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Il futuro di Gerusalemme, il futuro di Israele: conversazione con Meir Margalit

A partire dall’urgenza di un accordo di pace, nuove definizioni di conflitto, sionismo, territorialità

Pensare il futuro di Gerusalemme significa pensare il futuro di Israele. Ci ha provato Meir Margalit, militante della sinistra radicale, già funzionario del Municipio di Gerusalemme e membro del Consiglio comunale, che venerdì ha presentato il suo ultimo libro, Gerusalemme: la città impossibile (Edizioni Terra Santa), nell’ambito del Festival Torino Spiritualità. Lo abbiamo incontrato e abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare a lungo sulle sorti del Paese. Ecco com’è andata.

Cominciamo dal suo ultimo libro. Perché scrivere ancora su Gerusalemme?

Ci sono milioni di libri su Gerusalemme, è vero. Ciò che rende unico il mio è la mia personale esperienza al Comune di Gerusalemme: vent’anni come funzionario – presso il dipartimento delle politiche sociali – e dieci come politico in qualità di consigliere del partito Meretz. In particolare, racconto di Gerusalemme Est, di cui mi sono occupato della gestione per tre anni, e delle politiche municipali che riguardano l’area.

Il precedente, Hashavim bedim’a: hayerida bitekufat hamandat habriti (“Ritorno in lacrime: l’emigrazione nel periodo del mandato britannico”, edizioni Carmel, non tradotto) racconta la storia di quegli ebrei che prima del ’48 abbandonarono l’yishuv e il progetto sionista. Come si dice in ebraico, “scesero”, ossia fecero yeridà, il contrario dell’alià. C’è un legame tra queste due indagini?

Il filo che li unisce in un certo senso è tracciato da una sottile operazione psicologica. Mi piace cercare la storia nascosta sotto la storia. Quando mi sono occupato del movimento della yeridà, diverse persone si sono stupite che mi dessi pena a indagare un fenomeno che, in relazione a tutta la vicenda della costruzione dello Stato, tutto sommato possiamo considerare marginale. Perché mi interessava? Perché ho simpatia per i perdenti.  Quindi, che cosa condividono i due libri? Parlano di persone che vivono ai margini. E il mio obiettivo è far udire la voce delle persone, delle classi sociali, dei gruppi che sono stati relegati ai margini e zittiti, sia dal presente che dalla storia.Se non ascoltiamo queste voci non possiamo conoscere davvero noi stessi.

Il suo percorso personale è iniziato nella destra sionista e fece l’alià con il movimento Beitar [movimento giovanile che fu fondato da Zeev Jabotinsky, padre del sionismo revisionista]. Oggi si considera ancora sionista?

Sì è vero, sono cresciuto nel movimento Beitar e tramite esso ho fatto alià; ho prestato servizio militare nella zona di Gaza e sono stato anche co-fondatore di uno degli insediamenti nella Striscia, Netzarim [uno dei tanti smantellati nel 2005 dal ritiro unilaterale deciso dal governo Sharon]. Senza dubbio ho fatto parte della destra… convinta, non voglio dire estrema. Piano piano – dopo essere stato ferito nella Guerra del Kippur – sono passato alla sinistra sionista e più tardi alla sinistra non sionista. Oggi non mi definisco antisionista, ma non sono sionista, questo è tutto. Credo che chi ama Israele, debba definirsi “patriota”, sionista è anacronistico.  Quell’idea ha completato il suo ruolo storico. Se oggi di sionismo si continua a parlare, è per ragioni economiche e politiche, non filosofiche. Per questo non sono sionista. Sono un patriota? Non lo so. Quello che so per certo è che sono molto preoccupato per il futuro. Continuare a mantenere l’occupazione distruggerà lo Stato dall’interno. E io combatto, più di ogni altra cosa, per salvare il Paese da se stesso. Non lo faccio per i palestinesi, ma per noi israeliani, perché bisogna disinnescare la bomba che sta ticchettando nel nostro Paese. Il resto sarà compito delle generazioni successive.

Un commento sulle ultime elezioni?

Da queste ultime elezioni posso trarre due conclusioni: la sinistra è sparita di scena e il Paese si è collocato molto più a destra di prima. Questo per due ragioni: la prima è che il piccolo partito Otzma Yehudit, pur non essendo riuscito a superare la soglia di sbarramento per entrare alla Knesset, ha avuto successo nello spingere il polo di destra ancora più a destra. E poi, se guardiamo con attenzione al partito Kachol Lavan [Blu e Bianco] ci rendiamo conto che di fatto è un partito di destra. La lotta si è giocata sulla questione della corruzione, ma per quanto riguarda la gestione del conflitto coi palestinesi le differenze sono più di forma che di sostanza.  Se alla fine si farà un governo di unità nazionale tra Likud e Gantz, allora per quanto mi riguarda si potrà chiamare “governo della paralisi nazionale”. Forse restare immobili in altri posti del mondo non è una cosa negativa, ma in Israele non si può non progredire in direzione della pace. In caso contrario, apriremo le condizioni o per una nuova intifada o per una guerra con Hezbollah al nord. E per dotazione di armamenti Hezbollah è più pericoloso di Hamas. Possiede un migliaio di missili balistici che possono facilmente arrivare a Gush Dan [grande area metropolitana che comprende parte del Distretto di Tel Aviv e parte del Distretto Centrale], il prezzo lo pagherebbero i civili. Per questo sono molto preoccupato.

La questione della sicurezza è proprio quella che porta molti a sostenere che non si può rinunciare al controllo dei Territori.

Tra me e queste persone a quanto pare ci sono divergenze d’opinione su cosa significhi sicurezza. Io ritengo che l’unica via per mantenere la sicurezza sia arrivare a un accordo di pace coi palestinesi. La sicurezza è qualcosa che vogliamo tutti, e penso che verrà dopo che avremo restituito i Territori sulla base di un accordo di pace. Con questo non sostengo che si debba smantellare l’esercito. L’esercito va mantenuto, ma questa esperienza dell’occupazione deve finire.

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Lei ha suggerito per Gerusalemme la soluzione della “divisione funzionale”. Ovvero, di renderla capitale di due Stati autonomi ma senza una barriera di divisione fisica. Lo crede possibile?

Sì ed è un’idea che continuerò a sostenere fino a quando non arriverà qualcuno a proporre qualcosa di meglio. Io chiamo Gerusalemme la “non città”. Quali sono le probabilità che un’idea come la mia si realizzi? Dipende dalla volontà delle due parti. È vero che non ci sono esempi simili nel mondo, non c’è nessuna città che sia capitale di due popoli, perciò è difficile immaginarlo. Ma nel nostro conflitto bisogna essere molto creativi.

Da dove è più probabile che arrivi la soluzione, dalla politica o dalla società civile?

Oggi, visti i risultati delle elezioni, sono convinto che la soluzione possa solo venire da fuori. La società israeliana non ha la forza per porre fine all’occupazione. Sono convinto che la maggior parte degli israeliani abbia chiari i vantaggi che la fine dell’occupazione porterebbe, ma nella costellazione politica non c’è la volontà di realizzare questo progetto. Per questo ora più che mai abbiamo bisogno dell’aiuto di altri Paesi. Netanyahu ha ottimi alleati, come Trump, Putin, Bolsonaro, Orban. Diciamo che attualmente i peggiori governi del mondo sono quelli che sostengono Israele. Mentre gli altri Stati non si esprimono per paura di essere tacciati di antisemitismo. Io credo sia ora di chiedere “Fatelo per noi israeliani, non per voi o per i palestinesi, fate pressione sul governo affinché ponga fine all’occupazione”. Come dicevo prima, chiunque ami Israele è invitato a collaborare per disinnescare quella bomba che sta facendo tic tac.

Pensa che l’ebraismo della Diaspora possa giocare un ruolo?

Decisamente sì. Trovo grande incoraggiamento nei gruppi progressisti. Mi viene da citare J Street negli Stati Uniti, ma ce ne sono diversi anche in Europa e in America Latina. Tutti questi gruppi possono influenzare i loro Stati affinché facciano pressione sul governo israeliano. Credo molto in questo associazionismo ebraico.

Da bambino ha ricevuto un’educazione religiosa?

Sono cresciuto a Buenos Aires e ho ricevuto un’educazione molto tradizionale. Oggi nel mio quotidiano vivo da laico sotto tutti gli aspetti. Però sì, casa mia era una casa “caldamente ebraica”, non direi religiosa, ma molto tradizionale.

Le è rimasto qualcosa di questa educazione?

La mia concezione pacifista attinge dalla formazione socialista e marxista, ma se rifletto sulla mia visione del mondo in generale capisco di essere stato profondamente influenzato dalla tradizione ebraica. Dai profeti Isaia, Geremia, Amos…penso per esempio all’esortazione “La giustizia, la giustizia seguirai”. I miei riferimenti culturali e la mia formazione vanno da Sholem Aleichem fino a David Grossman e Amos Oz. Sono prima di tutto ebreo. Poi gerosolimitano. E infine israeliano.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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