Cultura
Il monumento di Dani Karavan alla brigata Negev a Beer Sheva

L’opera d’arte celebra la dodicesima brigata Negev del Palmach che riportò gravi perdite durante la guerra arabo-israeliana del 1948

A poco più di un’ora d’automobile verso sud est di Tel Aviv, in direzione del deserto del Negev, c’è Beer Sheva, una città di circa duecentomila abitanti. Non è una meta turistica ed è difficile capitarci, se non di passaggio verso Eilat sul Mar Rosso, più ambita come meta di vacanze e in espansione. Eppure è un luogo estremamente significativo soprattutto per il sionismo.

Qui David Ben Gurion, il fondatore dello Stato d’Israele, volle costruire un’università specializzata nello studio delle piante grasse e in generale su come coltivare il deserto. Fra l’altro, per denotare gli ebrei nati in Israele si usa la parola “sabra” che significa fico d’India, una pianta grassa con le spine a indicare una certa ruvidezza caratteriale, compensata però dalla morbidezza dell’interno del frutto. In età matura Ben Gurion si era convinto che Israele avrebbe dovuto svilupparsi verso sud, nel deserto, evitando così conflitti con le altre popolazioni autoctone arabe e no, stabilendo la sua residenza in un kibbutz a Sde Boker distante tre quarti d’ora d’auto e dove è anche sepolto accanto a sua moglie Paula.

Nel 2004, insieme a Stefano Graziani, ho visitato il monumento che lo scultore Dani Karavan ha realizzato su una piccola altura defilata da cui sono visibili però sia Beer Sheva sia l’inizio del deserto. Il monumento è al contempo un complesso di sculture e un tentativo di land art. Lungo la strada che arriva da Tel Aviv c’erano molti insediamenti informali come si definiscono in gergo urbanistico, cioè tende e baracche di beduini. Il monumento celebra la 12a brigata Negev del Palmach quasi sterminata durante una battaglia per l’indipendenza nel 1948. Karavan, 90enne, ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e poi scultura a Parigi, quindi fra il 1963 e il 1968 ha esteso il suo campo alla land art realizzando il monumento di Beer Sheva in cemento armato, materiale prediletto del brutalismo modernista che in quegli anni tocca il suo apice. La svolta l’aveva data Le Corbusier con i suoi grandi progetti degli Anni 50, entrambi a tema sacro e dunque monumentali: il convento de La Tourette e la cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, che avevano stravolto la sua immagine giovanile di modernista stereometrico. Il brutalismo però, pur non essendo un vero e proprio movimento, quanto l’espressione architettonica più comune nei paesi in cui era forte il welfare state per via dell’estrema convenienza del cemento armato, attecchì massimamente nei paesi socialisti dell’Europa dell’est e in alcuni paesi arabi come l’Iraq. Anche in Israele e a Beer Sheva in particolare il brutalismo trovò spazio nella biblioteca universitaria Zalman Aranne di Michael e Shulamit Nadler (1968-1971), nella Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università Ben Gurion di Rafi Reifer, Amnon Niv e Natan Magen (1968-1971), nel meraviglioso cinema Orot (1963) progettato da quello che era il più dotato fra gli architetti israeliani del Novecento, Zeev Rechter. Molti altri progetti brutalisti sono sparsi in diverse città come svelato da un reportage recente di Stefano Perego.

Nel 1966 Karavan ha realizzato un bassorilievo, sempre in cemento, all’interno dell’edificio della Knesset, il parlamento israeliano a Gerusalemme completato proprio in quell’anno (nel 2016, fra l’altro, chiedette di coprirlo in segno di protesta contro la politica del governo Netanyahu). Sempre Karavan, nel 1994, ha onorato la memoria di Walter Benjamin con una poetica installazione a Portbou, la località catalana al confine con la Francia dove il filosofo in fuga si suicidò, creando un percorso visivo che dalla terra mostra l’acqua del mare che si trova in fondo alla ripida scarpata. In generale l’acqua è un elemento che Karavan ha usato spesso nelle sue composizioni, anche le più recenti come il memoriale per i Rom e Sinti uccisi dal nazismo a Berlino (2012).

Beer Sheva significa letteralmente “sette pozzi”, e infatti nei suoi dintorni si sono svolte molte battaglie per strappare l’acqua al nemico (anche durante la Grande Guerra quando gli inglesi la strapparono agli Ottomani con una leggendaria carica di cavalleria, l’ultima della lunga storia dell’esercito britannico). Le altre stravaganti costruzioni sono forme astratte nello spazio, decorate da scritte in bassorilievo tratte dai diari degli oltre trecento caduti e dalla Torah. Il clima secco ha favorito la conservazione delle strutture, mentre la luce solare così intensa esalta tutte le irregolarità del cemento in superficie e i bassorilievi in particolare. Non rappresentano nulla ma attraversandole si ha la sensazione di essere in trappola, analoga a quella di chi cammina nelle trincee o in gallerie dove i tagli e i fori lasciano passare la luce negli spazi interni. Sono dunque sculture che diventano architetture che vanno dunque percorse e non solo guardate, pur restando “strane figure tradotte poi in terza dimensione in un arcano dialogo di totem”.

Non a caso nel 1969 Bruno Zevi sull’Espresso scrisse di questo monumento accomunandolo a un altro coevo, realizzato in un luogo e con fini del tutto diversi: il Monumento alla Resistenza progettato dal Gruppo Marche (Paolo Castelli, Luigi Cristini) a Macerata nel 1968-69. Anche in questo caso si tratta di un monumento in cemento armato ascrivibile al brutalismo, sebbene il grande catino inclinato offrisse un riferimento alla conquista della luna più che a un contesto bellico. C’è una frase di Einstein che Zevi cita in Ebraismo e architettura (Giuntina 2018) e che spiega bene le ragioni della sua ammirazione per il monumento alle porte del Negev: «La conoscenza della verità da sola non basta… È come una statua di marmo che si erge nel deserto ed è sotto la continua minaccia di venir seppellita dalla sabbia. Gli operai di servizio debbono essere sempre al lavoro perché la statua possa durevolmente risplendere al sole». 

Manuel Orazi
collaboratore

lavora presso la casa editrice Quodlibet a Macerata e insegna presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio. Collabora inoltre con Il Foglio e la rivista Domus.


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