L'agenda di Joi
Joi in
Identikit del rabbino italiano attraverso un puzzle polifonico

Chi è e che ruolo ha il rabbino in Italia? Una disamina di voci e punti di vista diversi, tra storia e attualità

Chi è il rabbino secondo la declinazione italiana dell’ebraismo? La risposta non è affatto semplice e occorre sentire voci diverse perché ognuno, protagonisti inclusi, declina quella funzione in maniera molto personale. Se la presenza ebraica in Italia è decisamente antica, l’arrivo di comunità diverse in tempi recenti ha aperto lo sguardo verso altri mondi. Per non parlare dei reform, che con le donne rabbino hanno certamente sparigliato le carte dell’abitudine. “Dal punto di vista storico” spiega Gadi Luzzatto Voghera, autore del volume Rabbini (ed Laterza) “l’attestazione del rabbino come figura istituzionale non è più antica del Medioevo e l’idea di comunità nasce sul finire di quel periodo storico con una figura di rilievo, Yehuda Mintz, rabbino di Padova. Fa due cose. Si occupa del tribunale rabbinico insieme a due esperti, e le sue sentenze lasciano traccia sia nella vita quotidiana sia nella storia. Inoltre, istituisce una scuola, incaricato dalla sua comunità di occuparsi di educazione permanente. Nasce così un convitto dove i ragazzi sono formati sulla letteratura rabbinica e Mintz percepisce uno stipendio composto anche dal contributo degli studenti. È un bell’esempio: il rabbino fornisce cibo materiale e spirituale alla sua comunità”. Istituzione pubblica, rappresentante della comunità sotto tutti i punti di vista, halakhici e spirituali, educativi e materiali, rav Mintz vivrà più di cento anni.

L’età dei ghetti e l’emancipazione

Ce ne sono altre di figure simili, appartenenti allo stesso periodo storico, più o meno conosciute a seconda del carattere personale: il carisma è sicuramente un tratto importante per chi sceglie di condurre la propria comunità a una vita ebraica. “Il vero discrimine nella storia italiana è segnato dall’eta dei ghetti: a quell’epoca, la comunità, per i non ebrei, coincide con il banco di prestito e il rabbino perde la sua funzione pubblica”, continua Luzzatto, “Ma è interessante quanto mette in luce Roberto Bonfil nel suo libro Rabbini e comunità ebraiche nell’Italia del Rinascimento a proposito dell’integrazione della comunità ebraica con la società in cui vive: sin dal 1400 i rabbini predicano in italiano. La comunità non capisce l’ebraico, ma conosce il volgare”, continua Luzzatto. “E sembra proprio vero che, in barba a tutti i divieti imposti dalla Chiesa di non entrare nel ghetto di sabato e di non varcare la soglia del tempio, a Venezia, per esempio, molti non ebrei andassero in sinagoga ad ascoltare i rabbini. Finita questa epoca c’è il vero cambio: con l’emancipazione, se l’ebraismo era una forma di socializzazione e di vita, si assiste alla sua religiosizzazione e i rabbini assumono il ruolo di custodi della tradizione. Purtroppo”. Perché? “Perché gli ebrei che si secolarizzano non conoscono più i ritmi della vita ebraica imposti nel ghetto e affidano al rabbino questo compito. Come dire: io, ebreo secolarizzato, pago te, rabbino, perché tu conservi e porti avanti la tradizione. Allora il rabbino diventa pastore di anime, rivestito anche iconograficamente di questo ruolo: quasi come un vescovo, indossa una tunica nera e un cappello particolare”, dice Luzzatto.

Tra l’800 e il ‘900 i rabbini vengono dal popolo. Sono persone molto colte ma non fanno parte dell’èlite che comanda la comunità e questo crea un ulteriore cambio di scena. “Spesso le persone che a quei tempi sceglievano di fare il rabbino erano stati avviati allo studio in scuole convitto che sollevavano le famiglie dalle difficoltà economiche. Questo però poi ha reso possibile uno scollamento tra il rabbino e i vertici della comunità, rendendo questi un suo sottoposto sia economicamente sia psicologicamente. Oggi il collegio rabbinico italiano produce pochi rabbini e la sfida più grande a cui sono sottoposti è vivere una vita pienamente ebraica nella società civile, cosa che nelle piccole comunità è particolarmente complesso. Perché tanto più è piccola la comunità, tanto è minore il numero di ebrei osservanti, con il conseguente rischio di isolamento della famiglia del rabbino, che in ogni caso diventa un punto di riferimento, costretto a garantire la disponibilità 24 ore al giorno”, conclude Luzzatto.

Chi è il rabbino oggi

“Il rabbino è diventato il tuttologo”, commenta rav Elia Richetti di Milano “Deve saper svolgere le funzioni, insegnare, fare le milot, macellare; è responsabile della adesione della struttura comunitaria alle normative e deve essere un modello per la comunità, cioè avere una famiglia e occuparsene. Naturalmente poi la personalità di ognuno fa la differenza, ma tutti riconoscono nel rabbino il compito di avvicinare la comunità alla tradizione”. Cosa significa esattamente? “Il rabbino deve essere fermo nell’osservanza e sufficientemente studioso da sapere quando e come facilitare i problemi che gli vengono posti senza mai rinunciare alla normativa. A dire solo “no” son buoni tutti, mentre per dire dei sì o trovare delle soluzioni pertinenti occorre conoscere molto bene i testi. Occorre essere molto seri. D’altrone si sa, l’umorista è il più serio in questo mondo!”. Amedeo Spagnoletto, rabbino di Firenze, elenca una serie infinita di mansioni e compiti che scandiscono la sua settimana, dal giocare a calcio la domenica mattina con i ragazzini alle lezioni di Talmud Torah a quelle per i bambini del nido e dell’asilo, dagli incontri con gli anziani della casa di riposo alla messa a punto di eventi nazionali, fino alla kasherut: “Avevamo già il macellaio, ora si sono aggiunti un panificio, un ristorante e una gelateria. Firenze è la terza comunità d’Italia ed è sempre piena di turisti, anche ebrei”, sottolinea Spagnoletto. La kasherut è un tema che riguarda i rabbini, spesso criticato dalle comunità: “Quello della certificazione”, spiega Gadi Luzzatto Voghera, “è un servizio del rabbino alle aziende e non della comunità. In più, per il successo che il cibo italiano ha nel mondo, spesso ci sono agenzie internazionali a gestire il tutto e le comunità avvertono questi accordi come qualcosa che passa sopra le loro teste. Ma non è l’unico elemento di attrito tra comunità e rabbino. La questione dei matrimoni misti, per esempio, mette in luce altre difficoltà molto attuali. Il rabbinato centrale di Israele ha imposto una serie di regole e dinamiche che rendono quello italiano non autonomo. Dato che il rabbino è “il maggiore della città”, quello che dice di quella città è Halakhà, dunque le conversioni in quel luogo sono valide, ma non lo sono per Israele. Per me, negli ultimi 10 anni è nata una specie di dipendenza psicologica da Halakhà. Che però non tiene conto delle vicende umane e morali delle persone”.

L’ortodossia, la Legge, gli altri

Se l’ebraismo italiano ha seguito le strade della propria storia nazionale, fatta di particolarismi regionali e locali, negli ultimi anni è stato costretto a considerare altri modi di condurre una vita ebraica. Sia per tradizioni diverse, sia per declinazioni diverse dell’ebraismo, come i Habad Lubavitch e i reform. “Si fa il rabbino per passione, non come lavoro” dichiara rav Igal, rabbino Habad di Milano, “Per me è andata così: sono io che ho scelto la mia comunità, fondando la mia sinagoga nello spirito Habad di andare dove ne manca una. E il mio lavoro, quello pagato, è nella scuola. Abbiamo fondato una scuola femminile, la prima al mondo ad essere associata al Ministero dell’Istruzione israeliano, di cui sono molto fiero. Ma il rabbino è l’unico professionista che fa di tutto e non si chiede mai con quanti soldi verrà pagato”. Il suo lavoro nel sociale è piuttosto intenso: “Oltre alla scuola abbiamo la cucina sociale e collaboriamo spesso con la comunità di S. Egidio, con la Caritas e anche con il Comune. Il nostro è un movimento ortodosso, ma non ha preclusioni per nessuno”. Per Sylvia Rothschild, rabbino reform di Lev Chadash a Milano, “Il ruolo del rabbino non è un ruolo di genere. Infatti ci sono donne nella tradizione ebraica come le sette profetesse di cui parla il Talmud (Megillah 14 a-b) e naturalmente la figura di Deborah, giudice e leader militare”, spiega, “Poi purtroppo l’ebraismo si è fatto tristemente condizionare dalla società in cui viveva e ha così estromesso le donne dai ruoli centrali, economici e culturali della comunità. Per me, essere una donna adulta significa avere esattamente lo stesso status di un uomo adulto”. E alla domanda su quale sia il ruolo del rabbino, risponde così: “Credo che essere un rabbino abbia sempre significato avere le competenze e la profondità necessaria per conoscere e capire i testi ebraici e come vengono letti, per poter prendere decisioni significativamente ebraiche per la comunità che il rabbino è chiamato a servire. I nostri testi giuridici sono tradizionalmente aperti e dinamici e occorre interpretarli con un’attenzione specifica ai bisogni delle singole comunità, in quel particolare contesto e tempo. Ecco, questo è il lavoro del rabbino. Insieme all’insegnamento, allo studio, alla vicinanza alla comunità e alla sua crescita, a chi è in difficoltà, a ritrovare i valori ebraici. Insomma, per me significa tenere la mente e le porte aperte, essere sensibili verso la vita degli altri, rimanendo un fermo guardiano dei principi ebraici per far sì che l’ebraismo sia qualcosa di significativo e rilevante nella vita delle persone”. Due punti di vista in qualche modo alieni all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che, come spiega Gadi Luzzatto, è un organo voluto dallo Stato che considera solo l’ebraismo ortodosso: “Sembra che aprendo ai riformati si diventi tutti come loro, senza calcolare che gli ebrei italiani sono meno religiosi dell’ultimo dei riformati. Ma anche i Lubavitch, per quanto siano inclusivi, sono spesso tagliati fuori”. Dalle istituzioni più che dalla vita reale, perché le loro comunità sono accolte e tendenzialmente benvolute da quelle ortodosse tradizionali, come a Firenze dove la convivenza è all’insegna del rispetto reciproco, nello stesso empio.

Il rapporto con l’UCEI

I rabbini fanno parte dell’Assemblea Rabbinica che è un organo dell’UCEI. La comunità nomina un rabbino capo (approvato dall’UCEI) e stabilisce con lui un contratto di lavoro della durata di tre anni. “Questa è una novità”, spiega Richetti, “conquistata dopo circa sette anni di lavori e che consente di risolvere in modo soft i problemi di eventuali attriti tra rabbino e comunità: il rabbino può essere spostato altrove allo scadere del contratto. Oppure può essere rinnovato per altri sette anni, a loro volta rinnovabili. Se però non c’è una cattedra libera, la comunità deve garantire la sussistenza del rabbino. Raggiunta l’eta pensionabile, riceve una pensione, ma può anche firmare contratti a termine per una durata più breve”. A pagare lo stipendio del rabbino è la sua comunità che, appunto, lo assume. “Benché possa creare anche degli attriti”, commenta Sylvia Rothschild “Questo fatto responsabilizza entrambe le parti e svolgere le funzioni concordate”. L’Ucei è un organo nazionale che attraverso l’ARI (Assemblea Rabbini Italiani) dovrebbe dare un piccolo supporto alle comunità. Secondo Spagnoletto ha però scarsa incisione: “Il problema è organizzativo, l’Assemblea non può essere gestita da chi ha la cattedra perché è già oberato dagli impegni con la propria comunità. Penso andrebbero nominati un presidente e un segretario che gestiscano gli impulsi e le idee che arrivano dalle comunità e che siano in grado di dare assistenza e supporto ai singoli rabbini, anche nella comunicazione. Sicuramente renderebbero più facili i rapporti tra le diverse realtà”.

La presenza di ebrei riformati è in crescita, con comunità in diverse città italiane e nel 2017 è nata la Federazione per l’Ebraismo Progressivo che si è proposta da subito di relazionarsi con l’UCEI. Come scrive Bruno Di Porto nel suo Il movimento di riforma nel contesto dell’ebraismo contemporaneo, edito da Angelo Pontecorboli, “L’Intesa attribuisce all’UCEI la responsabilità di rappresentare e garantire tutti gli ebrei d’Italia, senza distinzioni di correnti, chiedendo dunque una conseguente disposizione a considerare la componente progressiva, che è parte dell’Ebraismo italiano”. Al momento non sono state accettate queste motivazioni. Sylvia Rothschild porta la sua personale esperienza di rabbino inglese (pendolare su Milano): “Non ho rapporti con l’Ucei e mi piacerebbe molto poter collaborare con questa istituzione, entrando maggiormente nella vita ebraica italiana e milanese. Lo faccio con l’istituzione inglese, di cui sono membro. Il ruolo del Board of Deputies of British Jews ha la stessa funzione dell’UCEI ma raccoglie tutte le diverse anime dell’ebraismo inglese. Ogni sinagoga ha un suo rappresentante nel Board e tutti i membri collaborano, indipendentemente dalle diverse correnti, a temi di interesse comune. Trovo che questo modello collaborativo e consultivo sia un ottimo sistema perché ogni ebreo si senta rappresentato e sia essenziale per avere buone relazioni con gli ebrei nel resto del mondo, oltre che con il governo locale”. Ma la motivazione centrale del rifiuto da parte dell’UCEI ha a che fare con l’identità ebraica. “Il fattore dirimente, per il rabbinato ortodosso, all’inclusione della presenza progressiva nell’UCEI”, spiega Di Porto, “sta nell’effettuazione di ghiurim (conversioni) da parte dell’ebraismo progressivo, in suoi beté din non riconosciuti dall’ortodossia. Convengo che il problema delle conversioni è serio, in quanto riguarda la sostanza dell’identità ebraica nel mondo. Il problema chi è ebreo? È planetario”. L’ebraismo progressivo offre di accogliere le coppie miste “e integrarle nelle congregazioni per aumentare la probabilità che i figli possano sentirsi ed essere ebrei”, commenta Di Porto. Ma la questione delle conversioni è un’altra storia: aprirebbe un altro lunghissimo capitolo. Che merita uno spazio a sé.

Micol De Pas
Web content manager

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


1 Commento:

  1. è interessante e lascia intraprendere una ferita aperta, lebraismo ortodosoo e l’ebraismo non ortodosso.Certo che fioriscono gruppi a iosa da dieci anni a questa parte.Convengo che la conversione è materia delicata.Mia madre era una ebrea ‘nascosta’; quando l’ho detto, la comunità ortodossa s’è scatenata, Shavei israel invece ha compreso.Ho avuto un lungo dibattito con alcuni ebrei della comunità di Napoli; ma non sempre è facile.Vincenzo Crosio.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *