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Elezioni comunitarie, Milano 2019: focus conversioni

Il terzo confronto tra le liste candidate al consiglio della comunità milanese

Il terzo confronto tra le due liste candidate per il Consiglio della Comunità ebraica milanese è dedicato al tema delle conversioni. Per la lista Wellcommunity abbiamo sentito Davide Levi e Sara Modena, mentre per Milano ebraica – la comunità di tutti, Milo Hasbani, Avram Hason e Gadi Schoenheit.

Sara Modena è assessore al culto uscente e assessore nel consiglio dell’Unione delle Comunità ebraiche con delega per il Collegio Rabbinico.

Davide Levi è membro del board del Kolel della sinagoga di via Guastalla.

Milo Hasbani è attualmente Co-Presidente della Comunità. Nel Consiglio della Comunità dal 2001, si è sempre occupato di tributi, di fund raising ed è stato Assessore al Culto.

Avram Hason è stato Presidente del Bené Berith, e poi per 3 mandati Consigliere della Comunità, dove è stato Coordinatore del Consiglio, Vicepresidente, e ha lavorato in diversi assessorati come nella Comunicazione, nel Culto, nei Servizi Socio-Sanitari e infine nella Scuola in collaborazione con Paola Sereni.

Gadi Schoenheit si presenta per il terzo mandato alle elezioni per il Consiglio della Comunità Ebraica. Porta in dote la sua esperienza nell’organizzare i festival Jewish in the City e le Giornate Europee della Cultura Ebraica.

La questione delle conversioni non è specifico argomento di campagna elettorale, ma è motivo di grande dibattito. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Davide Levi: Le conversioni devono avvenire secondo le regole stabilite dalla halakhà da un Beit Din (tribunale) riconosciuto a livello internazionale, in modo che chi si converte e i suoi discendenti non abbiano problemi ad essere riconosciuti come ebrei in qualsiasi paese del mondo. Il Beit Din di Milano è molto stimato, e per il bene di chi si vuole convertire, dobbiamo salvaguardare questa sua autorevolezza. Da sempre una conversione fatta secondo i criteri di halakhà e della accettazione delle mizvot ha portato ricchezza alla comunità.

Sara Modena: Vorrei aggiungere che le conversioni sono molto diverse tra loro a seconda se a convertirsi è un singolo individuo, una famiglia o un bambino. Per ogni caso è previsto un percorso, ma poi sta al singolo portarlo avanti. Ecco perché i tempi di accettazione possono essere molto diversi: c’è chi si impegna moltissimo e studia alacremente e chi invece ha bisogno di diluire maggiormente il lavoro, elaborandolo in un lasso temporale più ampio.

 Avram Hason: Il ghiur (conversione) non è, direttamente, un argomento di campagna elettorale, è vero. È una questione di competenza del rabbinato, il cui ruolo noi rispettiamo e al quale non intendiamo sostituirci. La proposta della nostra lista è invece di aiutare, come Consiglio, il rabbino e le persone che con lui intraprendono il percorso, affinché esso si svolga con gioia, senza danni e senza dicotomie. Parlando soprattutto dei più giovani, vogliamo supportare il rabbino, oggi caricato da mille responsabilità, nella costruzione di un percorso più trasparente di come è adesso: aiutare il ragazzo a conoscere e capire le tappe, fornirgli aiuto, anche psicologico, nelle difficoltà che può incontrare.

 

La questione diventa particolarmente importante e complessa quando i protagonisti della conversione sono minorenni. Quali le vostre proposte?

Sara Modena: Nel 1997 il Consiglio della Assemblea dei Rabbini d’Italia presieduto da rav Laras, seguendo la prassi in uso nei vari Battè Din (tribunali rabbinici) all’estero e tenendo conto dei risultati non soddisfacenti di questa pratica in Italia, decise di interromperla. In seguito a quella decisione, il Consiglio della Comunità di Milano, coadiuvato da una commissione di saggi nominata dal Consiglio stesso, stabilì l’ammissione dei bambini di madre non ebrea a scuola affinché potessero intraprendere un percorso di conversione. Ma questo percorso dev’essere fatto insieme alla famiglia, che dev’essere portatrice di un messaggio affine a quello della comunità per portare il ragazzino al grado di consapevolezza necessario alla conversione. Il problema si pone nella maggior parte dei casi con l’arrivo del Bar Mitzvà. Ogni bambino ha i propri tempi che spesso non corrispondono con quelli anagrafici e accade che, raggiunti i 13 anni, non sia pronto per affrontare un passaggio così importante. È molto difficile sostenere i ragazzi e le famiglie, credo vada rafforzato il rabbinato con maggiori risorse in modo da poter seguire periodicamente i ragazzi, per giungere senza troppe sorprese in prossimità del Bar Mitzvà. Sono convinta che ci voglia una figura specifica, con competenze psicologiche, da affiancare ai ragazzi e alle loro famiglie, una sorta di facilitatore. Questo è il compito che ci siamo posti al riguardo: trovare una figura capace di accompagnare i più piccoli con le loro famiglie in questo difficile processo di conversione.

Davide Levi: Non solo. Wellcommunity mette a disposizione un pool di famiglie pronte ad accogliere chi ha intrapreso il percorso di conversione, per condividere lo shabbat, le feste e l’atmosfera ebraica. Aiutarsi è uno dei valori fondanti per l’ebraismo e aiuta anche alla costruzione della propria identità. La conversione è un fatto che riguarda tutti: siamo corresponsabili tra famiglie, rabbinato, scuola e comunità. Perché la conversione riguarda il popolo ebraico.

Gadi Schoenheit: Sappiamo e non possiamo nascondere che il ghiur sia un problema serio. Due elementi in particolare ce lo ricordano: il primo è stato messo in luce dalla lettera di Karen Amar, firmata da 447 persone e pubblicata dal Bollettino a dicembre. Vi si leggono segnali allarmanti di episodi discriminatori all’interno della scuola e noi vogliamo lavorare, insieme al rabbino, perché ciò non avvenga più. Il secondo è la necessità, la richiesta di trasparenza. Non vogliamo occuparci di halakhah, ma aiutare il rabbino. Proponiamo ad esempio il coinvolgimento di famiglie ortodosse, ma anche di famiglie di gherim, persone che hanno concluso il percorso, per guidare e consigliare chi lo sta intraprendendo. Tutto ciò si riassume in una parola: accoglienza. Possiamo e vogliamo fare di più.

Milo Hasbani: Vorrei anche portare qui un chiarimento che è stato fatto proprio dal Rabbino Capo Alfonso Arbib nel corso dell’assemblea di domenica, dedicata alla presentazione dei candidati delle due liste. Secondo la halakhà, la conversione della madre non è obbligatoria.

 

Durante l’incontro “Il ruolo del rabbino oggi in Italia”, organizzato da Kesher a novembre, il Rabbino Capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, ha parlato dell’ebraismo come esperienza comunitaria, e quindi della difficoltà di accogliere le richieste di conversione da parte di persone che vivono in realtà dove la presenza ebraica è scarsa o inesistente. Cosa ne pensate?

Davide Levi: Non sono situazioni facili perché il candidato deve essere supportato dal mondo che lo circonda. È molto difficile vivere una vita ebraica in solitudine, soprattutto se si tratta di costruire una identità ebraica.

Milo Hasbani: Dal momento che una delle condizioni fondamentali per il ghiur è l’osservanza delle mitzvot, Rav Arbib ha sottolineato una difficoltà oggettiva. Come si può fare se nel luogo in cui vivi non c’è una comunità, non ci sono negozi kasher o sinagoghe? Ogni richiesta deve essere valutata dal rabbino e non possiamo interferire nelle sue competenze, ma ciò che possiamo fare è aprire le braccia a queste famiglie, perché possano usufruire di quanto la nostra Comunità a Milano può offrire.

 

Un ebraismo o tanti ebraismi?

Sara Modena:  Chi nasce ebreo è libero di fare come vuole, vivendo il proprio ebraismo da ateo o da ortodosso, passando per tutte le sfumature che ci sono in mezzo. Ma per un ghiur universalmente riconosciuto, l’ebraismo è uno ed è quello ortodosso. Intendo per ortodosso quell’ebraismo che passa per l’accettazione delle mitzvot, credere nella Torah, accettare l’Halakhah. La conversione è una cosa seria, è la scelta di una religione con tutte le sue regole. Certo, ci si arriva con il proprio bagaglio culturale personale, ma se si sceglie di intraprendere questo percorso va fatto con la massima partecipazione.

Davide Levi: Possono esserci diverse declinazioni dell’ebraismo, ma occorre fare delle distinzioni. I Habad sono in Italia da 60 anni e collaborano in modo sempre più stretto con l’ufficio rabbinico facendo riferimento comunque a un ebraismo ortodosso. Altra questione, nel caso specifico di cui ci stiamo occupando, sono i Reform perché le loro conversioni non sono riconosciute. Lo Stato di Israele consente a chi si è convertito presso i Reform di fare l’Aliyah, ma poi per sposarsi deve comunque sottoporsi a un ghiur ortodosso.

Avram Hason: I rapporti con il mondo reform non riguardano il Consiglio, ma l’argomento è stato discusso agli Stati Generali dell’Ebraismo Italiano a Roma, ed è stato aperto un tavolo di confronto tra UCEI e ARI (Assemblea dei Rabbini in Italia). Noi lo seguiremo e accoglieremo le decisioni che prenderà.

 

Che rapporto deve avere, secondo voi, il Consiglio della Comunità con il rabbinato?

Sara Modena: Il Rabbino può avere diversi ruoli: educatore, decisore in materia di halakhah, ufficiale civile, figura di riferimento culturale verso l’esterno. Nelle grandi comunità è spesso anche il presidente del tribunale rabbinico. La figura del rabbino, a nostro avviso, deve essere vista anche come guida spirituale a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà o di indecisione.

Davide Levi: La nostra Comunità è fatta di tante comunità diverse e l’unità è data proprio dalla differenza. Il Rabbino deve avere la possibilità di lavorare in piena autonomia e non deve essere influenzato dal consiglio eletto (cosi come citato anche nel testamento di Rav Laras Z’L).

Avram Hason: Come ho già detto, la proposta della nostra lista è di collaborazione. Nel caso specifico delle conversioni, pensiamo che il Consiglio debba aiutare, affiancare il rabbino, oggi sovraccarico di responsabilità.

 


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