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Hebraica Nizozot/Scintille
“Fedeltà e tradimento” o le ragioni del conflitto intra-ebraico

Tradizione e modernità sono al centro della contesa. Ma chi tradisce chi? Un dramma shakespeariano dell’anima ebraica moderna nel nuovo volume dello scrittore Chaim Grade

Giuntina ha da poco pubblicato due racconti del grande scrittore yiddish Chaim Grade (Vilna 1910-New York 1982) con il titolo emblematico Fedeltà e tradimento, tradotti da Anna Linda Callow. Il secondo racconto è in realtà un duello ideologico tra le due anime del giudaismo moderno, quella religiosa e quella laica. Il termine ‘duello’ coglie nel segno, perché i protagonisti sono solo due: il religiosissimo Hersh Rasseyner, chassid e osservante nel solco della spiritualità ascetica del musar, e l’ex religioso, ora maskil e scrittore Chaim Vilner (i cognoni indicano solo la città di provenienza), dove maskil, in questo contesto, significa aderente alle idee propugnate dall’haskalà, dall’illuminismo ebraico. Nel racconto entrambi sono stati allievi della yeshivà di Novaredok, ma Chaim ha voltato le spalle alla tradizione, a quella specifica educazione religiosa, e ha intrapreso studi secolari diventando ‘scrittore’. In quest’ultimo profilo biografico – non soltanto per il nome, e perché si tratta dell’io narrante – riconosciamo evidentemente lo stesso Chaim Grade e i molti che, come lui, si sono buttati in una carriera non certo tipica del mondo religioso del giudaismo esteuropeo lasciandosi alle spalle studi talmudici, pejiot e yarmulka.

Nel corso delle pagine, però, le loro vicende biografiche tendono a fare da mero sfondo ai loro discorsi, che sono dispiegati ora dall’uno ora dall’altro come armi per colpirsi a vicenda, così che a risultare centrale è il duello stesso mentre la storia serve piuttosto per incastonarlo e viene piegata al dilemma (fedeltà o tradimento?) che l’editore e la traduttrice hanno scelto per questa volume italiano. Hanno così trasformato l’alternativa in una non meno difficile congiunzione. Duello, armi… il titolo del racconto rispecchia bene quello originale yiddish: “La mia contesa con Hersh Rasseyner”. Contesa traduce krig, che viene allo yiddish dalla sua componente germanica e che, simile al tedesco Krieg, indica il più serio dei conflitti, quello armato, la guerra. Una guerra di parole e di sentimenti, di argomenti e di memorie, di aspettative e di segni… ma pur sempre guerra. In ebraico (e soprattutto in Israele) oggi le due anime in lotta sono quelle dei datiim e dei chiloniim, specie i più radicali.
Il contesto storico di tale krig/Krieg, di questa contesa o guerra – che prima di essere tra due personaggi e tra due fazioni sembra quasi (anzi, è) il riflesso di un conflitto interiore, che rode l’anima stessa di ciascuno, e del corpus ebraico nel suo insieme – non è però la società israeliana ma la diaspora europea: Bialystok, Vilna, Parigi… subito prima e subito dopo la seconda guerra mondiale, il che significa che al centro di questo confronto ci sta la Shoà, con quella valanga di interrogativi e di imperativi con cui l’immane tragedia causata dall’antisemitismo nazista e fascista ha travolto il giudaismo. Ora, è chiaro, quella divisione antedata la Shoà, che finisce per essere un ulteriore argomento dei religiosi contro i laici e dei laici contro i religiosi. La antedata di circa un secolo e mezzo, perché ‘risale’ alla svolta, alla crisi, al primo di tutti i conflitti: quello che oppose tradizione e modernità, sviluppatosi negli ultimi decenni del XVIII secolo, a cavaliere con il XIX, e che prese il nome di haskalà, cioè l’illuminismo, segnatamente l’illuminismo ebraico. Il termine viene dall’ebraico sekel, che indica l’intelletto, l’approccio razionale, la facoltà che rende autonomo il giudizio (nel senso kantiano del termine: “sapere aude”, abbi il coraggio di esplorare il mondo con la tua testa, diventa maggiorenne, emàncipati!). E questo l’haskalà fu e significò per una parte del mondo ebraico che, fino ad allora, era stata tradizionalmente religiosa: si emancipò, eresse la ragione (e non la Torà) a misura du tutte le cose, e in tal modo entrò in conflitto con l’altra parte, quella che restò fedele alla tradizione stessa. Ma chi tradiva chi, in tale processo storico? O chi era più fedele allo spirito originario del giudaismo? Queste domande stanno al centro del conte philosophique che Chaim Grade mette in scena, quasi un dramma shakespeariano dell’anima ebraica moderna destinato a culminare, e a consumarsi, proprio nel Novecento.

In realtà gli argomenti del contenzioso sono vere e proprie ‘accuse’: di volersi sottrarre al giogo divino ossia all’osservanza di Torà e halakhà per meglio compiacere i goym; di inseguire con bramosia un mero successo personale che non arriverà mai; di rinnegare l’essenza ebraica per indossare casacche tagliate e cucite per altri popoli… Sotto le accuse si intravede una lucida analisi e persino un certo senso di autocritica storico-esistenziale. Afferma Hersh: “I vostri intellettuali secolarizzati hanno cantato in rima: ebreo in casa e uomo in strada. Così vi siete tolti il caffettano e vi siete rasati la barba e i cernecchi, ma quando siete usciti in strada e l’ebreo vi è corso dietro nel linguaggio, nei gesti, in tutto il vostro essere – un vero disatro – l’avete bandito da dentro di voi. (…) adesso che aveve visto che cosa è successo, gridate il contrario: uomo in casa ed ebreo in strada. Ma di essere devoti in casa non siete capaci, perché vi manca la fede”. Ribatte Chaim:Perché dovrei giustificarmi con voi?… Siete stati voi a chiudere tutte le porte, per non lasciare uscire in strada nessuno. Quando qualcuno provava soltanto a mettere fuori la testa… l’avete spinto all’esterno e serrato l’uscio… Di generazione in generazione siete diventati più bigotti e oscurantisti. Avete cuori insensibili e orecchie sorde a tutte le scienze del mondo… Sapete almeno quali persecuzioni subì rebbe Moshe Chaim Luzzatto, di quanti sospetti fu oggetto, quanto sangue gli cavarono e quanto frugarono nei suoi scritti a caccia di pensieri eterodossi?”. E le citazioni sarebbero lunghe quanto il racconto.

Quasi due secoli di accuse e di controaccuse, di sospetti e di veleni – dall’haskalà alla Shoà – sono qui riassunti e contrappunti per veicolare “il conflitto intraebraico” non tra fede e non fede, ma tra due modi diversi di essere fedeli; non tra religione e scienza, ma tra due modi contrapposti di pensare la conoscenza di Dio e del mondo; non tra ortodossia e riforma, ma tra differenti percezioni del modo in cui il giudaismo dovrebbe stare nella modernità. “L’haskalà – scrive lo storico Steve Bayme, con studi alla Yeshiva University – rappresenta il primo sforzo da parte ebraica di entrare nella modernità. Le ideologie che ne sono derivate (i movimenti di innovazione religiosa, la ‘scienza del giudaismo’ e il sionismo politico) sono altrettanti tentativi che gli ebrei hanno messo in campo per integrarsi nel mondo moderno”.
In tal senso è vero che l’haskalà è la madre di tutti i conflitti intra-ebraici degli ultimi due secoli, e non è un caso che il racconto citi le vicende di Moshe Chaim Luzzatto, che visse nella prima metà del XVIII secolo, sebbene la sua supposta eresia fosse ancora… premoderna, trattandosi di qabbalà e di shabbatianesimo! È così, è un fatto: l’identità ebraica oggi vive di quei conflitti storici, è pervasa della tensione e dell’autocritica reciproca, vibra alla ricerca continua di una sintesi difficile e complessa, tanto più sofferta quanto più non intende rinunciare a nessuna dimensione, a nessuna parte delle anime in conflitto. Conclude Steve Bayme: “La storia ebraica moderna è testimone dell’emergere di forme pluraliste di identità ebraica. In tal senso le moderne ideologie abbracciate dagli ebrei, e i conflitti che ne sono scaturiti, hanno comunque contribuito a forgiare quel pluralismo che è il sigillo dell’odierna identità ebraica”.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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