L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Il lavaggio delle mani (netillat yadaim) tra mitzwà e igiene

Nell’ebraismo la netillat yadaim non è un meccanismo di deresponsabilizzazione o di rimozione psicologica ma uno strumento di vera igiene e di autentica consapevolezza religiosa

La situazione pandemica ha costretto tutti a intensificare una pratica quotidiana del tutto scontata: il lavarsi le mani. È una delle norme igieniche basilari alla quale siamo educati sin da bambini: ci si lava le mani appena alzati, prima di mangiare, dopo essere andati al bagno, e ogni volta che si tocchi qualcosa di sporco e potenzialmente pericoloso per la salute.

In ebraico questa prassi si chiama netillat yadaim; netillà/lavaggio viene dal verbo natal (con la teth), che indica sollevare/elevare, mentre yadaim è un duale, perché abbiamo tutti solo due mani. Prima di ogni galateo e prima di ogni cognizione di un mondo pieno di batteri e virus, ossia prima di ogni profilassi medico-igienica, dai tempi più antichi, c’è chi dice dall’epoca di re Salomone e chi risale invece ‘solo’ a Hillel e Shammai, la tradizione ebraica ha fissato questa norma elevandola a mitzwà, ossia al rango di precetto. Sebbene la netillat yadaim fosse in antico prescritta dalla Torà solo per i sacerdoti, essa è stata ben presto estesa dai maestri a tutto il popolo di Israele; non solo, in quanto mitzwà il lavaggio delle mani è accompagnato da una complessa halakhà o normativa religiosa, che si spiega proprio da un punto di vista storico e che ne fa un atto rituale a tutti gli effetti. L’apposita benedizione, da recitarsi mentre ci si lava le mani (o mentre le si asciuga), ci ricorda che si tratta proprio di un comandamento e come tale serve il primario scopo di santificarci.

Ricostruire la storia di una mitzwà non è modo per sminuire il valore del comandamento; può invece aiutare ad approfondirne il senso mostrando come anche i precetti, al pari di tutta la Torà, “parlano la lingua degli esseri umani” (Rabbi Yishmael). È chiaro, alla luce della Torà e delle successive discussioni talmudiche, che la prassi del lavaggio delle mani ha a che fare sia con le norme di purità/impurità, sia con la siepe da fare attorno alle cose sante, soprattutto quelle alimentari che venivano offerte al tempio, luogo puro e purificante per antonomasia. Le fonti di tale normativa sono molteplici: già nella Mishnà abbiamo un trattato dedicato alle mani (Yadaim; ordineTeharot senza ghemarà); altre disposizioni si trovano nei trattati talmudici Berakhot, Shabbat e Chullin. Il principio sottostante a quasi tutti i ragionamenti dei maestri è riassumibile così: le mani possono essere un potente strumento che veicola impurità; se sono pure e pulite contraggono impurità quando toccano cose impure, come un cadavere o una carcassa di animale morto; se sono sporche e contaminate, trasmettono a loro volta impurità alle cose pure con cui vengono in contatto. Poiché con le mani tocchiamo anche il cibo, il pane ad esempio, se le mani sono sporche il cibo si contamina.

All’epoca delle offerte farinacee del tempio, questa contaminazione si poteva trasmettere ai sacerdoti, che invece dovevano preservarsi puliti e puri per il servizio e i sacrifici nel tempio. Il nesso stretto tra lavaggio delle mani e preservazione della santità del tempio, attraverso il codice di purità dei sacerdoti, ora è chiaro. Inoltre, poiché la Torà istruisce sul fatto che esistono cibi puri e consumabili e cibi impuri da non consumare, la netillat yadaim diventa un modo per garantire che ogni cibo sia consumato secondo le ‘norme di santità’. Ciò fu accentuato dai farisei, la cui spiritualità permeava la vita familiare; essi estesero la qedushàsacerdotale al desco quotidiano e ai cibi più comuni, ben oltre i cortili del tempio; per loro “la tavola famigliare espia come l’altare [del tempio]”. In questa prospettiva la netillat yadaim divenne una pratica quotidiana obbligatoria, ecco perché le fonti sostengono che essa, decisa da Hillel e Shammai, venne diffusa e applicata sistematicamente dei loro discepoli (cfr TB Shabbat 14b-15a). In un certo senso, si tratta di un residuo di ritualità templare: testimonia ciò che si faceva nel tempio, dove si entrava dopo un bagno rituale, e attesta come le norme dei farisei e dei tannaiti elevassero ogni ebreo al livello più alto, in ottemperanza al precetto: “Sarete per me un regno di sacerdoti” (Shemot/Es 19,6). Come ricorda rav Michael Ascoli, che ha scritto un saggio su questa mitzwà: “Lo scopo dell’obbligo del lavaggio delle mani prima dei pasti [almeno quelli in cui si consuma pane] è quello di portare il pasto dal livello di necessità materiale a quello di un atto sacro, e più in generale di innalzarsi in tutte le manifestazioni di vita quotidiana a un livello di qedushà”.

Nel corso dei secoli questa spiegazione rituale venne combinandosi con una più laica, per così dire: la netillà, come lavaggio/elevazione, face spazio al contetto di neqiyut, che significa pulizia in un senso molto simile a quello della moderna prassi igienica, senza per ciò perdere gli aspetti spirituali che afferiscono alla sfera della santità del corpo. Tutto il corpo va tenuto pulito ed è strumento di santità, non solo l’anima. Ma essendo le mani il mezzo che media tra il nostro corpo e il mondo, ancora una volta la pulizia, il bagno e il lavaggio delle mani restano centrali affinché tutto il corpo sia preservato pulito, sano e puro. Sempre nella Mishnà, trattato Eduyot V,6, si ricorda il caso di Eliezer ben Chanokh, che ricevette un cherem (una scomunica) per aver negato validità alla disposizione rabbinica della netillat yadaim negando che potesse darsi una impurità delle mani indipendentemente dall’impurità del resto del corpo. Insomma, il lavaggio delle mani, nel giudaismo, è sempre stato preso come una questione seria, degna di machloqet ossia di un’appassionata ‘disputa per amore del Cielo’.

Solo se si comprende un siffatto background storico-semantico si può capire l’halakhà che fissa il modo più corretto di compiere questa mitzwà: non basta mettere le mani sotto il rubinetto, occorre usare un recipiente (a due manici, così che la mano non lavata non contamini quella già lavata) facendo lo sforzo personale e attivo di raccogliere l’acqua nel recipiente e di versarlo sulle mani. Il recipiente, a sua volta, dev’essere pulito – altrimenti non ha senso usarlo! – e persino intatto, non rotto, a simboleggiare l’integrità che la purificazione delle mani attua. Certo, la purità esterna delle mani, del corpo e dei suoi gesti deve corrispondere alla purità interiore, morale, delle intenzioni, ma questo è un presupposto per ogni altra mitzwà rituale.

La corrispondenza tra lavaggio della mani e integrità morale è un tropo biblico che, paradossalmente, raggiunge la cultura occidentale attraverso uno dei più famosi lavaggi delle mani: quello di Ponzio Pilato, popolarmente inteso come un gesto con cui il procuratore romano si dichiarava ‘non responsabile’ della morte del suo famoso condannato (e che in tal modo si guadagnò il titolo di ‘santo’ nella cristianità greco-ortodossa). Da qui l’espressione ‘lavarsene le mani’ nel senso di un disimpegno. Ancora, come gesto ossessivo-compulsivo lo strofinarsi e il lavarsi le mani sono il tratto caratteristico di Lady Macbeth nell’omonima tragedia di Shakespeare (Macbeth, atto V, scena I), un gesto con cui la regina tenta di rimuovere dalle mani il sangue degi crimini commessi per ambizione di potere, mani con cui alla fine ella darà la morte anche a se stessa. Nell’ebraismo, invece, la netillat yadaim non è un meccanismo di de-responsabilizzazione o di rimozione psicologica; uno strumento sia di vera igiene sia di autentica consapevolezza religiosa: le mani sono un ponte tra noi e il mondo, tra la nostra interiorità e gli altri, tra la sfera del pensiero e la sfera dell’azione. Primo Levi ha scritto pagine splendide sulla ‘nobiltà della mani’ come mezzo di conoscenza ed espressione di creatività. Tenerle pulite e pure è dunque (anche ) un eccellente modo per onorare e tutelare i valori più alti dell’umanità, a cominciare dalla salute che è un bene tanto individuale quanto pubblico. Ecco il precetto della netillat yadaim, una saggezza antica mai così attuale.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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