentali che, in alcuni casi, sembrano, convivere addiritttura nelle medesime persone. In altre parole, alla diffidenza di antica matrice nei confronti degli ebrei, mai dismessa dai molti (poiché pee certuni l’antisemitismo è una vera e propria struttura portante nell’interpretazione del mondo, dei rapporti di potere, dei rapporti conflittuali, della stessa identità propria ed altrui) si accompagna un’ammirazione nei confronti dello Stato d’Israele, come esempio storico di determinazione rispetto all’obiettivo di fondo (la propria sopravvivenza) ma anche come risultato di una promessa millenaristica. In questo secondo caso, il peso che nelle amministrazioni americane, quanto meno da Jimmy Carter in poi, hanno assunto le componenti dell’universo evangelico, invero assai variegate al proprio interno come spesso tra di loro conflittuali, è un fattore ad elevata incidenza nel giudizio odierno su Israele. Laddove la commistione tra politica secolare e concezione trascendente dell’operato politico, si fa elemento dominante, incontrandosi con i conflitti aperti nell’arena mediorientale.

Il controllo ebraico delle terre della Giudea e della Samaria, in quest’ottica, travalica gli abituali confini delle contese territoriali, per divenire invece il concreto segno teologico – per meglio dire, di un ritorno della teologica politica – che segnerebbe indelebilmente la cristianizzazione del mondo. In quest’ottica, mutuata essenzialmente da una parte del mondo protestante di origine statunitense, lo Stato d’Israele sarebbe quindi da intendersi a tutti gli effetti come sola ed esclusiva Eretz Israel, una terra che incorpora in sé i caratteri della presenza del divino. I suoi ordinamenti terreni, amministrativi, politici, la sua organizzazione sociale costituirebbero quindi solo elementi di transito, fattori di passaggio e non la sostanza della sua ragione storica. Agli ebrei viene infatti attribuita una missione, quella di accelerare l’avvento del «Regno di Dio». Non è peraltro un segreto il fatto che i cristiani evangelici (ma forse sarebbe meglio usare le dizioni «evangelicalismo» ed «evangelicali, ossia coloro che si considerano «born again», rinati ad una nuova e salda fede dopo una vita in genere di dissolutezze o comunque di «oscurità», per l’assenza della «parola del Signore») concorrano a finanziare una parte delle spese dell’immigrazione ebraica in Israele, ed in particolare nei «territori biblici» (circa un terzo dei migranti per l’anno 2017, secondo la testata Ynetnews, avrebbe goduto di una tale partecipazione economica; considerazioni e computi similari possono essere estesi agli anni precedenti e a quelli successivi).

Le due maggiori organizzazioni che attualmente operano in tale senso sono la ICEJ, International Christian Embassy of Jerusalem, e la IFCJ, International Fellowship of Christians and Jews, in rapporti con l’Agenzia ebraica, l’istituzione che ha l’incarico di promuovere e gestire per conto delle autorità israeliane ed ebraiche l’immigrazione dei correligionari. Significativi sono poi i flussi turistici evangelicali dai paesi anglosassoni verso la «Terra santa», The Holy Land, qui doppiamente intesa come sito della rivelazione messianica (quindi cristiana) e come luogo della tradizione veterotestamentaria (quindi ebraica). Si tratta in realtà di un processo di movimentazione che ha tratti molto particolare, poco o nulla legati ai «pellegrinaggi» cattolici e del resto della cristianità e invece integralmente debitori di una concezione missionaria che l’evangelicalismo si attribuisce come sua finalità insindacabile e imprescindibile. Anche per questa ragione, che è in rotta di collisione con gli atteggiamenti e le posizioni altrimenti assunte dalle denominazioni cristiane storicamente presenti nella regione, a partire dai cattolici e dagli ortodossi, gli evangelicali hanno trovato alcuni punti di contatto con una parte della destra israeliana, a partire dal governo di Menachem Begin del 1977-1983 per arrivare all’attuale esecutivo uscente, presieduto da Benjamin Netanyahu. Al nazionalismo di questi ultimi, essenzialmente intrinseco a logiche proprie dell’ebraismo israeliano, e quindi per nulla debitore di processi di “cristianizzazione”, si è sovrapposto il missionarismo praticato dalle componenti evangeliche. Le quali, pur non operando direttamente in Israele come in Giudea e Samaria, intervengono tuttavia all’interno della dialettica dell’ebraismo nord-americano, usando inoltre il tema del conflitto israelo-palestinese, declinato in chiave messianico-apocalittica, per alimentare il confronto e lo scontro tra democratici e repubblicani, con il fine dichiarato di influenzare soprattutto gli equilibri interni al Grand Old Party.

Di fatto la presenza, ancorché dietro le quinte, di alcune organizzazioni di matrice protestante, prodotto dei Revival (i «risvegli») che hanno attraversato le società religiose anglosassoni, segna una grande discontinuità rispetto al tracciato culturale, politico e ideologico del tradizionale sionismo ebraico. Soprattutto sul versante della laicità delle istituzioni pubbliche, enfatizzandone semmai l’investitura di ordine teologico: Israele non sarebbe uno Stato come gli altri ma costituirebbe lo strumento divino per dare corso ai disegni in terra dell’Ente supremo. Primo tra tutti, la «salvezza» attraverso la conversione collettiva al Verbo. Il cosiddetto «sionismo cristiano», che si ricollega per buona parte al convincimento che la fondazione dello Stato degli ebrei risponda essenzialmente alle profezie bibliche e non al risultato di un conflitto storico, trae parte delle sue ispirazioni da una rilettura neotestamentaria che identifica nel ristabilimento della sovranità nazionale ebraica uno dei segni messianici dell’avvento di Dio in terra. Non si tratta propriamente di filosemitismo, fenomeno altrimenti a sé stante, rivolto all’ebraismo e agli ebrei a prescindere da qualsivoglia missione o funzione storica attribuitagli. Siamo su un altro piano, che non è giudaico ma cristiano.

Una radice ideologica e culturale molto forte è infatti offerta dal ricorso al «dispensazionalismo». Si tratta di una posizione teologica di origine anglosassone per la quale la storia umana va divisa in specifiche ere (le «dispensazioni», che corrispondono anche a distinte età nell’esercizio di amministrazione e di diffusione dell’annuncio evangelico, ovvero la dispensa della grazia divina da parte di chi svolge una funzione di apostolato). Queste ultime sono connotate da caratteri – norme, leggi, istituzioni, consuetudini, ordinamenti sì umani ma di ispirazione ultraterrena – del tutto peculiari e distinti. La salvezza divina deriverebbe sia dai diversi modi che caratterizzano ogni epoca così come dall’adesione che ogni uomo di fede dovrebbe offrire ad essi per essere congruente, in misura integrale, al disegno teologico. La dispensazione, in quest’ottica, è un esercizio di virtù subalterna e, al medesimo tempo, un “patto” consapevole nei confronti dell’entità divina. Il sionismo cristiano, recuperando diversi aspetti di questo costrutto, che viene presentato come un’indispensabile cornice di riferimento, enfatizza quindi il legame tra le denominazioni evangelicali e l’Israele inteso essenzialmente come costruzione etnico-messianica. Nei piani di Dio, mentre il Popolo d’Israele deve governare la terra della rivelazione, la Chiesa ha una funzione diversa. Di fatto, la nuova rivelazione e l’avvento del Regno di Dio supereranno la separazione tra ebrei e “veri” cristiani, risolvendo i primi – finalmente illuminati dalla presenza messianica – nell’adesione all’impianto teologico dei secondi. Il compimento del dettato profetico avrà quindi questo esito ultimativo. La presenza di tali suggestioni, che si organizzano in vere e proprie correnti ideologiche, ha investito alcune componenti politicizzate presenti negli insediamenti ebraici in Cisgiordania, che hanno visto in tale modo esaltata la propria funzione in chiave storico-messianica.

Non di meno, da un tale stato di cose è derivata per esse un’ulteriore spinta all’autolegittimazione nei processi di espansione della propria presenza territoriale. Un fenomeno che solo in parte è stato appoggiato dai governi di Gerusalemme, essendo stato interpretato, in più di un’occasione, come un rischio in prospettiva per alcuni aspetti della stabilità medesima delle istituzioni nazionali. L’ombra di una sorta di parallelo «Regno di Giudea», capace di rendersi indipendente (e indifferente) su certi aspetti della politica del governo israeliano, imponendogli semmai la sua volontà su singoli questione aperte rispetto al destino dei Territori, ha fatto da tempo inquietante capolino nei conciliaboli politici. Quanto meno dal 1995, con l’assassinio del premier Yitzhak Rabin. Lo stesso Likud si è dovuto confrontare con queste dinamiche di fondo.

Non di meno, come già si ricordava, l’imprinting evangelicale partecipa, quanto meno indirettamente, delle tensioni che attraversano il campo di contrapposizione tra laici e religiosi nella società israeliana. Non perché esso appoggi i secondi, spesso lontani se non sospettosi della presenza cristiana in quanto tale, a prescindere dalle sue diverse declinazioni e denominazioni, ma come elemento potenzialmente divisivo tra gli stessi laici rispetto alle questioni di primaria grandezza legate ai confini nazionali, alla composizione demografica, al rapporto con le popolazioni arabe e così via.  La posizione di Donald Trump rispetto agli ebrei e ad Israele, due cose che vanno comunque tenute distinte, anche se in più passaggi possono incontrarsi fino a sovrapporsi, deve rimandare alla cornice che, sia pure sommariamente, è stata appena richiamata. In realtà il tycoon newyorkese è piuttosto autonomo, se non indipendente, da legami di parentela ideologica stretta con una qualche specifica corrente del conservatorismo statunitense. Il repentino licenziamento dall’Amministrazione Trump di Steve Bannon, il sommo sacerdote della Alt-Right, dove ricopriva il ruolo di White House Chief Strategist e Senior Counselor to the President, la dice lunga al riguardo. Ciò poiché Trump si è sempre mosso come un libero battitore, per non trovarsi le mani legate e per potere giocare d’anticipo, e non di rimessa, sui temi della politica interna ed internazionale.

In prospettiva, la contesa con il suo possibile avversario per le presidenziali del 2020, Michael Bloomberg, di origini ebraiche, dovrà tenere in considerazione anche quest’ultimo aspetto. Improbabile che il contendente intenda enfatizzare oltre misura quest’ultimo aspetto identitario (sapendo che se ciò lo può agevolare in una parte dell’elettorato lo allontana da quella restante) ma è non meno vero che storicamente il voto ebraico si è orientato prevalentemente verso il partito democratico. A riscontro di ciò, e del nervosismo che spesso Trump ha manifestato al riguardo, rimane il coming out dell’estate di quest’anno, quando il presidente, riferendosi all’elettorato ebraico, affermò prima che: «I think any Jewish people that vote for a Democrat, I think it shows either a total lack of knowledge or great disloyalty», espressione poi corretta con: «If you want to vote Democrat, you are being very disloyal to Jewish people and very disloyal to Israel» («se vuoi votare democratico, sei molto sleale nei confronti degli ebrei e verso Israele»). La polemica nasceva dalla presenza, alla Camera dei Rappresentanti, di alcune elette nel partito avversario – le deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar – su posizioni fortemente anti-israeliane ma esponeva il presidente al fuoco di accuse, provenienti dai suoi avversari, che denunciavano la sua proclività a fare propri stereotipi o cliché di natura antisemitica. In questo caso, i critici lo hanno accusato di avere dato sostanza alla vecchia accusa rivolta agli ebrei di nutrire una doppia fedeltà, spesa quindi solo in parte a favore del proprio paese di cittadinanza.

Significativo, rispetto soprattutto all’ordine delle riflessioni anticipate in esergo a queste ultime note, che tra le voci in difesa del presdiente si manifestasse immediatamente quella dell’opinionista conservatore Wayne Allyn Root, secondo cui Trump sarebbe «il più grande presidente per gli ebrei e per Israele nella storia del mondo». Per Root, che si definisce «un ebreo convertitosi al cristianesimo evangelico» ed è conosciuto anche come un esponente del cospirazionismo, abituato ad accreditare tesi a dir poco scarsamente verificabili, il popolo ebraico e i cittadini israeliani amerebbero Trump, «vedendo in lui un re di Israele, un nuovo Messia». I duri attacchi personali di Trump contro Tlaib e Omar, due esponenti politiche per nulla gradite a buona parte dell’elettorato ebraico americano, hanno comunque sollecitato una non meno secca risposta del Consiglio rabbinico ortodosso degli Stati Uniti d’America, per il quale: «che si tratti di considerazioni che mettono in discussione la lealtà degli ebrei americani quando è in gioco la sicurezza di Israele o che si prendano di mira i discendenti di immigrati invitandoli a tornare in Paesi che non hanno mai conosciuto, tutto ciò è in entrambi i casi una minaccia ai valori fondamentali degli Stati Uniti». A latere, va ricordato che Trump aveva accusato le due democratiche non solo di antipatriottismo ma di essere sostanzialmente estranee, per ragioni di origine etnonazionale, agli Stati Uniti.

A corredo delle posizioni critiche verso il presidente è poi intervenuto l’Anti-Defamation League, il cui presidente Jonathan Greenblatt aveva commentato: «Non è chiaro verso chi, secondo Trump, gli ebrei sarebbero sleali, ma accuse di slealtà sono usate da tempo contro di loro. Sarebbe ora di smettere di strumentalizzare gli ebrei a fini politici». La carrellata di accuse, controaccuse, dichiarazioni e smentite, è andata avanti quel tanto che poteva bastare per offrire ad una vecchia volpe della politica democratica, Bernie Sanders, l’assist per affermare ironicamente: «Sono orgoglioso di essere ebreo e non ho dubbi sul voto democratico. E in effetti, intendo votare perché un ebreo divenga il prossimo presidente degli Stati Uniti». Ovviamente si riferiva a se stesso.

In realtà, al netto delle polemiche di parte, riesce difficile credere che Trump stesse formulando un giudizio univoco sugli ebrei, anche se le sue parole partivano da un presupposto completamente errato, ossia che gli ebrei stessi costituiscano una realtà sufficientemente omogenea se non compatta. Quindi una «nazione» bella e buona. La pericolosa pregiudiziosità, in politica, di un tale pensiero (ricordiamo: un conto è l’autodefinizione, ben altro discorso è l’eterodefinizione, che può essere poi utilizzata per dare corpo a prassi discriminatorie in base a presunte «appartenenze» collettive e ad «identità» precostituite) è chiara a buona parte della leadership dell’ebraismo americano. Che guarda con crescente perplessità a quegli aspetti del cosiddetto «politicamente corretto» laddove essi, invece che stabilire legami di reciprocità nel pluralismo dei modi di essere e di viversi (al medesimo tempo cercando di compensare differenziali di accesso alla sfera pubblica) tendono invece ad incapsulare gli individui dentro gabbie identitarie. Già precedentemente, al riguardo, parlando ad un pubblico di ebrei repubblicani, Donald Trump aveva definito Benjamin Netanyahu, con il quale da sempre intrattiene atteggiamenti amichevoli, se non a tratti fraterni, come «il vostro leader». Parole che suonavano come una dolce elegia alle orecchie del premier israeliano ma che facevano fischiare quelle degli astanti, che ad onore del vero, essendo americani, riconoscevano come leader i loro rappresentanti alla Camera, al Senato, nello stesso esecutivo federale e non a Gerusalemme.

Se l’obiettivo polemico del presidente erano i democratici, in buona sostanza, né nell’uno caso (la polemica contro Tlaib e Omar) né nell’altro (l’apologia di Bibi) lo aveva raggiunto, rischiando semmai di rafforzare le perplessità sulla vera natura della sua ruvidezza, su un’immediatezza di giudizio che da alcuni è stata letta come l’involucro di molti pregiudizi. Va comunque detto che nel lessico politico di Trump la coppia di parole «lealtà-tradimento» costituiscono una sorta di universo di valori a sé stante, che viene evocato ad ogni piè sospinto. L’avere assunto posizioni impegnative nel conflitto israelo-palestinese, con lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan, a fronte della inconsistenza del piano di negoziazione dell’ambizioso genero Jared Kushner, Senior Advisor del presidente, ha d’altro canto rimarcato – secondo una parte degli analisti – più il crescente disinteresse dell’Amministrazione Trump verso il Medio Oriente che non un’esclusiva elettività nei confronti dello Stato ebraico. È stato infatti ripetutamente sottolineato che se Washington avesse voluto mantenere un ruolo di mediazione, difficilmente avrebbe concesso a Gerusalemme un credito senza contropartite tangibili, rischiando così di perdere la residua credibilità negoziale con la controparte palestinese. Ma qui il vero cuore della questione, il suo nucleo, è la consonanza tra una generazione di leader nazionalpopulisti, che, in molti paesi a sviluppo avanzato, ha sostituito il resto della politica.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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