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Éric Zemmour, l’astro della destra francese che guarda all’Eliseo

Ebreo di origine berbera, leader della destra patriottica antisistema, è uno dei possibili candidati nella corsa per l’Eliseo. Ritratto di un polemista alieno al politically correct…

L’uomo solo che, contro le avversità, esercita la sua guida illuminata. L’intellettuale che si avvalora di se stesso e non di altri (e altro). L’onesto, ancorché intransigente ed irreprensibile, pensatore che lotta contro il groviglio, altrimenti incomprensibile, dei poteri costituiti. Quindi, un fustigatore, contro l’oppressione dei tempi correnti. Soprattutto, l’individuo che si afferma attraverso la sua personale contrapposizione agli «apparati», non solo evitandoli ma – soprattutto – risparmiandosi qualsiasi obbligo di mediazione. Una figura che, in tempi populistici quali i nostri, parrebbe quindi  riassumere il senso dell’essere parte del «popolo», diventandone espressione cosciente. Una punta di lancia, capace di rappresentarne quindi gli umori più intensi e di tradurli in fermento politico. Qualcosa che sfida soprattutto il Rassemblement National di Marine Le Pen. Quest’ultimo, infatti, non è solo un partito ma prima di tutto un’area del conservatorismo, oramai in grado di raccogliere un ampio numero di francesi. È peraltro dagli Ottanta che aspira all’Eliseo. E non solo. È quindi contro di esso che l’intrepido e libero battitore in fondo si sta esercitando da tempo, in quanto implacabile censore della decadenza dei costumi pubblici che, a suo dire, segnerebbe un nuovo declino dell’Occidente, dopo quello preconizzato all’inizio del secolo scorso.

Per l’appunto, di chi stiamo parlando? Di Éric Zemmour, una stella oramai brillante nel firmamento politico francese. Nato poco più di una sessantina di anni fa a Montreuil, figlio di una famiglia di ebrei francesi di origine berbera, da tempo si presenta come la più autentica espressione di una Francia non solo «profonda» ma soprattutto diffusa, poiché accomunata dall’avere il male di pancia rispetto allo spirito dominante dei tempi correnti.

Zemmour è un instancabile oratore e retore che – soprattutto – ama se stesso. Anche per questo è quindi ripagato ed apprezzato da quel pubblico che adora ascoltare le sue filippiche. Sferzanti, personalistiche, così come imperturbabili e insindacabili e che invitano a riconoscersi nelle parole minate da esse contenute, pronte a brillare, a scoppiare in volto agli avversari. Le cronache e le voci enciclopediche, che stanno crescendo su di lui, lo definiscono come giornalista, polemista, saggista e scrittore. Quattro professioni, tra di loro strettamente correlate al punto da sovrapporsi, in grado di caratterizzare lo spettro politico di un politico capace di costruirsi da sé (un «self made man», in linea con le visioni angelicate dei profeti laici che una parte del pubblico gradisce), basandosi perlopiù sulla sua verve accusatoria. Se nel passato un tale imprinting era tipico dei quelle personalità che trovavano poi nella sinistra il loro alveo, oggi è nella destra illiberale e antidemocratica che identificano il proprio punto di coagulo.

Non si ha infatti difficoltà ad affermare che Zemmour, in altra età, quella dell’economia industriale, se si fosse manifestato avrebbe fatto parte di una certa sinistra radicale. Quella critica, ad oltranza, animata da un astio contro il «riformismo» dei socialisti e dei comunisti, allora aggrappati un po’ ovunque, in Europa  occidentale, alle Costituzioni del dopoguerra. Di cui furono a lungo depositari e custodi, come era già avvenuto – con il 1918 almeno per i primi, dopo il 1945 per i secondi – nel corso del tempo ed almeno fino al 1989. Zemmour è sempre se stesso, in fondo: allora avrebbe avversato la logica omologante degli «apparati» di partito; oggi, non di meno, rifiuta la traiettoria partitica sfumandola nell’apoteosi del personalismo. Dal momento che egli stesso è espressione, invece, di una visione populista, dove i margini si scontornano, si sciolgono, si risolvono in una massa indistinta. Alla ricerca di un «capo» e nello spasmodico bisogno di negare qualsiasi legittimità all’intermediazione che invece gli stessi partiti cercano ancora di esercitare.

Ecco, lo Zemmour di sempre si candida ad essere la guida di tutti, ed in particolare degli “indistinti”, che placano la loro ansia solo quando trovano qualcuno che possa dare voce, e quindi delle parole di significato e di comprensione, ad essa. Era successo tra gli anni cinquanta e settanta. Si è riproposto oggi, quando il passato si è completamente dissolto e le configurazioni di appartenenza sono radicalmente cambiate. Zemmour, da buon segugio che sa che la storia offre sempre una preda (il «popolo»), è quindi pronto ad addentarla. Anche se, in tutta probabilità, non gli riuscirà appieno, poiché ciò che egli per primo avversa – la dimensione di partito ed istituzionale, di contro al virtuosismo personalistico – avrà comunque ancora una volta il sopravvento. Ma in fondo non è questo il punto, trattandosi semmai di capire per quale motivo la sua persona sia invece divenuto un fenomeno capace di condizionare non solo il dibattito pubblico francese bensì il mood prevalente, ovvero lo spirito di un’intera società nell’età delle passioni collettive declinanti. Dove quindi gli unici moventi certi rimangono la rabbia e la paura da esclusione.

Andiamo al dunque, quindi. Rifacendoci alla sua biografia. La sua provenienza è quella di una famiglia ebraica berbera di origine francese. Tre aggettivi per coniugare tre condizioni: ebraismo (origini e tradizioni); della Barberia o Costa berbera (la regione africana dalla Tripolitania al Marocco, un insediamento che indica un luogo fisico come dello spirito); francese (una cittadinanza, che si avvalorata anche della fine, nel 1962, dell’Algeria francese, un lutto politico mai completamente rielaborato nel territorio “metropolitano” dell’esagono). I «si dice», nel caso della figura di Zemmour, tendono a ripetersi: si dice che sia cresciuto all’ombra protettiva di un certo ebraismo tradizionalista, almeno fino alla recente morte del padre; si dice che sia un «ebreo arabo» ma che si presenti come un «berbero»; si dice che sia francese, senza soluzioni di continuità, ma che continui a preservare, almeno in privato, un’identità che coltiva il particolarismo delle sue origini. A molte obiezioni, risponde con il rigetto delle elucubrazioni di quella stampa e di quel mondo dell’informazione di cui è parte integrante, dovendo comunque all’una e all’altro le sue fortune. Sempre a dare credito alla sua personale biografia, il suo profilo dipenderebbe dalle donne di famiglia, a partire dalla madre casalinga, che lo avrebbero allevato al ruolo sociale che, in seguito, avrebbe quindi rivestito. Non di meno, più volte è stato accusato di misoginia, associando, nei suoi discorsi, il genere femminile alla debolezza, alla fragilità, alla subordinazione.

La questione del suo ruolo pubblico, per Zemmour, è in fondo un tallone di Achille. Pur laureatosi all’università di Parigi 5, l’Institut d’études politiques de Paris («Sciences Po»), ha poi fallito i successivi tentativi di accesso all’École nationale d’administration, la fabbrica dei dignitari di Stato, ossia dei grandi tecnocrati. Anche per una tale ragione, probabilmente, ha quindi scelto la via della pubblicistica, quella che permette di coniugare passioni, talento e lamento, laddove quest’ultimo raccoglie e manifesta il senso di un’ingiusta esclusione, quella dal circo magico di “coloro che possono”. La sua successiva traiettoria è infatti legata alla carta stampata. Il Quotidien de Paris, InfoMatin, Marienne, Current Values (dove ha avuto modo di esprimere opinioni non troppo distanti da quelle di Jean-Marie Le Pen), Spectacle du monde, Le Figaro, Le Figaro Magazine, Le Figaro Littéraire. In tale veste di giornalista di attualità, di politica e di costume, si adopera per dipingere ritratti di eminenti politici francesi (Chirac, Balladur) e di saggi sull’età presente. Data all’ottobre del 2014 il libro, di grande successo, dedicato a «Le suicide français», nel quale contrappone al presunto indebolimento della forza e della determinazione dello Stato francese e della cittadinanza universalista repubblicana, l’affermarsi del relativismo di valori derivato dal 1968 parigino ed europeo.  Più in generale, tutte le pubblicazioni di Zemmour che battono il tasto dell’identità francese minacciata dall’aggressione di un nemico esterno, ottengono da subito un buon riscontro di pubblico.

Anche per questa ragione, già dal 2010 era divenuto editorialista del canale radiofonico RTL, ottenendo quello che è poi stato definito come «effetto Zemmour», sulla base degli ottimi risultati di ascolto. Abrasivo, apodittico e a tratti apocalittico, spesso offende gli interlocutori ma a molti piace. Gratifica per il suo stile, sopravanzando quindi l’accettabilità di ciò che dice. Solo ad ottobre del 2019, la sua collaborazione radiofonica si conclude, dopo le ripetute accuse di essersi esercitato nell’incitamento all’«odio religioso».

Medesime cose posso essere dette di alcune sue comparsate televisive, tra pronunciamenti a microfono aperto, accuse, controaccuse, avvocati e tribunali. La strategia della provocazione, in altre parole, parrebbe risultare pagante. Poiché se le biografie storiche e di personaggi politici hanno scarsa eco, ben diversa è l’accoglienza di temi polemici, o comunque declinati in chiave aggressiva. Non a caso, molte delle partecipazioni televisive e radiofoniche si riducono a vere e proprie zuffe. E fuori di discussione che il saggista e polemista non sappia come comportarsi. Semmai gli riesce di capire dove scorra il sangue e dove si trovi la giugulare dell’avversario, per poi attaccarlo e prenderlo letteralmente al collo. Di tutto ciò, in fondo, dietro la sua altrimenti modesta figura, sa quindi come avvalorarsi. E non a caso le indagini demoscopiche e i sondaggi raccolgono il consenso di una parte del pubblico. Che aumenta quando il polemista è presente sullo schermo (mentre una parte dei suoi precedenti interlocutori, hanno già concorso a squalificarlo come inaccettabile e impresentabile, evitando pertanto ulteriori confronti in pubblico).

È da questo groviglio, quindi, che con il 2019 si inizia a parlare apertamente di una possibile candidatura di Éric Zemmour alle elezioni presidenziali del 2022. In realtà il suo nome, in un primo momento, sembra coprire un vuoto di personaggi nella destra liberale. Nella quale latitano candidati e, soprattutto, progetti. Zemmour, a tale riguardo, sembra capace di coprire l’una e l’altra opzione. Dall’aprile del 2021, la presenza di una «Piattaforma delle idee per la destra», di un’associazione di «Amici di Éric Zemmour» e di un collettivo «Generazione Z» sembrano costituire i tasselli di un vero e proprio lancio verso l’Eliseo. Più in generale, sono il proliferare di raccolte di fondi, di richiami ed interventi sui media, di incursioni sul web, di comparsate pubbliche e di aggiustamenti nella comunicazione (sospesa tra l’abituale radicalismo e il moderatismo della vecchia, tradizionale destra repubblicana) a segnalare un’attenzione di Zemmour, e dei suoi sostenitori, verso questo potenziale obiettivo.

I canali televisivi francesi, dalla tarda estate, segnalando come vada considerato in quanto «attore nel dibattito pubblico nazionale», decretano la sua definitiva trasformazione in politico, a prescindere da quello che intenda continuare a dire di se stesso. Al momento – tenuto conto che il suo campo di intervento riguarda i temi essenzialmente propri alla destra identitaria (immigrazione, valori comunitari, difesa dei confini e delle produzioni nazionali, consociativismo e corporativismo economico) – si ritiene che la sua capacità di aggregazione elettorale sia valutabile intorno al 18%, pescando soprattutto nell’orto di Marine Le Pen.

Non a caso, la lepre e volpe Zemmour si presenta come l’araldo della destra patriottica, quella che riunirebbe intorno a sé sia le classi popolari che la borghesia nazionalista. Il tema dell’immigrazione, e con esso quello dell’«invasione» straniera, soprattutto di quella islamica, gli è massimamente congeniale. A tale riguardo, si definisce come sostenitore della «grandezza della Francia, della forza dello Stato e del rispetto della tradizione culturale francese». Gioca, al pari di molti leader della destra populista continentale, sul superamento della distinzione tra «destra e sinistra».

Da una parte cospicua degli analisti è considerato come un esponente della destra radicale, giocando tutte le sue carte sul tema etnico, sull’identità nazionale, sul sovranismo e sull’avversione verso la commistione tra soggetti di “diversa origine” etnica. Il fantasma della «grande sostituzione», quello per cui i processi migratori sarebbero parte di un complotto di alcuni gruppi di interesse e di potere, il cui obiettivo consisterebbe nel trasformare la popolazione europea, ibridandola con quella del mediterraneo meridionale e orientale, gli calza a pennello. Per alcuni suoi critici Zemmour si sarebbe quindi trasformato, da gollista fuori dai ranghi, in estremista di destra; per altri, costituirebbe il vero prosecutore di quelle posizioni più reazionarie, da Maurice Barrès a Charles Maurras, che dalla fine dell’Ottocento in poi hanno ispirato il laboratorio del radicalismo francese. La sua vicinanza a Marion Maréchal Le Pen, ingombrante nipote di Marine Le Pen, è conclamata. Nel settembre 2019, insieme a Zemmour, quest’ultima ha infatti organizzato la convention dedicata all’ «Union des droites», un nuovo soggetto politico che dovrebbe mettere insieme il Rassemblement National con la destra sia gollista che estrema. Attualmente la stessa Maréchal sostiene la possibile candidatura di Zemmour per le prossime elezioni presidenziali del 2022. Già nel 2015, peraltro, Marion ed Éric si erano trovati insieme a Budapest ad un «vertice demografico internazionale», organizzato da Viktor Orbán, auspice di una convergenza di azioni tra le destre radicali europee.

Del radicalismo di destra Éric Zemmour ha recuperato alcuni tratti fondamentali: quel cesarismo, che in Francia si chiama bonapartismo, per il quale il destino di una collettività è segnato dai grandi uomini che la comandano; un sovranismo integrale, ritenendo che l’unità di misura fondamentale sulla quale misurare il futuro sia lo Stato nazionale; un neonazionalismo ossessivo, quasi maniacale poiché accompagnato dalla convinzione che senza una chiusura verso l’esterno non possa esserci altro che decadenza dei “popoli civilizzati”; la riduzione di tutte le relazioni sociali a conflitto etnico, intendendo la presenza straniera, a partire da quella musulmana, come un attentato alla solidità della Francia; la visione  delle relazioni internazionali al pari di un’arena dove i gladiatori si scontrano gli uni contro gli altri, lottando all’ultima goccia si sangue; una visione integralmente pessimista del futuro del suo paese, destinato ad un declino senza termine; una rilettura della storia nazionale in chiave anti-illuminista e sostanzialmente controrivoluzionaria, identificando nell’individualismo promosso dalle rivoluzioni borghesi il germe del liberismo contemporaneo, che piega alla logica dei mercati qualsiasi relazione pubblica.

Benché Zemmour rifiuti la collocazione nell’area della destra estrema (ripetendo il mantra dell’estinzione delle due aree politiche contrapposte, a favore di un progetto di sintesi tra le «forze sane della nazione», nel mentre accusa i suoi avversari di essere «stalinisti»), tutte le ricadute delle sue affermazioni vanno in quel senso, a partire dal rifiuto dell’universalismo (inteso sia come dottrina islamica che mercatista), al quale viene invece contrapposto l’elogio del particolarismo identitario nazionale. In tale chiave, formula il suo scetticismo per le istituzioni della democrazia liberale, che accusa di slegare e di dissociare i gruppi dirigenti dalla collettività. Lo spirito popolare, rincara Zemmour, altrimenti vera legittimazione del sistema politico ed istituzionale, sarebbe quindi sostituito da un’«ideologia della diversità», propagandata dai media. Per il tramite di quest’ultima, attraverso l’esaltazione del valore dell’individualità a prescindere da qualsiasi norma che non sia quella del godimento personale, si distruggono i legami comunitari. Al riguardo ha affermato che «la non discriminazione è travisata come sinonimo di uguaglianza, mentre nel tempo è diventata una macchina per disintegrare la nazione, la famiglia, la società in nome dei diritti di un individuo re».

Il tema fondamentale di Zemmour rimane comunque quello della «grande sostituzione» (le grand remplacement) per come è stata formulata dallo scrittore Renaud Camus, ossia la colonizzazione della Francia (e più in generale dell’Europa) da parte di migranti islamici provenienti da Medio Oriente ed Africa, che minaccia di trasformare permanentemente il paese e la sua cultura e portare il Continente al «genocidio bianco». A sua volta la teoria del complotto sul genocidio bianco è una lettura dei processi socio-demografici e culturali generatasi in seno a gruppi legati all’estrema destra e al suprematismo bianco. Essa sostiene che l’immigrazione e l’integrazione interculturale, insieme a fenomeni come la denatalità e l’evoluzione dei diritti civili, vengano promossi in paesi prevalentemente bianchi per causarne deliberatamente la consunzione e l’estinzione delle popolazioni autoctone. Così Zemmour: «in tutti i luoghi in cui sono cresciuto (a Drancy, Montreuil, Stains, il diciottesimo arrondissement di Parigi), ha operato il grande sostituto. La realtà vince. In tutti i posti dove sono cresciuto ci hanno sostituito».

Il correlato di una tale interpretazione dei fatti è che in Francia e nel continente europeo sia in corso un processo di islamizzazione, una pervicace e continuativa infiltrazione di musulmani, con l’obiettivo di conquistarne definitivamente i territori. Ancora Zemmour: «i nostri brillanti progressisti […] ci hanno riportato alla guerra delle razze e alla guerra delle religioni», partendo dalla falsa premessa «che gli uomini siano esseri indifferenziati, intercambiabili, senza sesso né radici». Il polemista si pone quindi la domanda: «i giovani francesi accetteranno di vivere in minoranza nella terra dei loro antenati? Se è così, meritano la loro colonizzazione; altrimenti dovranno lottare per la loro liberazione».

Alle molte obiezioni avanzategli, anche a partire da quella delle sue origini famigliari, argomenta descrivendosi come una figura atipica, in qualche modo depositaria di una fedeltà patriottica che non è per nulla disposto a riconoscere ad altri. Nel programma «On est en direct» dell’11 settembre 2021 su France 2, Zemmour ha dichiarato che né il jihadista e terrorista Mohammed Merah, sepolto in Algeria, né i bambini ebrei che ha ucciso nel 2012 a Tolosa, sepolti poi  in Israele, «appartenevano alla Francia». Poiché, come aveva già avuto modo di scrivere, «gli antropologi ci hanno insegnato che veniamo dal paese in cui siamo sepolti».  Dal 2010, Éric Zemmour è stato quindi spesso chiamato in tribunale per rispondere delle sue affermazioni, in particolare dalle associazioni League of Human Rights, LICRA, SOS Racisme, subendo alcune condanne, in particolare per incitamento alla discriminazione razziale nel 2011 e per incitamento all’odio nei confronti dei musulmani nel 2018. Il polemista si è sempre dichiarato come un «condannato per reato di opinione», non considerandosi «un delinquente bensì un dissidente».

Inevitabile anche l’approccio revisionista, o comunque riduzionista, sul passato francese. Nel suo libro «Le Suicide français», Éric Zemmour si pronuncia contro quella che chiama la «doxa» del «sovrano pontefice» Robert Paxton, autorevole storico che ha contribuito agli studi sugli anni del governo di Vichy, durante l’occupazione tedesca. Basandosi sul volume di Alain Michel, «Vichy e la Shoah: indagine sul paradosso francese», ne riprende la tesi, già difesa negli anni Cinquanta da Robert Aron, secondo la quale il regime collaborazionista avrebbe concluso «un patto con il diavolo», ossia «sacrificare gli ebrei stranieri per salvare gli ebrei francesi». Ciò avrebbe consentito di salvare «al novantacinque per cento» i cittadini ebrei francesi. Accademici e ricercatori specializzati nello studio di questo periodo come André Kaspi, Laurent Joly, Denis Peschanski ribadiscono che le affermazioni di Zemmour sono non solo semplicistiche ma false poiché danno di nuovo credito ad una vecchia credenza, del tutto infondata, che, nel tentativo di riabilitare moralmente il maresciallo Pétain nasconde il fatto che fu invece la popolazione francese ad adoperarsi per il salvataggio degli ebrei. Per Joly «Zemmour riprende un argomento dai difensori di Vichy». Secondo Peschanski, la tesi di Zemmour «corrisponde a un approccio politico reazionario che auspica la riappropriazione di un discorso petainista – “Lavoro, Famiglia, Patria” – e la denuncia di coloro che sono ritenuti responsabili della crisi», vale a dire, nell’oggi, gli «immigrati», come lo erano prima della guerra «gli ebrei, i comunisti, gli stranieri e i massoni».

È tutto da vedersi quale potrà essere l’esito della partita per la conquista dell’Eliseo nel 2022. Rimane comunque il fatto che Éric Zemmour ne sarà un attore, anche se probabilmente perdente. Lo spostamento dell’ago della bilancia sui temi sempre più marcatamente populisti, è tale da condizionare l’agenda della discussione non solo di adesso ma degli anni a venire, posto che il saggista e polemista è espressione integrante di un’Europa diffusa, che ha dato nuovo lustro a vecchi fantasmi.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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