L'agenda di Joi
Hebraica
Il divorzio: coppia, genere e potere

Legge ebraica e attualità

1° dicembre 1970, legge n.898: il divorzio è introdotto in Italia e le coppie che vogliono terminare il loro contratto di matrimonio possono farlo – è così facile come sembra?
Una particolarità della legge italiana è l’obbligo di un antecedente periodo di separazione, sei mesi se la separazione è consensuale, un anno se la separazione è giudiziale. Fino al 2014, lo scioglimento era perfino possibile solo in seguito ad un’udienza davanti al presidente del Tribunale.
In paragone, il divorzio in Giappone è piuttosto semplice: la coppia deposita un documento dove viene esplicitato il comune accordo nel divorzio, che ha effetto immediato. In caso di mancato consenso, un giudice di pace invita la coppia a un compromesso.

Cosa prevede invece diritto ebraico in merito al divorzio, o gerush?
Innanzitutto, la coppia si sposa grazie a un contratto matrimoniale, la ketubah, che può essere scisso tramite un documento chiamato ghet. Il divorzio viene formalizzato davanti alla corte rabbinica, il bet din. Non è il bet din a decidere la legittimità del divorzio ma è unicamente necessario il consenso tra le parti: il bet din interviene soprattutto per ristabilire la conciliazione o un compromesso.
Sebbene la ketubah abbia diversi elementi a protezione della futura moglie, come le norme che regolano gli alimenti da versarle in seguito alla separazione, lo stesso non si può dire del ghet.

Il ghet storicamente veniva consegnato da parte del marito alla moglie come strumento di ‘ripudio’: ciò è riflesso nell’impianto giuridico matrimoniale attuale, in quanto solo il marito può “avviare l’azione giuridica che porta al ghet”. Le motivazioni per cui il marito può chiedere il divorzio non sono così stringenti: ervat davar, in sostanza la mancata armonia nella coppia, è un motivo sufficiente.
Sebbene il valore della cerimonia stia diminuendo col tempo, è fondamentale che il documento sia redatto secondo la norma e qualsiasi errore può impedirne la formalizzazione. Con il ghet il vincolo matrimoniale si scioglie a tutti gli effetti: sarà quindi possibile agli ex coniugi di sposarsi nuovamente e di procreare in modo legittimo. Nonostante l’importanza del documento per l’inizio della vita al di fuori del precedente matrimonio, sono poche le circostanze per cui la moglie può richiedere al bet din di forzare il marito a ‘concedere’ il ghet.
Qualora infatti la moglie non dovesse ricevere il documento, diventerebbe un’agunah, una donna incatenata al matrimonio precedente e dunque impossibilitata a un nuovo matrimonio e alla prole legittima. Il divorzio nel diritto ebraico è quindi la formalizzazione della fine di un contratto matrimoniale, ovvero della ketubah: senza il ghet il contratto matrimoniale non ha conclusione e la donna perderebbe anche il diritto agli alimenti e altri provvedimenti previsti nella ketubah dopo la fine del matrimonio.
Se nel diritto italiano il disaccordo dei coniugi non è motivo di impedimento per il divorzio, ma solo un allungamento delle procedure (si parla in questo caso di divorzio giudiziale), nel diritto ebraico il mancato consenso del marito ha un peso e un potere superiore rispetto ad un eventuale rifiuto del divorzio della moglie. Diversi movimenti contemporanei hanno affrontato la questione, con esiti diversi.

Un esempio è riportato dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni: spiega come le coppie possano essere incoraggiate ad accordi prematrimoniali stringenti per scoraggiare il futuro uso coercitivo del ghet da parte del marito.
I movimenti riformisti e ricostruzionisti per contrastare le ingiustizie subite delle agunot accettano il divorzio civile come un requisito sufficiente per il divorzio religioso. Ciò non è possibile in Israele dove la differenza tra matrimonio civile o religioso non sussiste.
Inoltre, riformisti, ricostruzionisti e dal 2006 i ‘conservative’ riconoscono come legittimo anche il matrimonio di coppie dello stesso sesso, per il quale il ghet può essere richiesto da entrambi i partner.

Carla Dello Strologo (Pupa Garribba)  sottolinea come l’Osservatorio internazionale per i diritti delle donne ebree abbia riportato diversi casi di mariti che sono soliti ad usare il ghet come leva per il ritiro di denunce di maltrattamenti.
Sebbene nel 2012 il parlamento israeliano, la Knesset, abbia stabilito un massimo di 45 giorni come periodo per la concessione del ghet da parte del marito, quest’obbligo ha come premessa una sentenza del bet din spesso difficile da ottenere. Nel 2016, il ministero della Giustizia israeliano ha inoltre stabilito che l’autorità civile giudiziaria del paese può perseguire legalmente un uomo che si rifiuta di fornire il ghet. Eppure la situazione sembrerebbe non migliorare.
Anche lo stato di New York negli anni ’90 ha reagito a questa problematica permettendo ai giudici delle corti civili di sanzionare un partner non cooperativo che si rifiuti di permettere il divorzio religioso. In seguito anche il Canada, il Sud Africa e il Regno Unito hanno applicato normative simili.
Esemplare un caso del bet din di Londra, che sanzionò un marito reticente al ghet richiesto dalla moglie tramite il divieto di ingresso in sinagoga. Nell’articolo di Moked rav Alberto Moshe Somekh dichiara il supporto a soluzioni di questo genere da parte del bet din, suggerendo sanzioni che prevedano l’esclusione comunitaria e la pressione sociale nei confronti del marito reticente.
Un articolo del Jerusalem Post riporta l’imminenza di un atto legislativo nel Regno Unito che equiparerebbe il rifiuto di fornire il ghet da parte del marito all’abuso domestico.
Le diverse reazioni limitano i danni legati allo sbilanciamento di potere nel divorzio ebraico, ma non riesaminano la dinamica alla base né il potere assegnato al bet din nella disputa.
Le comunità ebraiche della diaspora sono teoricamente costrette a ricorrere a strumenti civili in quanto il bet din non ricopre un ruolo istituzionale fuori da Israele. Eppure, da martedì 23 novembre  la commissione per la Costituzione, Legge e Giustizia in Israele ha approvato una legge prossimamente presentata alla Knesset che consentirebbe al bet din di intervenire nei casi di rifiuto di divorzio stranieri, imponendo delle sanzioni al marito reticente. L’atto era già stato approvato nel 2018 come legge temporanea. Rimane da chiedersi se questa riforma verrà accompagnata da sentenze più nette da parte del bet din che aiutino a facilitare i diritti delle agunot.
Roland Barthes, semiotico francese del XX secolo, analizza nella sua opera ‘Mitologie’ gli oggetti della cultura popolare francese decostruendone le narrative di fondo. Anche l’impianto giuridico è un sistema di significati e significanti fatto di strati e sottostrati di retorica – una legge che indichi ‘non rubare’ sottintende che la proprietà abbia un significato di valore. Le diverse soluzioni applicate al problema delle agunot si interrogano dunque sui valori sottostanti al ghet, al potere giuridico del bet din, e al valore stesso della ketubah nella società moderna – spesso nella pratica sottostante al matrimonio civile.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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