L'agenda di Joi
Cultura
QAnon e le ossessioni da complotto: non c’è nulla da ridere

Il nocciolo di QAnon consiste nel dire a quanti si identificano nelle sue strampalate affermazioni che essi, per il fatto stesso di aderirvi, sono divenuti i depositari di una verità alternativa

No, non c’è nulla da ridere. Men che meno, il voltare la testa verso altri orizzonti, magari scuotendola con spirito di esecrazione, poiché ciò che viene detto appare non solo inverosimile ma anche e soprattutto surreale. QAnon, la rete web cospirazionista, il cui punto di forza sembra essere proprio quello di non avere capo né coda ma solo un corpaccione – quello costituito dai link dei suoi adepti – non costituisce un fenomeno transitorio. Anzi, sembra continuare a crescere.

Non ci si affilia tesserandosi, iscrivendosi, militandovi: lo si fa, semmai, recependo le sue assurde affermazioni e adoperandosi non solo per diffonderle, come in una sorta di epidemia delle false credenze, ma generandone altre ancora: un sistema a gemmazione che è esattamente quello delle catene del Web laddove, passo dopo passo, si può partire da una premessa per giungere, attraverso successive concatenazioni, a determinate conseguenze. Non importa se queste ultime siano coerenti con le premesse medesime, beninteso, poiché il cuore di ogni visione complottista del mondo non cerca altre aderenze che non siano quelle che soddisfano la propria intelaiatura ideologica. La coerenza, in altre parole, non è mai data dal riscontro nei fatti materiali bensì dalla capacità di credere che il mondo esista a prescindere dai fatti stessi, ossia costituisca una proiezione di se stessi, dei propri pensieri, dei medesimi desideri che si coltivano nel proprio intimo. Tanto più quando questi ultimi raccolgono non un progetto plausibile e realizzabile, diventando piuttosto il ricettacolo di angosce antiche, il lenitivo di paure violente e arcaiche, la fallace ma convincente risposta ad ansie da mutamento, qual è lo spirito dei tempi che stiamo vivendo. QAnon non dice nulla, QAnon è come uno specchio collettivo, dentro il quale si vede riflessa non la propria immagine in carne ed ossa ma l’idea che si nutre di essa.

Per l’appunto, inutile quindi scuotere la testa: da molto tempo, oramai, le fantasie costituiscono materia da plasmare nell’azione politica. In altre parole: in grado di impastarla e impostarla. Posto che ciò che definiamo in tali termini non vada inteso da subito come una devianza patologica, una licenza fantasiosa, un deliro a scena aperta. Semmai – ed è questo un altro passaggio critico dei tempi che stiamo vivendo – il teorema del complotto corrisponde al reciproco inverso di una razionalità altrimenti fredda e distante dal comune sentire, contrapponendosi, e quindi sostituendosi, ad essa. Nella lotta per il dominio culturale, ciò che chiamiamo con il nome di «populismo» non è solo (e tanto) il rifiuto delle élite tecnocratiche quanto il lamento del popolo che si sente escluso da qualsivoglia rappresentanza. Benché, a conti fatti, non intenda decidere alcunché. Si tratta quasi di un vagito elementare. Come tale – ovvero nel suo essere una manifestazione a tratti primordiale di una serie di bisogni reali che faticano altrimenti a trovare un senso logico, un costrutto, un asse razionale, soprattutto qualcosa o qualcuno che riesca a raccoglierli a tradurli in un concreto significato – è e rimane un moto profondo, interiore, scavato nell’animo dolente, destinato quindi a non esaurirsi dinanzi alle promesse né, tanto meno, alle prediche moralistiche di chi invita invece a prendere atto della realtà. Quand’anche essa sia poco o nulla gratificante. Il bisogno di illusioni, in fondo, è antico quanto l’uomo che le genera.

Detto questo, che pure c’entra molto, torniamo a QAnon, alla sua ossatura, alla sua persistenza. Chi l’aveva identificato come un fenomeno strettamente connesso alla presidenza Trump, quindi destinato a declinare con essa, ovvero con il suo tramonto istituzionale, non ne aveva invece inteso la sua modernità, la capacità di rispecchiare (e di rispecchiarsi) nel tempo presente e a venire. A tale riguardo, recita significativamente una selezione di messaggi raccolti da Adrienne LaFrance, executive editor del periodico «The Atlantic», a mo’ di ritratto dell’anon (il seguace tipo della teoria di Q): «se tu fossi un aderente, nessun saprebbe dirlo. […] Potresti essere un impiegato, un dentista, una nonna che prepara il suo dolce in cucina […] Ma sei difficile da identificare solo dal modo in cui appari, il che è positivo, perché presto le forze oscure potrebbero cercare di rintracciarti. […] Sai che un piccolo gruppo di manipolatori, che opera nell’ombra, tira i fili del pianeta. Sai che sono abbastanza potenti da abusare di bambini senza paura di essere puniti. Sai che i media mainstream sono loro complici e servitori. […] Vedi l’epidemia e le pestilenze che investono il pianeta e capisci che fanno parte del piano. Sai che uno scontro tra il bene e il male non può essere evitato e desideri ardentemente il Grande Risveglio che sta arrivando. E quindi devi stare in guardia in ogni momento. Devi proteggere le tue orecchie dal disprezzo di chi non sa, non capisce. Devi trovare quelli che sono come te. E devi essere pronto a combattere. Tuo sai tutto questo perché credi in Q».

La (finta) dialettica tra piccolo gruppo di interessi occulti, testimonianza della corruzione intrinseca del “potere” che è deviato per il fatto stesso di esistere, e un grande numero di individui invece manifesti, la “gente comune”, in sé tanto indifesi quanto privi di peccato, costituisce un nucleo fondamentale della retorica del complotto che innerva ogni forma di populismo. Il quale esalta un’inesistente autenticità, quasi adamitica, ascritta a ciò che qualifica per l’appunto come “popolo”. La “gente” è, in sé, innocente; i “potenti” sono tali in quanto intimamente corrotti.

Il nocciolo del potere, quello vero, le cui intenzioni come tali sono inconfessabili, è per sua intrinseca natura sempre e comunque occulto, nascosto, obnubilato, mimetizzato: è sporco, cattivo, soprattutto irraggiungibile per i tanti, che ne sono completamente esclusi, pagandone semmai i costi delle sue quotidiane ingiustizie. Esiste quindi per minacciare l’integrità collettiva, popolare, sociale, civile. Il potere, qualunque esso sia, se non è il prodotto dell’intesa diretta ed immediata tra capo e popolo, se non promana dal legame tra leader e masse, è in sé intrinsecamente ingiusto, illegittimo, illecito quindi da abbattere in qualsiasi modo possibile. In una tale costruzione mentale, il complesso sistema istituzionale che garantisce, nelle democrazie avanzate, il raccordo tra istituzioni, la mediazione tra interessi contrapposti, la negoziazione dei conflitti si frantuma dinanzi ad un disegno di lucido delirio che identifica la verità con la paranoia, l’analisi con il sospetto sistematico, la realtà con l’allucinazione.

Tuttavia, non si ha a che fare con pazzi, Semmai, si tratta della manifestazione di un disagio diffusissimo, che attraversa soprattutto quella middle class, la classe media, che sta pagando il prezzo più alto non solo alla crisi pandemica, ora trasformatasi in sindemia (così la Treccani: «l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, caratterizzata da pesanti ripercussioni, in particolare sulle fasce di popolazione svantaggiata»), ma anche alle mutazioni di lungo periodo prodotte dai processi di globalizzazione e di transizione verso economie altamente digitalizzate. Anche per questo il fenomeno QAnon non è un mero retaggio del passato, non è il prodotto dell’ignoranza, non costituisce il risultato di una semplice devianza: sta al disagio dell’uomo bianco così come il radicalismo religioso raccoglie le derive di società ad impianto maggiormente tradizionalista e conservatore. È quindi un risultato dei tempi storici della velocizzazione del mutamento, della trasformazione accelerata delle comunità occidentali, della scomposizione delle vecchie – ed in una diversa epoca, anche solide – appartenenze sociali.

QAnon raccorda, inanella ed unisce, agli assiomi elementari del complottismo dei due ultimi secoli, una serie di cliché che appartengono all’immaginario di una parte della morale di senso comune di oggidì. Di quest’ultima – infatti – ne è espressione di falsa coscienza, tale poiché nel medesimo modo seducente, rassicurante, omologante non meno che ingannevole. Parla il linguaggio del confronto ultimativo tra il «bene» (la collettività) e il «male» (le aborrite élite). Ragion per cui, ne deriva che: il potere (e la ricchezza) si basano sul sangue degli individui indifesi; ogni consorzio di interessi è il prodotto di una volontà demoniaca se non satanica; non esiste un conflitto di interessi contrapposti, da negoziare con gli strumenti della democrazia, bensì una lotta senza quartiere tra «bene» e «male»; ogni forma di differenziazione sociale è in sé non un elemento del pluralismo bensì del disfacimento degli ordinamenti originari, quelli che regnavano nel nome di un disegno precostituito, forse divino, comunque basato sulla giustizia assoluta.  QAnon, ciò dicendo – o lasciandolo presagire – esalta un aspetto fondamentale di ogni ideologia che idolatri le “masse”, la “gente”, ovvero l’aggregazione multiforme e indistinta: l’anonimato di gruppo, quello del conformismo di specie, quello dell’identificazione tra omologhi di contro ad un circuito pervasivo di “poteri” sovraordinati, presentato invece come onnipresente, tanto ossessionante quanto invadente. Quindi, completamente innaturale. In estrema sintesi, l’uomo sarebbe buono ma la società dei potenti lo corrompe; per trovare una soluzione a ciò, necessita azzerare il pluralismo di quest’ultima e ripristinare il comando delle aristocrazie dello spirito, i “giusti” per definizione, ovvero coloro che si riveleranno in pubblico per la coscienza morale che li guida.

Il nocciolo di QAnon consiste nel dire a quanti si identificano nelle sue strampalate e deliranti affermazioni che essi, per il fatto stesso di aderirvi, sono divenuti i depositari di una verità alternativa, tanto più potente nella misura in cui dichiara di contrapporsi incessantemente a quei fatti che sarebbero invece solo una sorta di copertura di inconfessabili interessi dei «poteri forti». La base della proposta di QAnon è, al medesimo tempo, il convincimento che non esista altra realtà che non sia quella che si ricostruisce come proiezione della propria volontà e che, al medesimo tempo, nulla di ciò che è reale – tale poiché parte del comune modo di intendere le cose della vita – sia necessariamente anche giusto; anzi, in questo secondo caso, è corrispondente a giustizia (quanto collima con gli “interessi del popolo”)  ciò che derivi sempre ed esclusivamente dalla denuncia dei complotti al danno della collettività. Nulla di meno, non molto di più. Così affermando, QAnon si adopera come efficace lenitivo agli stati di angoscia e di smarrimento che una parte consistente della società vive dinanzi alle trasformazioni che la chiamano in causa. Il senso di perdita del controllo della propria vita, così come dell’orizzonte di calcolabilità degli eventi, sono d’altro canto parti integranti dei processi di globalizzazione.

La destra radicale, alla quale la rete QAnon è strutturalmente connaturata, prima ancora che per gli aspetti organizzativi soprattutto per il lavoro che fa sull’immaginario cospirazionista collettivo, da tempo si è infatti candidata ad occupare un ampio spazio, cercando di affermarsi come soggetto non solo politico in grado di rispondere alle ansie dei molti. Si tratta di una vera e propria lotta per il dominio culturale, dove ad essere messi in gioco non sono solo le strategie politiche ma anche – e soprattutto – i territori dell’immaginario, quelli dove ogni individuo si costruisce una sua peculiare identità. Il rimando al gioco dei poteri come ad un meccanismo di infernale macchinazione a danno delle collettività, è a tale riguardo un vero e proprio cliché immarcescibile e immutabile. Il riferimento ai «Protocolli dei savi anziani di Sion», falso per antonomasia del primo Novecento ma anche modello e prototipo di tutta la letteratura e delle predicazioni complottiste da allora in poi succedutesi, è pressoché inevitabile. Lo schema rimane infatti quello. Nella società e nell’economia dell’informazione e della comunicazione QAnon, d’altro canto, ha trovato il suo habitat naturale. «Da quando ha iniziato a circolare, infatti, lo schema del racconto si è costantemente evoluto concentrandosi su una pluralità di argomenti e facendosi ombrello per inglobare elementi chiave di altre teorie del complotto e svilupparsi come crowdsourcing» (Francesco Cardinali). In tale modo, si è trasformato in una sorta di metateoria della cospirazione ai danni delle comunità. In realtà, a tutt’oggi QAnon rimane non a caso una sorta di reticolo di elementi complottisti, senza una struttura organizzativa chiara o intellegibile.

Anche in Italia il gruppo di «Telegram Digital Soldiers», “guerrieri informatici” che dichiarano di impegnarsi nella «controinformazione», avversa al «giornalismo mainsteam», rivendica un insediamento corposo. La quantificazione dei seguaci di QAnon nel nostro paese è estremamente incerta se non ai limiti dell’impossibile. Si professano nell’ordine di alcune decine di migliaia, a fronte di una cinquantina di milioni di astanti che sarebbero presenti un po’ in tutto il mondo (a circa poco più di tre anni dalla nascita del movimento digitale). Al netto della conta, rimane tuttavia la matrice comune: si è qanonisti se si partecipa all’evoluzione virale delle più surreali ipotesi di complotto, simpatizzando per la figura di Donald Trump (la pagina facebook dedicata a «Trump Italia», trasferitasi poi sulla piattaforma-canale Telegram, ha raggiunto quasi i 15mila followers), a tutt’oggi mitologizzato come la vera icona di riferimento, una sorta di star venerata poiché ha «rotto le uova nel paniere: era il primo presidente non appartenente al Deep State dopo decenni».

Chi è anon, membro del grande gruppo, combatte una «battaglia di luce» agli ordini del generale Q, anonimo profeta del web che dal 2017 dispensa “verità” sotto forma di post a partire dalla piattaforma 4chan: sono i cosiddetti drop, «gocce» di sapienza espresse spesso con un registro enigmatico ed esotericao Ogni goccia svelerebbe le innumerevoli ed oscure trame del «Deep State», lo Stato profondo, una vera e propria «piovra spaventosa e criminale», composta da un feroce e immorale manipolo di banchieri e potenti come «i Rothschild, i Rockefeller, Henry Kissinger e molti altri», che «governa il mondo da decenni se non da secoli».

Dalle losche trame di questa rete di superpotenti, deriverebbero le peggiori nefandezze storiche, così come eventi comunque traumatici, dall’assassinio di John Kennedy all’eliminazione di Gheddafi e Saddam Hussein, dall’abbattimento delle Twin Towers nel 2001 alla messinscena – di ciò infatti si tratterebbe, e non di altro – di una finta pandemia, il cui unico obiettivo è quello di obbligare le società ad accettare una «dittatura sanitaria». Il tutto, nel nome dell’instaurazione di un orwelliano e huxleyano «New World Order», il cui obiettivo sarebbe quello di dominare corpi e menti delle donne e degli uomini, trasformandone addirittura la intima natura biologica. Lo chiamano transumaneismo, commistione di carne e tecnologia, muscoli e microchip. La distruzione di ogni forma di opposizione si inscriverebbe pertanto in questo disegno irrefrenabile di dominio assoluto. In origine, esisteva il Qanon Italia Original, primissimo rifugio online di una comunità digitale nomade, costretta costantemente a cambiare casa. Le misure anti-fake, che hanno colpito più volte le piccole centrali dell’inquinamento del dibattito virtuale, si sono riflesse anche su queste entità, impedendone l’azione di proselitismo e proliferazione.

Esistono tuttavia non pochi siti che, pur non essendo necessariamente qanonisti, accolgono tesi, formulazioni e affermazioni che sono figliate direttamente dall’ambiente cospirazionista. La vera capacità di questi micro-organismi è di interagire con il resto del web, al medesimo tempo propalando una sorta di “contro-verità” e, cosa non meno importante, instillando il dubbio sistematico, che si traduce in immediato sospetto, di contro alle «verità ufficiali». L’inquinamento, per l’appunto, è la vera radice di ogni visione del complotto, laddove la distinzione tra appurabilità di un fatto e sua mistificazione delirante si fa pressoché impossibile.

Il tema della pandemia, e delle misure sanitarie contentive, insieme a quello dei vaccini, è uno dei campi di eccellenza sui quali esercitarsi in roboanti incursioni, soprattutto attraverso i social network. Poiché per la sua natura inevitabilmente costrittiva, costituisce un terreno nel quale costruire, non solo tra gli sprovveduti e gli ingenui, robuste catene di consenso rispetto alle proprie rimostranze, partendo dalla protesta verso i singoli impedimenti alla vita civile per poi giungere all’affermazione che il Coronavirus sarebbe poco più di una finzione. Se si scorrono i profili social di sostenitori italiani delle teorie del complotto, oltre agli eventuali riferimenti a QAnon si trovano quasi sempre richiami, così come sperticati endorsement, alle formulazioni alternative sull’interpretazione della storia (e quindi alla stessa cronaca quotidiana): anche da ciò, quindi, spesso si rivelano le manifeste simpatie per l’irredentismo meridionale, la denuncia di “olocausti” obnubilati o celati, insieme a molto altro; in sostanza, si tratta della diffidenza sistematica per qualsiasi interpretazione del passato che non sia in dichiarata controtendenza rispetto alla «versione ufficiale», la «vulgata mainstream». All’una e all’altra, secondo tale criterio, appartengono tutte le informazioni condivise dall’opinione pubblica, queste ultime invece trattandosi – secondo le denunce degli esegeti e degli apostoli della «controinformazione» – di deliberate mistificazioni. Non è infrequente che singoli profili rivelino simpatie, perlopiù superficiali ed occasionali, per manifestazioni del pensiero critico, con citazioni a mo’ di santini di corredo, di personaggi pubblici come Antonio Gramsci, Sergio Endrigo, Fabrizio De Andrè e così via. Si tratta di rimandi ad una sorta di pantheon popolare – una selezione epidermica di alcuni aspetti di mera suggestione promananti da tali figure – incastrati, in quanto facili accrediti intellettuali, in mezzo alla marea di post e thread accomunati dal complottismo come esclusiva matrice unificante.

Il linguaggio adottato è, al medesimo tempo, assertivo, sospettoso e chialistico-miracolista: una sorta di sintesi tra “le cose non sono mai così come ce le descrivono”, “non bisogna credere alle verità ufficiali” e “la nostra verità è quella che ci salverà dalla gabbia dei potenti”. I qanonisti italiani, come quelli americani, lanciano sui social messaggi volutamente difficili da comprende. A tale riguardo, scrivono post criptici e fanno intendere a chi li legge che qualcosa di clamoroso sia destinato ad accadere in breve tempo. Le frasi che ricorrono più spesso sono di natura quasi messianica: «siamo quasi alla resa finale», «credi al piano», «aspettate e vedrete», «queste sono ore cruciali» insieme ad altro ancora. Si tratta di una commistione tra linguaggio pseudo-religioso, espressioni da cinema d’azione e rimando ad una sorta di universo di significati che, al netto della loro incomprensibilità, debbono comunque trasmettere il senso della gravità del momento e della necessità di credere in qualcosa che è una sorta di profezia secolarizzata. Quando l’attesa viene puntualmente smentita, si riformula daccapo un nuovo obiettivo sul quale orientare tutte le energie collettive, in una nuova, spasmodica attesa. È quindi una costante mobilitazione dell’attenzione.

Il Covid-19 è più che mai una sorta di terreno di verifica della credibilità dell’intelaiatura cospirazionista. Poiché il richiamo alla menzogna di Stato («l’élite sta usando la pandemia per monitorarci e tenerci sotto controllo; Bill Gates e Anthony Fauci l’hanno pianificata per decenni, e ora l’hanno fatta esplodere; devono diffondere uno stato di paura, perché solo così la gente potrà seguirli») si incrocia con il rimando alla necessità di sollecitare una sollevazione collettiva («vogliamo solo risvegliare le coscienze dei dormienti affinché aprano gli occhi, affinché tornino a vedere. Offriamo la pillola rossa per far scoprire a tutti quanto è profonda la tana del bianco-coniglio»), al bisogno di una morale pubblica basata su valori tradizionali («con il tempo ci hanno indotto a non credere in Dio e nemmeno nel Diavolo; ma ti assicuro che esiste sia il demonio sia chi lo venera; i satanisti li trovi ovunque, specie a sinistra»), insieme all’esasperata diffidenza verso quasi tutte le formazioni politiche, soprattutto se collocate in una certa parte dello spettro politico (la sinistra è associata quasi sempre al Deep State, insieme a «Sleepy il pedofilo», riferimento offensivo a Joe Biden; i «comunisti satanisti»; il più generico ma diffuso «marciume della politica»).

Se quello del complottismo è un arcipelago variegato, QAnon ne è tuttavia la sintesi. Per meglio dire, ne costituisce l’isola madre. Le credenze propugnatevi si basano sulla reviviscenza sia dei vecchi ma solidi temi antisemitici (il controllo del mondo è nelle mani di uomini come George Soros; in Italia i bersagli preferiti sono Carlo De Benedetti e, sia pure in misura minore, la famiglia Elkann) che di quelli tipicamente anticomunisti, ai quali si ricorreva in tempi di Guerra fredda. Lo stesso tema, ossessivamente ripetuto, della pedofilia (per la quale l’indice di malvagità delle istituzioni laiche e religiose si misurerebbe sulla loro deliberata intenzione di rapire i bambini, sottraendoli ai loro genitori per poi usarli come strumenti per il piacere dei “potenti”), insieme al motivo di fondo dell’intrinseca mostruosità dei poteri, non nascono nel vuoto dell’oggi ma riecheggiano immagini e immaginari che attraversano l’intera storia contemporanea, dai processi rivoluzionari a cavallo del XVIII e XIX secolo per arrivare ai tempi correnti.

La capacità di reclutare adepti si basa essenzialmente sulla proposta, in prima battuta, di contenuti apparentemente apolitici – se non espressamente antipolitici – giocando sulla leva di un diffuso qualunquismo così come sulla necessità, per molti, di identificarsi con cause umanitarie che siano però immediatamente riferibili alla propria quotidianità. In altre parole, non si chiede di salvare i bambini dei migranti ma la propria prole “bianca” dalla rapacità dei «trafficanti di bambini». I riferimenti specifici rimandano poi quasi esclusivamente a figure di uomini (e donne) della politica, contro i quali si lanciano strali violentissimi. Un esempio, al riguardo, è la surreale diceria per cui sarebbe stato Matteo Renzi a manomettere le schede con i voti nelle recenti elezioni statunitensi, concorrendo personalmente all’usurpazione della vittoria altrimenti certa di Donald Trump. L’inverosimiglianza e la stravaganza di certe affermazioni non ne riduce la credibilità, semmai rinforzando la carica ideologica di chi le fa proprie. Da questo punto di vista, tuttavia, c’è ancora una discriminante in corso: se negli Stati Uniti QAnon ha una nettissima connotazione radicale, inscrivendosi nell’ambito della destra per più aspetti illiberale e a tratti eversiva (l’Alt-Right), in Italia è ancora troppo presto per dire con certezza quale possa essere la matrice politica definitiva, anche se è del tutto plausibile che si segua la deriva d’oltreoceano. Il fanatismo cognitivo è comunque il collante di tutto: chi accetta le proposizioni iniziali, finisce poi con il trovarsi intrappolato dentro un sistema di affermazioni sempre più estremizzate, dove le modalità di identificazione sono quelle che vengono praticate dalle sette religiose. Nessun dissenso, dinanzi alle dichiarazioni correnti, è infatti concesso.

Nella sostanza, pronunciarsi su QAnon, in quanto fenomeno al medesimo tempo virtuale e materiale, capace di viralità comunicativa così come di diffusività nei comportamenti politici, è ancora troppo presto. Quanto meno se di esso si intendano mettere in rilievo i possibili impatti di lungo periodo. Di certo, tuttavia, negli Stati Uniti così come nei paesi europei, e quindi in Italia, sta iniziando a coprire uno spazio, quello costituito e quindi delimitato dal bisogno di avere una mitografia di riferimento per dare poi corso ad una qualche forma di mobilitazione politica. Un ambito che nell’età contemporanea è stato il terreno prediletto per le destre antisistema e avverse alla democrazia. Sarà comunque il tempo, in fondo neanche troppo in là, a dire quale potrà essere la traiettoria definitiva di questo fenomeno. Comunque, per nulla da ridicolizzare.

 

 

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *