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Cultura
Il neofascismo in grigio: strategie e obiettivi della destra radicale in formato flash mob

Ciò che il radicalismo fascistizzante prefigura non è quindi la restaurazione di qualcosa che è già stato ma la distruzione di ciò che già c’è e che, come tale, avrebbe fallito: la democrazia

Esiste sempre una genealogia, ovvero un percorso con un suo inizio e un seguito. Se vogliamo capire quale siano le radici di una parte delle piazze aggressive, prevaricatrici, se non violente, di questi giorni – le quali non raccolgono né raccontano i molti disagi che la condizione pandemica ci sta consegnando ma, piuttosto, qualcosa di molto più carsico, quindi di lungo periodo – bisogna allora rifarsi ad un qualcosa che preesista ad esse. Ovvero ad un evento che aiuti a periodizzare il trascorrere del tempo, trasformandolo da cronaca a fatto che sancisce, pur nella sua singolarità, l’inizio simbolico di un processo di ampio respiro. C’è quindi un precedente, tra i tanti possibili, ed è la triste vicenda dell’infelice sera del 3 giugno 2017, quando a Torino, durante la finale del torneo di Champions League, nel corso della sua videoproiezione pubblica, si scatenò un parapiglia a causa del quale più di millecinquecento persone rimasero ferite e tre ne morirono, nel corso del tempo, per gli effetti riportati.

Cosa c’entra quella vicenda con le tensioni dell’oggi? Cosa ha a che fare un fattaccio, altrimenti ascrivibile alla cronaca giudiziaria di delinquenza comune, trascesa da subito in una sorta di gazzarra, di baraonda, di pandemonio – e con essi di panico diffuso, accompagnato da una sorta di clima di sabba per i suoi artefici – con la commistione tra rabbia e manipolazione che si esprime adesso nell’assalto ripetuto ad una parte del patrimonio collettivo, a partire da alcune attività commerciali, delle maggiori città italiane? Cosa ha a che fare con i cortei rumorosi, composti da soggetti che cercano lo scontro ma che, come tali, parrebbero rappresentare solo se stessi, nella loro conclamata minorità di gruppo? Apparentemente i nessi sono pochi se non nulli. A Torino, allora, si consumò un gesto criminale; qui, invece, c’è la contraffazione e l’adulterazione dello smarrimento dei molti. Lì si generò una tragica sequenza: dal tentativo di borseggio tra la folla, usando spray urticanti, fino alla reazione di panico collettivo e al conseguente, repentino sommovimento di migliaia di persone, in una piazza di grandi dimensioni ma incapace di contenerne la gigantesca onda d’urto; qui, ciò a cui assistiamo è la messa in scena di una miscela che mischia indignazione a prevaricazione, spontaneismo a preordinazione, protesta scomposta a tumulti con i quali si copre la deliberata volontà di assaltare i negozi del lusso delle vie centrali di una qualche metropoli italiana. Eppure, in quella piazza trascorsa di Torino, così come nelle piazze dell’oggi di diverse città, si consuma una sorta di flash mob all’incontrario.

Cerchiamo di capirci, partendo pertanto dal senso delle parole. Infatti, con l’espressione flash mob, entrata nel nostro vocabolario solo di recente, si indica un «assembramento improvviso di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, che si dissolve nel giro di poco tempo, con la finalità comune di mettere in pratica un’azione insolita» (così Wikipedia). Abitualmente, ci si riferisce ad un flash mob quando si rimanda alla promozione pubblica di attività che sono organizzate dagli appartenenti ad una qualche opposizione politica, all’interno di un disegno di sensibilizzazione collettiva. I partecipanti a tali iniziative inscenano una sorta di rappresentazione che serve a coinvolgere la collettività, comunicando ad essa, in maniera del tutto inusuale, dei significati e dei contenuti precisi. Il ribaltamento dei flash mob – ossia del loro abituale significato, e quindi, con esso, delle stesse funzioni che hanno assolto nelle diverse forme di mobilitazione politica e culturale – sta nel fatto che oggi aderiscono ad una sorta di temporanea appropriazione collettiva dei luoghi pubblici che si esercita per finalità che nulla hanno a che fare con la condivisione e la consapevolizzazione e molto – invece – con la distruzione e il saccheggio.

In altre parole, se il flash mob nasce come espressione estemporanea di una forza creatrice, che evidenzia pensieri, opinioni, interessi e bisogni altrimenti inespressi, comunicandoli al pubblico presente, il flash mob all’incontrario ne mantiene il carattere di occasionalità, di temporaneità ma lo utilizza al servizio di una volontà distruttrice. Fin troppo facile leggere in ciò la prosecuzione dei riots, ovvero di quelle sommosse e di  quelle rivolte che simulano un intento politico quando in realtà si trasformano quasi da subito in attività di predazione e saccheggio, rivelando così l’intendimento realmente sotteso, ossia quello del furto violento, spesso accompagnato dalla vandalizzazione degli oggetti e dalla brutalizzazione fisica delle persone che i ribelli incontrano sul loro cammino. Il nesso tra flash mob trascorsi, quelli legali e creativi, e le attuali manifestazioni di sollevazione di piccoli ma granitici gruppi di rivoltosi, oltre che nella estemporaneità, riposa nella presunzione di comunicare comunque qualcosa di politico: nel primo caso con un gesto affermativo, che intende essere costruttivo; nel secondo con la devastazione.

Se si osserva e si analizza la composizione dei gruppi che stanno agendo in tale senso, si coglierà l’esistenza di una coalizione temporanea di soggetti eterogenei. Si ha infatti a che fare con la convergenza di figure diverse, sufficientemente eterogenee, che tuttavia istituiscono occasionali e profittevoli alleanze: spezzoni del neofascismo, soprattutto le componenti più abituate alla mobilitazione e all’agitazione di piazza; gruppi di ultras, spesso anche appartenenti a tifoserie opposte, poiché la funzionalità dell’appartenenza di gruppo è parificabile a quella dei gruppi mercenari, di cui ne proseguono la “tradizione guerriera”, passando, se si crea il caso, dal servizio per una signoria all’altra; individui gravitanti intorno alla cosiddetta «area antagonista», la cui azione, già ben prima della pandemia, era per più aspetti associabile a quella di alcune componenti del radicalismo di destra, soprattutto nella transizione dalla lotta politica propriamente intesa all’atto individualista, nel nome del gesto fine a se stesso; in certe città, spezzoni della criminalità organizzata, spesso ibridati con segmenti della destra radicale, condividendo tra di loro l’obiettivo di controllare economicamente e socialmente il “territorio” contendendolo, di volta in volta, alle forze dell’ordine; soggetti perlopiù giovanili, provenienti da quelle che fino a non molto tempo fa sono state definite come «periferie», non necessariamente socialmente disintegrati (ossia obbligatoriamente ai bordi della vita associata), ma perlopiù estranei alle logiche della cittadinanza legale, sia per una preesistente fragilità famigliare e sociale sia soprattutto per l’abitudine a vivere e praticare quegli anfratti che si producono tra la legalità abituale e quelle condotte interstiziali riconducibili facilmente alla microcriminalità diffusa, praticata ogni giorno attraverso piccoli gesti al di fuori o contro la legge. In una sorta di meccanismo di costante passaggio dal rispetto di alcune regole di diritto alla loro infrazione, in questo secondo caso quasi sempre quando il gruppo incentiva e copre “moralmente” comportamenti considerati altrimenti come devianti.

Gli elementi condivisi da queste aggregazioni diverse ed eterogenee (così come in ipotesi anche da altre persone, spesso accomunate dal dovere fare fronte ad un percorso di mobilità discendente e di emarginazione progressiva) sono il ricorso alla piazza come luogo di auto-espressione e di mobilitazione; la forte sovrapposizione tra festa e protesta, secondo un modello socioculturale che utilizza gli assembramenti per fare interagire tra di loro condotte ludiche, disinibite (poiché coperte dalla logica del gruppo) – a volte alimentate anche dal ricorso a sostanze stupefacenti – e violenza vera e propria. La forza centripeta di queste azioni non va comunque mai cercata nelle “droghe” (di per sé un fantasma che aleggia nei giudizi di valore semplificatori e stigmatizzanti) bensì nell’esperienza della gratificazione che la violenza di piazza procura in una parte di coloro che partecipano ad essa. Una gratificazione emotiva, che rafforza il legame di gruppo, quand’anche l’uno (Il legame, per l’appunto) e l’altro (il gruppo) possano essere dei fenomeni occasionali. Tali poiché così come si compongono, quasi subito si scompongono e rifluiscono nell’apparente anonimato di ogni giorno. La simulazione di scontro con la polizia, la sopraffazione, il ribellismo momentaneo, rimandano quindi ad una sorta di “spirito guerriero” che riproduce, in piccolo, la scardinamento delle regole civili ma anche l’identificazione tra pari, due elementi che accompagnano e attraversano da sempre la violenza bellica. I “camerati” della guerra, che si riconoscono tra di loro come reduci a cose finite, sono quanti hanno condiviso un tratto di vita molto intenso, tale perché basato sul legame tra esperienza del ricorso alla forza, sopraffazione di un “nemico” e risonanza emotiva che un tale evento procura in quanti ne sono stati protagonisti attivi.  Con la differenza che mentre la guerra non è solo legittimata ma incentivata dallo Stato, un tipo di violenza episodica qual è quello delle piazze è invece spesso il prodotto di una dinamica a tratti quasi tribale. Poiché riconduce gli individui che si riconoscono in essa in una comunità di guerrieri che si costruiscono le regole da sé, basandole sulla logica galvanizzante generata dalla pura manifestazione occasionale di momentanei rapporti di forza. Paradossalmente, l’evento bellico è rivolto a rinforzare la potenza dello Stato mentre la sollevazione civile ne intende minare i fondamenti. Anche se, posto il secondo caso, il passaggio dalla forza fine a se stessa al disegno politico è spesso più intenzionale che effettivo e reale. Sta di fatto, comunque, che quand’esso avviene, ciò succeda poiché ci sono agenzie politiche preesistenti che si incaricano di indirizzarlo in tale senso, per usarlo a proprio beneficio. È questo, propriamente, la funzione delle organizzazioni della destra radicale che, non a caso, hanno fatto la loro comparsa nei luoghi della protesta in queste ultime settimane.

Il saccheggio, con la “conquista” di beni soprattutto di lusso, e quindi la loro appropriazione indebita, a sua volta non risponde necessariamente ad uno specifico bisogno materiale (il prendere una cosa che può “servire” a qualcosa di necessario) ma al simbolismo logico del trofeo, da esibire come testimonianza della sopraffazione di qualcuno identificato come nemico. Si tratta dello scimmiottamento dell’azione di redistribuzione, che si esercita altrimenti con metodi legali, attraverso la giustizia sociale. Rubare da una vetrina, da poco frantumata con violenza, in un negozio appartenente a qualche brand commerciale di successo, una borsa di lusso, non è solo un gesto utilitaristico (la previsione di poterla rivendere in un qualche mercato clandestino o di poterla esibire in pubblico, senza averne pagato il costo altrimenti inaccessibile  ai più). Semmai indica soprattutto la capacità di ottenere comunque un bene che ha anch’esso un valore simbolico incorporato (il suo prezzo esorbitante, del tutto sovrastimato rispetto all’effettivo utilizzo del bene medesimo), il cui unico significato sociale è l’indicare che colui che lo esibisce lo fa perché può permetterselo. Se chi lo acquista ne è legale proprietario, chi lo ruba ne diventa illegittimo possessore. Nell’uno e nell’altro caso, la funzione simbolica della merce (esibire potenza attraverso un oggetto: “io posso averlo, tu no; quindi, mi distinguo da te, che rimani impotente”)  è comunque assolta. La pantomima della lotta tra classi sociali sta quindi anche in ciò: fingere, dietro la coltre della rabbia, di sentirsi parte di un più generale processo di riappropriazione di qualcosa d’ingiustamente confiscato dai ceti possidenti.

Anche questo è quindi un terreno di politicizzazione, soprattutto quando serve a costruire temporanee convergenze tra elementi della destra radicale ed alcuni segmenti dell’ «antagonismo», ancorché questi ultimi quasi sempre minoritari, ancillari, subalterni, serventi: il travaso e la collusione, che si fa compromissione, tra estremismi, a volte può funzionare. A volte, non sempre. Perlopiù quando le società mutano, si sfrangiano, si scompongono, rilasciando, in una sorta di libera uscita, soggetti altrimenti destinati a rimanere legati ed inquadrati dentro appartenenze vincolanti. Un tempo, i vincitori si presentavano al cospetto dei loro pari, e quindi della popolazione, con le armi e le spoglie dell’avversario sconfitto. Un tale gesto pubblico, spesso ripetuto nel tempo, serviva per celebrare la propria potenza. Oggi si vandalizzano i beni altrui per indicare che si è capaci di fare “invasioni di campo”, non rimanendo dentro il perimetro di una legalità che si dichiara invece destituita di fondamento. La vera legittimità sorge attraverso l’azione, secondo un criterio che unisce le tifoserie ultras, organizzate come vere e proprie falangi, non solo militarizzate, al radicalismo politico, quasi tutto, oramai, in Italia come in Europa, di destra antiliberale. Il collante è, più che mai in questo caso, il ricorso allo squadrismo.

Ma l’altra faccia della violenza, in tali gruppi, è il solidarismo che praticano al loro interno, tra appartenenti allo stesso circuito che, come in una sorta di sistema di welfare tribale, rinforza e rinsalda i legami di reciprocità. Ancora una volta, in una sorta di ardito ma pur necessario parallelismo, se lo Stato è tale perché mantiene e gestisce la legalità e la legittimità attraverso il monopolio della forza collettiva; se tale esercizio è delegato a forze dell’ordine e a corpi armati preposti formalmente – e consensualmente – a tale funzione; se chi è parte di essi, oltre a svolgere le funzioni delegategli ne ottiene, come contropartita, non solo una remunerazione monetaria ma anche un ruolo sociale che corrisponde allo status che acquisisce (contrassegnato dall’uniforme, segno tangibile, visibile a tutti di una tale condizione), allora va detto che le organizzazioni politiche radicali aspirano ad essere competitive su questo piano, cercando per l’appunto di spezzare quel monopolio della forza che è attributo fondamentale del potere politico e delle istituzioni. Non importa quanto, alla resa dei conti, ciò possa risultare velleitario. Conta invece la dinamica che un tale modo di pensare ed agire alimenta continuamente. Le piazze di questi giorni ne sono espressione. Non sono un punto di arrivo e neanche di partenza. Semmai costituiscono un transito che, per il suo stesso manifestarsi, ci dice che qualcosa di importante sta cambiando nelle nostre società, sottoposte al movimento tellurico di una lunghissima crisi sanitaria ed economica, entrambe da subito destinate a diventare anche elemento di fortissima incidenza sulla tenuta dei quadri civili delle comunità nazionali.

È quindi dentro quest’ordine di riflessioni, che mettono in relazione spontaneismo ad organizzazione, circostanza occasionale e processi di lungo periodo, elementi di pura e semplice marginalità sociale con l’intervento di gruppi e organizzazioni strutturate, che va ricondotto il ruolo e le partiture recitate da una destra radicale che è il vero soggetto politico presente all’interno dei flash mob all’incontrario, quelli delle piccole e grandi sedizioni di piazza. Al riguardo, da subito può essere detto che mentre CasaPound Italia si interroga da sempre su di un problema non di legalità bensì di legittimazione del proprio operato, scremando quindi il ricorso diretto alla forza, Forza Nuova – invece – pone in atto la duplice strategia del collegamento tra vecchio e nuovo neofascismo al pari di quello tra ultras calcistici e militanti politicizzati. In una sorta di implica divisione dei ruoli, dove l’anello comune è il reclutamento di nuovi aderenti così come la creazione di una sorta di area del consenso, una platea non necessariamente attiva ma comunque assenziente rispetto alle altrui azioni di piazza.

Anche per questo si può forse dire che si sia aperta una nuova fase, quella del neofascismo in grigio. Non è un gioco di parole. Piuttosto è il riconoscimento che l’arcipelago di gruppi, partiti, movimenti che si rifanno a vario titolo alla destra radicale, in Italia come nel Continente europeo e, in immediato riflesso, anche in altre parti del mondo, soprattutto a partire dagli Stati Uniti, sta mutando più aspetti della sua fisionomia. Non propriamente dei contenuti della propria proposta politica, che rimangono essenzialmente i medesimi, rivendicando come soluzione alla crisi delle democrazie sociali e liberali il ritorno ai sistemi autocratici e antipluralisti. Senz’altro – invece – del modo in cui tali formazioni politiche si pongono rispetto alle società in cui si trovano ad operare. Non è un camuffamento, trattandosi semmai di qualcosa di molto più complesso. Sanno infatti adattarsi alle circostanze. Non solo per opportunismo bensì per calcolato mimetismo. Poiché il fascismo di ritorno sa essere anche questo: non un’ideologia organica bensì la capacità di cogliere il senso del disagio diffuso, dandogli un nome, fingendone facili soluzioni e creando poi consensi intorno a se stesso.

Non è una qualità strettamente politica bensì una competenza sociale: quand’anche i risultati si ottengano ricorrendo alla deliberata manipolazione, rimane il fatto che ciò avviene con il convinto assenso di un discreto numero di persone. Che non cedono in ragione dello spettacolo della violenza esibita in quanto tale, bensì compiacendosi di come essa possa costituire anche una facile “soluzione” di problemi altrimenti difficili se non impossibili. Non basta quindi denunciare l’artificio che sta dietro questi costrutti. Poiché una delle lezioni della storia più recente (ed anche della cronaca corrente) è che dinanzi allo smarrimento dettato dal cambiamento, la ricerca di un rifugio, fosse anche solo temporaneo ed illusorio, prevale su qualsiasi altro ordine di considerazioni. In questo, la storia, per così dire, si ripete per davvero. E si replica implacabilmente laddove ai poteri democratici si contrappongono, sostituendosi progressivamente ad essi, quelle oligarchie che utilizzano le istituzioni per promuovere i loro interessi, fingendo che essi corrispondano anche alle esigenze della collettività, nel mentre queste si sentono invece abbandonate a sé, cercando quindi una qualche rappresentanza, non importa quanto confusa e velleitaria, del proprio crescente disagio.

La destra radicale, infatti, si inserisce dentro queste dinamiche. Poiché nel momento in cui i processi deliberativi delle nostre società perdono di aderenza e incisività rispetto alla realtà dei molti bisogni di un numero crescente di cittadini, il rischio che avvenga uno scollamento tra questi ultimi e il sistema delle regole è dietro l’angolo. È bene quindi confrontarsi con le trasformazioni e la rilegittimazione di temi e motivi che trovano senz’altro i loro fondamenti nell’eredità storica dei fascismi continentali ma si proiettano ben oltre di essa. Non di meno, il neofascismo in grigio, più che mai oggi, sempre più spesso si confronta con la progressiva decadenza dell’idea di umanità condivisa, così come si alimenta del declino dei rapporti di reciprocità, di solidarietà e di identificazione empatica, del terrore dell’essere espropriati – non solo di qualcosa da qualcuno ma anche e soprattutto di un’identità tanto fragile quanto difesa ad oltranza, tanto più laddove essa rischia di rivelarsi solo un sembiante senza alcun reale riscontro con i fatti. Il rischio che si profila all’orizzonte, anche a causa dell’aggravante pandemica, è che in una situazione di sfiancamento delle istituzioni e degli ordinamenti costituzionali, dinanzi alle crescenti difficoltà economiche e alle loro pesanti ricadute civili, si possa prima o poi consolidare un blocco di potere sospeso tra autocrazia, oligarchia e consenso coatto. Sarebbe allora il momento del passaggio dal plebeismo, come fattore di fidelizzazione elettorale, all’interlocuzione con il sistema di poteri economici nel nome del governo diretto dei territori. Con lo svuotamento di ciò che resta delle istituzioni rappresentative. Da anni, d’altro canto, è in corso uno spostamento dell’asse politico continentale verso la destra radicale. Si tratta della lotta per il dominio sul senso comune, nella quale le destre populiste, xenofobe e antidemocratiche hanno investito una grande quantità di risorse.

Da ultimo, rimane da considerare ed indagare il processo di rietnicizzazione dei piccoli gruppi che agiscono dentro il perimetro che abbiamo appena delineato. Il fatto che siano composti da soggetti metropolitani, la cui origine non è pienamente autoctona, non costituisce di per sé un vincolo all’ipotesi che possano essere incorporati, prima o poi, nel tempo a venire, dentro le falangi di una qualche organizzazione radicale. Al momento è valso, soprattutto in Francia, per l’islamismo radicale, che è a modo suo un concorrente del radicalismo politico, di fatto competendo entrambi per la medesima posta, ossia il controllo delle società. La vicenda di Torino del 2017, dalla quale siamo partiti, si inscrive in questa più ampia logica. Poiché ci parla di come figli e nipoti di famigli immigrate – non solo dai paesi maghrebini o di cultura islamica ma anche dal Centro e dal Sud delle Americhe, così come da altre regioni del mondo – rispondano alla crisi della cittadinanza sociale con strumenti propri, a loro volta organizzandosi in piccoli gruppi, sospesi tra piccolo malaffare di quartiere ed aspirazione a compiere un salto di qualità, diventando nel qual caso soggetti criminali a pieno titolo. La matrice che spesso utilizzano è la reciprocità etnica, ossia il condividere, sia pure in modo molto confuso ed improprio, una sorta di calco originario che viene inteso come collante di lealtà e fedeltà. Si tratta quindi non di appartenenze preesistenti rispetto ai gruppi medesimi bensì dell’adozione ai codici espressivi intesi come stili e modi che generano una nuova appartenenza: nell’erosione della coesione sociale e nella crisi dei sistemi di cittadinanza sociale, il ricorso a simboli, linguaggi, comportamenti omologanti diventa la radice di un comune sentire e, quindi, in immediato riflesso, di un mandato per agire scavalcando le regole di diritto.

Quattro sono infine i fattori di maggiore tensione, allo stato attuale delle cose: il transito dal capitalismo industriale a quello digitale, il declino della democrazia partecipativa, la crisi dei sistemi di Welfare e gli effetti continentali delle immigrazioni. Il tutto dentro la cornice pandemica. Tutti e quattro segnalano la grande movimentazione che ha coinvolto le società a sviluppo avanzato, inserendosi a pieno titolo dentro le logiche di mutamento che ne accompagnano l’evoluzione di lungo periodo. Dall’insicurezza che da essi deriva, così come dal mutamento di statuto sociale del lavoro, oramai in via di retrocessione a figura subalterna nella creazione delle identità collettive, il radicalismo politico sta traendo un significativo giovamento. Ha saputo infatti rilanciare la carta della socialità, declinandola però sul versante delle appartenenze etno-razziali. E alla crisi del capitalismo industriale risponde indicando la necessità di una guerra senza quartiere a quello finanziario, al quale dà il volto del «mondialismo», dietro il quale si cela il rimando al «complotto giudaico» (o «sionista»). Anche questo è uno scimmiottamento, ma del conflitto tra “ricchi” e “poveri”: un linguaggio immediatamente accessibile ai tanti, poggiandosi su un ampio substrato di credenze e cliché diffusi.

In un tale contesto, il neofascismo si presenta, nella sua essenzialità, come un discorso sulla necessità di rimoralizzare una società che avrebbe perso i suoi autentici «valori»: in campo pubblico, dove tutto sarebbe divenuto malaffare, latrocinio, pandemonio, confusione e distruzione; in campo privato, dove sarebbero prevalse le spinte “contro-natura”, indirizzate a disgregare, attraverso le politiche dei diritti civili e il «politicamente corretto», la “naturale gerarchia” tra aristocrazie morali e subalterni. Ciò che il radicalismo fascistizzante prefigura non è quindi la restaurazione di qualcosa che è già stato ma la distruzione di ciò che già c’è e che, come tale, avrebbe fallito: la democrazia. Di fatto, professando queste posizioni, ambisce a portare a compimento lo smantellamento brutale dello Stato dei diritti per sostituirlo con la condizione dell’eccezione permanente, quella che deriva dal doversi opporre ad un nemico, chiunque esso sia, rimanendo in uno stato di mobilitazione spasmodica. Una società che si senta perennemente sotto pressione, risulterà comunque meno disponibile a tutelare le proprie libertà, semmai negoziandole e poi cedendole a favore di quanti dovessero presentarsi come coloro che la sanno tutelare, ossia proteggere, dalla minaccia pervasiva e incombente del rischio di un’ecatombe collettiva. In tale modo, il radicalismo di destra, si candida a rappresentare e a governare parti delle nostre società abbandonate a se stesse. Il fatto che non gli riesca è variabile dipendente da quanto le nostre democrazie sapranno fare. Le piazze furiose di questi giorni, quando hanno esondato sul versante della violenza, ci segnalano, in quanto piccole ma significative punte di un iceberg, cosa sta sotto l’apparente occasionalità di certe sedizioni, essendo anche lo specchio della crisi che stiamo vivendo da molto tempo. Le cronicizzazioni, se ad esse non si pone un appropriato rimedio, rischiano di trasformarsi in persistenti ulcere politiche. Il rimedio si può dare, qualora si sappia tuttavia comunicare il senso della reciprocità e della giustizia, beninteso.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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