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Cultura
Il caso Facebook e la negazione infinita

L’operazione ideologica negazionista, quindi, non ha ad obiettivo la conoscenza storica, di cui nega le stesse radici, bensì il suo uso politico, per manipolare la capacità di giudizio nel presente.

Affermava Jorge Luis Borges che «il passato è indistruttibile. Prima o poi le cose ritornano e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato». La notizia di questi ultimi giorni è che Facebook vieterà quei contenuti (plausibilmente non solo gruppi di discussione ma anche post, link e quant’altro) che negano o alterano deliberatamente la storia (e le memorie) della Shoah. L’obiettivo dichiarato è di «liberare la piattaforma dall’odio». Una meta non facile per un social network che troppo a lungo, nel nome di una falsa idea di libertà di espressione e di libera manifestazione del pensiero, ha lasciato veicolare urticanti messaggi, insieme a pseudo-dibattiti, fondati sulla legittimazione di esternazioni deliranti. Da tempo un numero crescente di utenti, oltre ad istituzioni ed autorità pubbliche e private, andavano infatti chiedendo un giro di vite, quanto meno nei confronti delle espressioni maggiormente offensive.

Significativo anche il fatto che una tale scelta, evidentemente sofferta e comunque quasi obbligata dalla pressione levitante di una parte del pubblico (quindi tardiva e dal sapore non del tutto autentico e sincero, poiché rispondente più a logiche di politica del marketing che non a convincimenti etici profondi), sia legata, secondo le parole stesse dell’azienda, all’«aumento dell’antisemitismo a livello globale e dall’allarmante livello di ignoranza sulla Shoah, soprattutto tra i giovani». Peraltro, qualsiasi ragionamento sul negazionismo, vecchio o nuovo che sia, a prescindere dalle motivazioni che lo originano, non può non confrontarsi con la diffusione, in sé ancora più preoccupante, delle teorie complottiste che attraversano l’universo virtuale per poi trasfondersi, anche in questo caso in maniera crescente, nell’agire politico oltre che nel giudizio di senso comune. Rafforzando nell’uno come nell’altro caso i pregiudizi. Non solo quelli di natura antisemita.

Va aggiunto, a questo punto, che non giova alla discussione tra chi intenda mantenere come punti fermi il realismo critico e la capacità di analisi, il diffondersi, in chiave spregiativa, della stessa parola «negazionismo» per definire tutta una serie di condotte in sé estremamente criticabili ma che hanno poco a che fare con il fenomeno politico ed ideologico in sé. L’accanito confronto sulla gestione della pandemia, ad esempio, laddove si è definiti come negazionisti figure o pensieri aspramente scettici rispetto alle misure adottate dai governi, non aiuta a fare chiarezza, mettendo semmai tutto e tutti nel medesimo calderone. Il fuoco del negazionismo va identificato sempre e comunque, evitando “ammucchiate” linguistiche e beceri ricorsi di natura puramente diffamatoria.

Cosa quindi intendiamo con tale espressione? Partiamo da ciò con cui non può essere confusa. Spesso, non solo nel dibattito storiografico ma soprattutto nella discussione quotidiana, lo si confonde con il revisionismo. Cerchiamo di capirci: revisione implica una ridefinizione del giudizio di fatto rispetto ad uno o più eventi, non la loro deliberata cancellazione dal quadro dei dati concreti. I campi di concentramento, in quanto luogo fisico, così come la condotta sterminazionista o comunque schiavista ivi praticata, si danno nella loro oggettività, in quanto elementi di un più ampio dispositivo di annientamento realizzato dal Terzo Reich. Punto e basta. Altro discorso è poi comprenderne la valenza e la funzionalità rispetto alle politiche praticate da Hitler, dal momento della sua ascesa al potere in poi. Così come questione aperta rimane il problema della comprensione dei molteplici meccanismi che concorsero nella determinazione di una condotta criminale, rispetto ad altre opzioni praticabili; ed ancora, come i modi e i tempi di essa si ordinarono nella loro evoluzione e via andando, rivolgendosi analiticamente a tutti i piani che una questione così terribile ed intricata inesorabilmente evoca a tutt’oggi.

Sono questi quesiti e questioni che animano e rendono fertile la discussione tra gli esperti così come tra i cultori della storia, non elementi a detrimento del buon esito della riflessione. Riflessione, per l’appunto, che rimane aperta e frequentabile da chiunque si doti di buona volontà e di un minimo di metodo. Oltre, va da sé, dei principi di buona fede (non falsificare consapevolmente sia i dati che il loro uso) che di ragionevolezza (mantenersi ancorato al confronto con la complessità della realtà, anche quando essa non collimi con i propri convincimenti). Due “merci” rare, al giorno d’oggi.

A stretto giro di logica, tutti gli storici sono dei revisionisti poiché è nella ragione medesima dell’agire storiografico il comparare, lo stabilire scale di comprensione, l’identificare similitudini e alterità e così via. Si tratta di determinare ricorrenze e differenze poiché nelle discontinuità si cela il rinnovarsi di antiche categorie così come il mutamento di paradigmi. Da ciò possono derivare scarti e modificazioni nel giudizio di fatto – qualora di nuovi fatti si possa parlare – o addirittura di valore, quando una costellazione di fatti, fino ad un dato momento sconosciuti o sottovalutati, si riordina nel giudizio in modo tale da fornire una visuale diversa del passato. Sono comunque eventi rari e richiamano sempre la responsabilità, unita alla consapevolezza, di cui l’operatore culturale deve dotarsi nel momento in cui «fa storia», ricostruendola, analizzandola, descrivendola e socializzandola. Poiché a fare la storia, nel senso non fattuale del termine ma nella sua costruzione intellettuale a fatti avvenuti, quindi come manufatto simbolico fruibile nella concretezza della quotidianità, è per l’appunto chi la tratta come oggetto di narrazione. Lo storico ma spesso anche il testimone, il didatta e, a volte, l’autodidatta. In questo senso ha valore dire, come spesso si fa, che «la storia siamo noi». Il resto, francamente, rischia di essere solo di manifestarsi come un registro retorico.

Più semplicemente l’agire dello storico dispone ed ordina secondo un senso dei dati, facendoli parlare. Il suo operato deve essere informato all’uso di un’appropriata metodologia, alla correttezza nel trattamento delle fonti, all’apertura analitica e mentale. Quindi, nell’ambito degli studi sui fascismi, sono detti revisionisti quanti, sulla scorta di una corrente storiografica strutturatasi in Europa intorno ad alcune figure chiave di intellettuali e pensatori, si richiamano ad una strategia interpretativa – volta alla ricostruzione dei nessi che intercorrerebbero tra esperienze ideologiche e politiche distinte – fondata su alcuni specifici passaggi: la propensione, metodologica, ad operare sintesi di ampio respiro, ragionando secondo criteri che tendono ad incorporare periodi e fenomeni, anche compositi, cercando di trovare in essi una radice comune (ad esempio, l’affermazione di Ernst Nolte che le politiche repressive bolsceviche furono il «prius logico e fattuale» dei lager nazisti, ossia il loro antecedente logico e ideologico); il riconoscimento dei fatti senz’altro in quanto tali ma anche e soprattutto la loro lettura in chiave causale, dove i nessi prevalgono sulle specificità di ognuno di loro. Tale modo di operare, ancorché legittimo sul piano storiografico, se portato alle sue estreme conseguenze, come per l’appunto i revisionisti fanno, induce potenziali distorsioni di valutazione e sovrapposizioni di giudizio fino al rischio di una forzatura dei fatti stessi. Ad immediato seguire, l’identificazione di correlazioni teoretiche tra nazionalsocialismo tedesco e comunismo sovietico. Da ciò, quindi, l’adozione di una visuale politica informata a posizioni corrispondenti a quelle dell’area conservatrice liberale o, alternativamente, di una certa sinistra radicale, entrambe comunque motivate da un accentuato anticomunismo, trattandosi, allora come oggi, di opporsi, sia nel caso dei nazifascismi che del comunismo, a fenomeni «totalitari».

Detto questo, ovvero fuoriuscendo da tale recinto, si va invece verso le sponde più propriamente definibili come negazioniste. Sono infatti tali le affermazioni di quanti sostengono che Auschwitz – così come il resto dei campi, di sterminio o di concentramento che fossero – non è mai esistito o ha svolto funzioni diverse da quelle consegnateci dall’evidenza dei fatti. Così lo qualificammo, per estensione, nel «Dictionary of collective memory» (Gedisa Editorial, Barcellona 2018): «si ha una manifestazione di pensiero negazionista quando ci si riferisce ad un atteggiamento pseudoscientifico, basato sia sulla negazione dell’evidenza dei fatti storici, riconosciuti in quanto tali dalla comunità scientifica e dall’opinione pubblica, sia della loro rilevanza nella formazione della coscienza civile e dei tratti etici della moderna cittadinanza.

Se il negare o il rimuovere un fatto, un atto, un soggetto secondari rispetto ai processi storici è sostanzialmente di scarso rilievo ai fini della formulazione di un giudizio condiviso sul passato, il negazionismo – invece – opera al cuore della formazione del consenso morale diffuso sui modi in cui valutare ciò che è stato per capire il senso dei tempi correnti. L’operazione ideologica negazionista, quindi, non ha ad obiettivo la conoscenza storica, di cui nega le stesse radici, bensì il suo uso politico, per manipolare la capacità di giudizio nel presente. Il termine è usato principalmente per definire coloro che affermano la non esistenza della Shoah, lo sterminio degli ebrei da parte della Germania nazista.

Per estensione, indica una serie di condotte che, ribaltando il giudizio di senso condiviso, confermato dall’ampia documentazione disponibile, dalle molteplici testimonianze, dalle numerose ricerche, imputa invece alle stesse vittime, gli ebrei, la responsabilità di avere inventato la menzogna di un genocidio ai propri danni per potere ricattare i tedeschi e, più in generale, tutti i non ebrei. Tale macchinazione sarebbe parte del tentativo ebraico di dominare il mondo, ingenerando un persistente senso di colpa per una tragedia che, affermano i negazionisti, invece non è mai accaduta. Il negazionismo è considerato, in questo caso, un fenomeno che si ricollega alla visione complottista dei processi storici, la quale attribuisce all’azione di forze occulte (tra i quali gli stessi ebrei) il tentativo di influenzarne l’evoluzione a proprio beneficio. Storicamente, la radice del moderno negazionismo rimanda sia alla diffusione dell’antisemitismo ottocentesco sia al più generale rifiuto della modernità, dopo la caduta del sistema di Ancien Régime e il consolidarsi dei processi rivoluzionari. Non è peraltro un caso che le prime manifestazioni di negazionismo si abbiano quando nel 1835 il matematico e fisico Jean-Baptiste Pérès dà alle stampe un pamphlet Comme quoi Napoléon n’a jamais existé ou Grand erratum, source d’un nombre infini d’errata à noter dans l’histoire du XIXe siècle, nel quale, tra ironia e sarcasmo, ipotizza che l’Imperatore di Francia sia stato solo un «mito solare».

Tuttavia, è con il Ventesimo secolo, e con le tragedie collettive che ne costellano l’evoluzione, che il negazionismo, da stravagante rifiuto dell’evidenza, si trasforma in un fenomeno politico, legato prevalentemente a ciò che resta del nazismo dopo la fine del regime di Hitler. I negazionisti della Shoah si presentano spesso indossando le false vesti di studiosi dello sterminio e dei crimini nazisti. Rivendicano per sé lo status di “scienziati”. Come tali, dichiarano di volere cercare quella verità che, a loro dire, sarebbe invece stata omessa o comunque occultata sotto un cumulo di falsificazioni. Per fare ciò dichiarano che i nazisti non volevano sterminare gli ebrei, intendendo piuttosto raccoglierli in campi di concentramento, in quanto “nemici del Reich”; che non siano mai esiste le camere a gas né i campi di sterminio; che il numero di morti tra la popolazione ebraica, durante la Seconda guerra mondiale, sia stato deliberatamente esagerato e che comunque buona parte di essi siano state vittime della guerra stessa e non di un progetto politico di annientamento sistematico; che tutte le prove raccolte costituiscano dei falsi o, comunque, delle fonti interpretate in maniera errata; che le testimonianze dirette dei sopravvissuti siano il prodotto di una manipolazione. È infatti tipico dei negazionisti, autodefinitisi “revisionisti”, ribaltando l’accusa di falsificazione della storia sugli storici medesimi, definiti in termini spregiativi come “sterminazionisti”.

Non di meno, di se stessi dicono di essere dei perseguitati. Il riscontro che le loro affermazioni siano rifiutate da tutta la comunità scientifica sarebbe, a sua volta, la prova di una congiura per escludere la scomoda, se non scandalosa, “verità”, dell’insistenza del genocidio. A tale insieme di asserzioni, in questi ultimi decenni, è andata aggiungendosi l’accusa che ciò che essi definiscono come la “menzogna di Auschwitz” sia dovuta anche e soprattutto al fatto di dovere giustificare politicamente l’esistenza dello Stato d’Israele in quanto comunità politica ebraica, presentato come una sorta di indebito “risarcimento” per la Shoah. […]. Con la diffusione del web e di internet, insieme al complesso delle tecnologie informatiche, lo sviluppo dell’ambiente virtuale costituisce la nuova piattaforma del negazionismo, potendo operare su un inedito piano cognitivo, dove la distinzione tra vero e falso nella valutazione delle fonti, così come nella formazione dell’opinione storica, segue percorsi e modalità non riconducibili alle più tradizionali prassi storiografiche. Un elemento di fascino è offerto dal carattere di giudizio “anticonformista” che le posizioni negazioniste assumono nei confronti delle idee correnti, presentandosi, anche per questo solo fatto, come una sorta di critica (del tutto fittizia se non falsa) ai poteri costituiti e alle istituzioni sociali, a partire dalla stessa scuola, gli uni e le altre denunciate come elementi e strumenti di “indottrinamento”. Non di meno, la negazione così come la banalizzazione o il riduzionismo del significato storico della Shoah, sono divenuti terreni di scontro politico in una parte del mondo musulmano, dinanzi all’irrisolto conflitto che divide israeliani e palestinesi, e nei processi di radicalizzazione fondamentalista in atto in alcuni movimenti islamisti. Per estensione concettuale, ed anche in accordo agli aspetti culturali della diffusione dei diritti umani, soprattutto per il tramite degli organismi sovranazionali, il negazionismo, in quanto atteggiamento mentale di rifiuto dell’evidenza di alcuni fatti storici acclarati e nella sua radice di strategia politica di delegittimazione delle minoranze, è un fenomeno che è stato attribuito anche a certe condotte assunte da autorità pubbliche, come nel caso della moderna Turchia rispetto al genocidio del popolo armeno».

La logica negazionista è costituita da un insieme di dichiarazioni di principio che, entrando in rotta di collisione con l’evidenza empirica, ne distorcono deliberatamente e volontariamente il lascito testimoniale e documentario. Le ragioni per le quali si nega il passato, tanto più se così prossimo alla nostra esperienza, possono essere le più svariate e mutare di soggetto in soggetto. Generalmente la radice comune è da identificarsi nel tentativo di recuperare quel che la storia ha invece definitivamente condannato. Per fare questo, ovvero per “ridare una chance al nazismo”, necessita depurarne la memoria negandone gli aspetti più squalificati e ripugnanti. Ma a fianco di questa corrente, nostalgica e al contempo visionariamente proiettata versa un’impossibile restaurazione, si contano anche altre posizioni, declinate sul piano dei radicalismi sia di ordine politico che culturale. Un tema, quest’ultimo, che richiederebbe una trattazione a sé.

Da espressione di nicchia del background neonazista e filofascista il negazionismo, in quanto atteggiamento pseudoscientifico che si adopera in una ricostruzione controffattuale dei processi storici, ed in particolare dello sterminio degli ebrei, negandone l’esistenza, ha in questi ultimi trent’anni conosciuto un’inaspettata reviviscenza. Non è tanto la distanza dagli eventi ad avere alimentato le fantasie paranoidi (“gli ebrei hanno inventato un crimine ai propri danni per potere meglio dominare il mondo”) e, più in generale, il meccanismo dell’occultamento dello sterminio (“è tutta una gigantesca bufala”), insieme all’antisemitismo e al complottismo che ne nutrono la sua struttura argomentativa, quando una certa ribalta mediatica, il suo fluire liberamente nei web e l’accesso a quel grande bacino di “utenti” che è composto da quanti coniugano rifiuto della realtà a radicalismo ideologico.

Il negazionismo, quindi, non nasce mai da un vuoto di conoscenze, ossia da un’ignoranza dei fatti. Di questi ultimi ne costituisce semmai una rilettura capovolta, il cui fondamento si colloca proprio nell’inverosimiglianza e nella manipolazione del loro senso altrimenti condiviso. La sua capacità di seduzione intellettualistica, che è anche la chiave di volta per capirne la persistenza, sta nell’offrire a coloro che intendono ascoltarlo una narrazione alternativa, falsamente problematizzante e quindi mistificatoria, della storia come dell’agire storiografico l’una e l’altro denunciati come menzogneri in sé poiché espressione di interessi “celati”. Al cuore del negazionismo si pone quindi la rottura del consenso culturale, civile ma anche etico che fonda la trama dell’interpretazione. È un deliberato attacco all’ordine razionale del significato.

La sua pericolosità si fa tanto più accentuata dal momento che, costituendo una sorta di “verità altra”, non importa quanto fasulla, si inserisce nelle pieghe delle crisi cognitive che accompagnano le transizione socioeconomiche. Un tempo, quest’ultimo, che stiamo vivendo. La riflessione sull’attualità del negazionismo rimanda quindi anche al più generale problema di come si intenda trattare il passato comune dopo l’ultimo testimone e nell’età della post-memoria, quella in cui si tramanda il passato tra coloro che non l’hanno vissuto se non attraverso il racconto delle generazioni precedenti. Più in generale, ci interpella su come si voglia procedere verso un buon «uso pubblico della storia della Shoah», evitando quei rischi di eterogenesi dei fini che si annidano nelle retoriche del dovere del ricordo, nei percorsi di banalizzazione e trivilizzazione dei significati, nei processi di cristallizzazione e sacralizzazione di segmenti del passato in funzione di logiche esclusivamente particolaristiche e non in omaggio all’universalismo della cittadinanza. Su questi ordini di problemi, strategici per le nostre società, Facebook fino ad oggi ha offerto ben poco aiuto, se non nessuna mano concreta. Al netto di un tardivo cospargersi con la cenere il capo di chi, fino ad oggi, ha avuto pensiero solo per la sua autopromozione commerciale.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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