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Derech Eretz o le buone maniere dei rabbini

La letteratura rabbinica è molto completa e minuziosa nel descrivere le regole della vita ebraica. Forse non tutti sanno che alcuni trattati si concentrano specificatamente sul galateo e le buone maniere.

Quando si parla di Halachà, la legge ebraica, si pensa subito a un coacervo di regole e regolamentazioni relative agli aspetti più vari e minuti della vita quotidiana. L’esempio più evidente e noto di questa puntigliosità legale è costituito dalle norme alimentari, marca distintiva e imprescindibile dell’ebraismo. Ma la Halachà non si sofferma solo sul cosa si mangia: considera anche il come si mangia. Il galateo è infatti parte integrante della legge ebraica, tanto che, nei testi rabbinici della tarda antichità, si è cristallizata un’espressione per indicare le buone maniere, la derech eretz.

Il termine ebraico significa letteralmente via della terra – che forse potremmo rendere “com’è normale”: la derech eretz è in effetti un concetto per certi versi vicino alla (nostra) idea filosofica di legge naturale, e quindi di normativa che procede dalla propria evidenza al buon senso umano. Oggetto della derech eretz sono infatti tutti quei comportamenti e atteggiamenti dati per scontati, perché “è ovvio che si faccia così”. Così ovvio, tuttavia, non doveva essere se già nel nel Talmud Palestinese (Shabbat 6,2) e Talmud Babilonese (Berachot 22a) si citano delle hilkot derech eretz, ossia delle regole di buona condotta. Non solo, ma intorno ai secoli XVIII-X dell’era volgare questa precettistica di etichetta che punteggiava senza soluzione di continuità i compendi legali verrà raccolta in una coppia di antologie rabbiniche titolate per l’appunto Derech Eretz Rabbah e Derech Eretz Zuta, ossia il Galateo maggiore e il Galateo minore. In queste due opere sono ammassati precetti, spesso illustrati da narrazioni esemplificative, finalizzati a forgiare la personalità del futuro rabbino anche in quegli aspetti esteriori, come il savoir-faire, che lo rendono immediatamente riconoscibile in società come talmid chacham, ossia come discepolo dei sapienti. Le norme di derech eretz coprono i più vari campi della quotidianità, spaziando dalle buone maniere a tavola, all’accoglienza degli ospiti, fino al comportamento alla toilette.

 

Etichetta ai tempi del Talmud
Vediamo allora qualche esempio. Per quanto riguarda le cortesie da desco, una volta espletati i doveri liturgici di recitazione delle benedizioni dovute, una domanda sorge spon
tanea: chi si serve per primo dalla portata comune? Derek Eretz Rabbah risponde tenendo a mente la gerarchia socio-culturale:

Quando due siedono alla stessa tavola, il più importante dei due si serve per primo, dopo di che tocca al meno importante. Si racconta che Rabbi Aqiva tenne un banchetto per due suoi discepoli. Fece portare loro due pietanze, una mezza cruda e una ben cotta. Per prima presentò loro quella cruda. Il più avveduto dei due discepoli impugnò il gambo della verdura con una mano, cercando di strapparlo con l’altra, ma non venne via. Quindi scostò la mano e si mangiò il pane da solo. Il più ottuso dei due impugnò il gambo con una mano e prese un morso coi denti. Rabbi Aqiva gli disse: “Non così, figliolo! Mettici anche un calcagno dentro al piatto!”. In seguito, servì loro il piatto ben cotto. Mangiarono e bevvero a sazietà. E dopo che ebbero mangiato e bevuto, Aqiva disse loro: “Figlioli, vi ho fatto tutto questo soltanto per provare se avete o meno buona creanza”. (Derek Eretz Rabbah 7,1-2)

La storiella divertente e divertita è il mezzo principe impiegato per l’educazione del pubblico dei nostri trattati. Tuttavia, il sorriso edificante alle volte lascia il posto a risvolti paradossalmente tragici:

Gli ospiti che si recano dal padrone di casa non devono dare alcunché al figlio del padrone di casa né al suo schiavo o al suo delegato. Si racconta che un tale accolse presso di sé tre ospiti in tempo di carestia. Egli aveva solo tre uova, che offrì a quelli. Venne il figlio del padrone di casa a presentarsi davanti a loro. Uno degli ospiti prese la propria porzione e gliela diede e così fecero il secondo e il terzo. Ma, quando arrivò il padre e vide che il figlio teneva un uovo in bocca e due in mano, si levò e lo sollevò per lungo, per poi scaraventarlo a terra, cosicché quello morì. E pure la madre, quando vide il figlio morto, salì sul tetto e si buttò per uccidersi. E, quando la vide, anche il padre salì sul tetto, si buttò giù e morì. E finì che tre persone morirono per una cosa così. (Derech Eretz Rabbah 9,4)

Come abbiamo già accennato, anche i gesti che si compiono nel privato dell’espletazione delle proprie funzioni corporali sono oggetto di discussione nei testi rabbinici:

Chi si reca al gabinetto non deve rivolgersi verso occidente né dalla parte opposta, ma di fianco. Non deve scoprirsi finché non sia seduto. Non deve pulirsi con la destra ma con la sinistra. […] Perché i sapienti dicono che non ci si pulisce con la destra ma con la sinistra? Dice Rabbi Eliezer: “Perché con la destra si mangia”. Dice Rabbi Yehoshua: “Perché ci si beve”. Dice Rabban Gamliel: “Perché ci si indicano gli accenti sul rotolo della Torah”. (Derech Eretz Rabbah 7,6)


Non solo buone maniere
Accanto all’etichetta, anche la più triviale, tuttavia, non manca l’enunciazione dei principi etici che devono guidare l’individuo nel suo agire. Ecco quali sono i valori rabbinici, in un trittico: “Tre cose sono di ugual peso: sapienza, timore, umiltà.” (Derech Eretz Rabbah 7,5). Un altro interessante caso di istruzione morale è rappresentato da un proverbio curioso perché sembra avvicinarsi, nella formulazione numerica, alla concezione cristiana dei sette peccati capitali:

 

Il primo stadio della trasgressione è la velleità; il secondo è il sarcasmo; il terzo è la superbia; il quarto è la crudeltà; il quinto è la negligenza; il sesto è l’odio gratuito; il settimo è l’invidia (Derech Eretz Zuta 6,5)

Anche la vita scolastica dello studente rabbinico popola le pagine dei galatei in questione, in particolare quelle di Derek Eretz Zuta, precipuamente dedicato alla formazione del talmid chacham. Così viene descritto il discepolo ideale:

Quindici sono le doti distintive del discepolo rabbinico: è dignitoso nell’incedere, pio nello studio, accorto nella conoscenza, avveduto nell’agire; riconosce il proprio posto; gioisce della sua parte; non si prende il merito; è ricettivo e di buona memoria; studia, domanda e risponde abbondantemente; integra lezione per lezione; va dal sapiente a imparare a insegnare e praticare.(Derech Eretz Zuta 7,1)

All’interno di questo progetto etico di educazione, dal testo sembra emergere un principio guida – quello della gratuità del “mestiere” rabbinico:

Metti in pratica le parole della Torah per la pratica in sé ed esprimile verbalmente per il verbo in sé. Non farne una corona con cui vantarti né un’accetta con cui tagliar corto. (Derech Eretz Zuta 2,4)
Pratica lo studio della Torah gratuitamente, perché il Santo-benedetto-sia l’ha donata gratuitamente, perciò non devi trarne guadagno. Invece, se trai guadagno dalle parole della Torah, ti ritroverai a minare l’intero universo. (Derech Eretz Zuta 4,2)

 

Se traduciamo Torah con “scienza” o “legge” in senso universale, questo insegnamento sembra adattarsi oggigiorno alla situazione di chi, come un talmid chacham della tarda antichità, intraprende rispettivamente la carriera di studioso accademico o di praticante legale. Ironia della sorte a parte, per tutti vale un insegnamento forse scomodo: l’abito non farà il monaco, ma il rabbino sì.

 

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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