Cultura
Il Piano di pace Trump spiegato attraverso la lettura delle sue stesse parole

181 pagine e 22 sezioni: che cosa dice davvero quello che il presidente americano ha definito “The deal of the Century”

Si intitola «A Vision to Improve the Lives of the Palestinian and Israeli People», consta di 181 pagine ed è diviso in 22 sezioni. Si tratta di una miscela tra una sorta di overview, uno sguardo d’insieme sul passato, e un perspective look sui tempi a venire. Annunciato già quattro anni fa come «The Deal of the Century», l’accordo del secolo, è il prodotto del lavoro di Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, ma soprattutto sancisce anche la convergenza di sguardi e di interessi tra l’attuale Amministrazione americana e il premier uscente israeliano Benjamin Netanyahu. Dal punto di vista di Washington, segue allo spostamento, già ordinato nel 2017, dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme; alla chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese nella capitale statunitense; alla dichiarazione, del novembre del 2019, per la quale gli insediamenti ebraici in Cisgiordania non sono più da considerarsi illegali (come invece permangono per buona parte della comunità internazionale).

Nelle diverse sezioni in cui si articola il Piano, sono compresi: un’introduzione; i criteri di approccio (annoverando in essi: una valutazione sugli sforzi compiuti fino ad oggi dalla Nazioni Unite, le situazioni correnti, le legittime aspirazioni delle parti, la priorità della sicurezza, la questione del territorio, l’autodeterminazione e la sovranità, i rifugiati, Gerusalemme, il problema di Gaza, il sostegno internazionale); una «visione» per la pace tra lo Stato d’Israele, i palestinesi e la Regione; i confini; Gerusalemme (con i connessi aspetti religiosi, i siti sacri, lo status politico della capitale, il turismo nella Città Vecchia); il «piano economico di Trump»; la sicurezza, i transiti e le comunicazioni; i criteri con i quali affrontare la specificità di Gaza; l’istituzione di una zona di libero commercio; un accordo di commercio con gli Stati Uniti; i servizi portuali e marittimi; l’area del Mar Morto; l’acqua e il trattamento delle acque reflue; i prigionieri; i rifugiati; i fondamenti di uno Stato palestinese; l’educazione e la cultura della pace; le relazioni arabo-israeliane; le partnership economiche regionali; il mutuo riconoscimento tra gli Stati nazionali; la conclusione delle rivendicazioni (di compensazione e risarcimento) e la fine del conflitto; la condotta durante le negoziazioni. A questo insieme di richiami, indicazioni, prescrizioni e previsioni si aggiungono quattro parti di appendice (mappe concettuali, valutazioni sulla sicurezza, criteri di sicurezza, criteri per la demilitarizzazione e altri accordi di sicurezza).

Il documento dell’Amministrazione Trump afferma, dopo un breve excursus storico dei precedenti tentativi di negoziare il conflitto, di volersi ispirare ad un approccio «realistico» per ciò che concerne la sua soluzione definitiva. Ad esempio: «sia gli israeliani che i palestinesi hanno posizioni negoziali di vecchia data, ma devono anche riconoscere che il compromesso è necessario per andare avanti. È inevitabile che ciascuna parte sosterrà e si opporrà [selettivamente, n.d.r.] agli aspetti di questa visione [contenuta nel Piano, n.d.r.]. È essenziale che questa visione sia valutata in modo olistico. Questa visione presenta un pacchetto di compromessi che entrambe le parti dovrebbero prendere in considerazione, al fine di andare avanti e perseguire un futuro migliore che andrà a beneficio sia di loro che degli altri nella regione». Il primo passaggio, quindi, è che un accordo non può più passare attraverso negoziazioni dirette tra le controparti, con la mediazione di figure terze, ma che debba invece essere delineato – e di fatto poi vincolato alla sottoscrizione – da soggetti esterni, gli Stati Uniti in primis, che poi eventualmente, ad accordi di merito assunti, lasceranno ai contraenti gli opportuni margini per i mutamenti necessitanti, senza però permettere a questi ultimi di intervenire sull’impianto generale. D’altro canto, per Trump il multilateralismo è finito. Valgono i concreti rapporti di forza, così come il riconoscimento che non possono essere gli organismi collettivi e collegiali ad assolvere al ruolo di pacificatori: «dal 1946, ci sono state quasi 700 risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e oltre 100 risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in relazione a questo conflitto. Le risoluzioni delle Nazioni Unite sono talvolta incoerenti e talvolta limitate nel tempo. Queste risoluzioni non hanno portato alla pace. Inoltre, diverse parti hanno offerto interpretazioni contrastanti di alcune delle più importanti risoluzioni […]».

L’età che stiamo vivendo, afferma l’Amministrazione Trump, è quella del confronto tra potenze. Non di ordine militare (sul quale l’attuale leadership statunitense è piuttosto tiepida) e men che meno sull’interventismo democratico, bensì sul braccio di forza economico. Il rapporto con Pechino si inscrive in questa logica, laddove la guerra doganale e dei dazi sottointende un nuovo ordine di priorità, in funzione sia del «Make America Great Again» (Maga, l’acronimo trumpiano per eccellenza), sia del mantenimento di un accettabile equilibrio geopolitico su scala planetaria. Ciò dicendo, il Piano ribadisce che «una soluzione realistica deve offrire ai palestinesi tutto il potere di governare se stessi, ma non i poteri di minacciare Israele. Ciò comporta necessariamente i limiti di alcune funzioni sovrane nelle aree palestinesi (d’ora in poi denominate “Stato palestinese”) come il mantenimento della responsabilità della sicurezza israeliana e il controllo israeliano dello spazio aereo a ovest del fiume Giordano. Questa visione crea una soluzione realistica a due Stati in cui uno Stato palestinese sicuro e prospero vive pacificamente accanto a uno Stato israeliano sicuro e prospero in una regione sicura e prospera».

Da un lato, il Piano riconosce il diritto palestinese a dotarsi di uno Stato sovrano: «mentre i palestinesi non hanno mai avuto uno Stato, hanno il legittimo desiderio di governare se stessi e tracciare il proprio destino. Qualsiasi accordo di pace praticabile deve rispondere al desiderio legittimo di autodeterminazione dei palestinesi. Questa visione affronta tali preoccupazioni legittime attraverso, tra l’altro, la designazione del territorio per un futuro Stato palestinese, il rafforzamento delle istituzioni palestinesi di autogoverno, fornendo ai palestinesi lo status giuridico e la posizione internazionale di uno Stato, garantendo solidi accordi di sicurezza e costruendo una rete innovativa di strade, ponti e tunnel che consente la libera circolazione dei palestinesi». Dall’altro, afferma che: «lo Stato di Israele ha il legittimo desiderio di essere lo Stato-nazione del popolo ebraico e che questo status sia riconosciuto in tutto il mondo. Questa visione [l’approccio del Piano Trump, n.d.r.] mira a ottenere il riconoscimento reciproco dello Stato di Israele come Stato nazionale del popolo ebraico e dello Stato di Palestina come stato nazionale del popolo palestinese, in ogni caso con uguali diritti civili per tutti i cittadini all’interno di ogni Stato».

La chiave di volta – che costituisce la ratio dell’intero progetto – è il rimando alla nozione di «sicurezza», la quale dovrebbe realizzarsi in una condizione di reciprocità asimmetrica. «È essenziale che uno Stato palestinese creato con un accordo di pace sia uno Stato che abbia gli strumenti per avere successo e che sia pacifico e sicuro, piuttosto che una piattaforma per l’instabilità e il conflitto. Gli Stati Uniti non possono chiedere a nessun paese, ancora meno allo Stato di Israele, stretto alleato, di scendere a compromessi che aggraverebbero una situazione di sicurezza già precaria. Gli Stati Uniti chiederebbero ad Israele di scendere a compromessi solo nel caso in cui credessero che si possa rendere lo Stato di Israele e il popolo di Israele più sicuri a breve e lungo termine. Questa visione è stata progettata con questo spirito. Tutti gli altri paesi dovrebbero adottare lo stesso approccio».

Lo scambio politico, in questo caso, è evidente: si riconosce ai palestinesi il diritto a considerarsi definitivamente un’indipendente comunità politica, delineando anche una fisionomia territoriale a venire dell’entità statuale che dovrebbe per tale ragione nascere, ma le si nega l’attributo più importante della sua futura sovranità, quello del monopolio della forza. Si parla, non a caso, e ripetutamente, di «demilitarizzazione». A corredo di quello che per i palestinesi è senz’altro un boccone amaro, si perora il riscontro per cui: «la sovranità è un concetto amorfo che si è evoluto nel tempo. Con una crescente interdipendenza, ogni nazione sceglie di interagire con le altre nazioni stipulando accordi che stabiliscono parametri essenziali per essa. L’idea che la sovranità sia un termine statico e definito in modo coerente è stato un ostacolo inutile nei negoziati passati. Le preoccupazioni pragmatiche e operative relative all’efficacia della sicurezza e della prosperità sono le cose più importanti». Niente forze armate indipendenti per il futuro Stato della Palestina; semmai milizie di polizia.

Il concetto ribadito dall’Amministrazione Trump è chiaro: «anche se verrà raggiunto un accordo di pace globale tra lo Stato di Israele, lo Stato di Palestina e altri Stati arabi, la realtà è che ci saranno comunque coloro che desiderano minare la sicurezza e la stabilità. Questa visione tiene sempre presente tale realtà». Ed ancora: «nessun governo dovrebbe essere invitato a compromettere la sicurezza dei propri cittadini. Ciò è particolarmente vero per lo Stato di Israele, un paese che dalla sua fondazione ha affrontato e continua ad affrontare nemici che richiedono il suo annientamento. Israele ha anche avuto l’amara esperienza di ritirarsi dai territori che sono stati poi utilizzati per lanciare attacchi contro di esso. […] Un accordo di pace sarà firmato solo quando ciascuna parte riconoscerà che è meglio [convivere nella regione] con un accordo di pace piuttosto che senza di esso, anche quando ciò richieda diversi compromessi. La pace tra israeliani e palestinesi porterà a significativi miglioramenti sociali ed economici, stabilità e sicurezza per israeliani e palestinesi. Vi sono persone che beneficiano dello status quo e, di conseguenza, cercano di prevenire cambiamenti che potrebbero avvantaggiare entrambe le parti».

Ragion per cui: «recitare le narrazioni passate sul conflitto non è produttivo. Per risolvere questo confronto, la soluzione deve essere lungimirante e dedicata al miglioramento della sicurezza e della qualità della vita, pur rispettando il significato storico e religioso della regione per i suoi popoli. Accordi quadro limitati e vaghe proposte, che sono composte da vacue parole e includono solo concetti di alto livello, ma lasciano che i disaccordi vengano risolti in un secondo momento, non hanno funzionato. Questa visione affronta direttamente tutti i principali problemi nel tentativo di risolvere veramente il conflitto». Leggere queste affermazioni – ed altre ancora – come il solito richiamo ai medesimi principi di sempre, disattivati nel momento stesso in cui vengono pronunciati, è in realtà un errore. E non in quanto il Piano Trump abbia una marcia in più – a parte l’idea di investire i territori palestinesi con un’onda d’urto economica – rispetto a quelli che l’hanno preceduto, ma perché fonda tutta la sua intelaiatura sulla convinzione che gli autentici mutamenti politici derivino dalle trasformazioni economiche. Al riguardo, si afferma che la: «linea di faglia principale in Medio Oriente oggi è tra i leader che vogliono creare opportunità economiche e una vita migliore per i loro popoli, e quelli che manipolano la religione e l’ideologia al fine di fomentare i conflitti e giustificare i loro fallimenti. Questa visione [del Piano, n.d.r.] mira a rispettare l’ideologia, le credenze religiose e le affermazioni storiche, ma si concentra principalmente sul mettere al primo posto gli interessi e le aspirazioni delle persone».

La promessa  per i palestinesi è che: «il piano economico consentirà al popolo palestinese di costruire una società prospera e vibrante. Consiste in tre iniziative che supporteranno pilastri distinti della società palestinese: l’economia, il popolo e il governo. Con il potenziale di facilitare oltre 50 miliardi di dollari in nuovi investimenti in dieci anni, Peace to Prosperity rappresenta l’impegno internazionale più ambizioso e completo per il popolo palestinese ipotizzato ad oggi. Ha la capacità di trasformare alle sue fondamenta la Cisgiordania e Gaza e di aprire un nuovo capitolo della storia palestinese, definito non da avversità e perdite, ma da opportunità e dignità». D’altro canto – ed è l’ennesimo invito al “realismo” rivolto alla controparte palestinese – «i paesi che hanno donato fondi ai palestinesi nel corso del conflitto hanno [oggi] tutti altre sfide e necessità significative e vogliono garantire che gli aiuti ai palestinesi vengano spesi in modo saggio e significativamente ridotti nel tempo. Questa visione [sempre del Piano, n.d.r.] è [quindi] stata sviluppata per ridurre nel tempo la dipendenza dei palestinesi dagli aiuti della comunità internazionale. L’obiettivo dell’accordo di pace israelo-palestinese è una fiorente economia palestinese ed uno Stato praticabile. Il conflitto è invecchiato, gli argomenti si sono logorati e le parti non sono riuscite a raggiungere la pace. A questo punto, solo una risposta esaustiva alle questioni critiche ha il potenziale per motivare le parti affinché cessi il conflitto».

L’attacco neanche troppo implicito, in questo caso, è alla vecchia oligarchia palestinese, accusata di anacronismo e di sostanziale incapacità di cogliere l’evoluzione del quadro generale, regionale e internazionale. La presenza d’Israele nella regione, e nelle stesse aree contese ai palestinesi per via degli insediamenti ebraici, è considerato come un dato di fatto oramai incontrovertibile, al quale ci si deve rifare – vuoi per necessità, vuoi per virtù, forse più per il primo che non per il secondo caso – per riuscire a fare ripartire l’attività negoziale. Non di meno, ciò che la filosofia dell’attuale Amministrazione americana richiama, anche se solo tra le righe, è che gli stalli negoziali succedutosi e rafforzatosi in questi anni siano il risultato di una sconfitta storica, quella del palestinesi medesimi. I quali, se vogliono ancora avere delle chance, debbono cedere sui punti che il Piano stesso definisce come non più sindacabili e quindi trattabili: Gerusalemme, il perimetro israeliano allargato opportunamente ad una parte degli insediamenti in Giudea e Samaria, l’interposizione tra Israele e il suo fianco orientale («la Valle del Giordano, che è fondamentale per la sicurezza nazionale di Israele, sarà sotto la sovranità israeliana»: in tale modo si crea di fatto un’area cuscinetto incorporata nello Stato ebraico, al pari del già avvenuto riconoscimento del pieno diritto alla sovranità israeliana sulla parte del Golan annesso unilateralmente, nel nome della sicurezza rispetto ad una regione vista come inesorabilmente foriera di instabilità).

D’altro canto, gli estensori del Piano sembrano volere ricordare a tutti i protagonisti della scena euro-mediterraneo-mediorientale che: «la risoluzione di questo conflitto non dirimerà tutti gli altri conflitti nella regione. Tuttavia, risolvere il conflitto israelo-palestinese rimuoverà un pretesto usato per alimentare le emozioni e giustificare comportamenti radicali da parte di cattivi attori e ad avere un impatto positivo che aumenterà la stabilità, la sicurezza e la prosperità nella regione». In quanto «l’accordo di pace israelo-palestinese offrirà un impatto profondo e profondo su israeliani e palestinesi. Sono gli israeliani e i palestinesi che dovranno convivere con le conseguenze di un accordo di pace. Pertanto, sono gli stessi israeliani e palestinesi che devono essere soddisfatti dei benefici e dei compromessi che comporta un accordo di pace. Israeliani e palestinesi devono soppesare quei benefici e compromessi, che possono creare un futuro molto migliore per se stessi e le generazioni future, contro la continuazione del conflitto per le generazioni a venire».

La logica, dietro i formalismi del linguaggio diplomatico e le mediazioni della cortesia, è netta: prendere o lasciare. Vale prima di tutto per la controparte più fragile, quella palestinese; ma si orienta anche nei riguardi di Israele. Poiché, «il ruolo degli Stati Uniti come facilitatore in questo processo è stato quello di raccogliere idee da tutto il mondo, compilarle e proporre una serie dettagliata di raccomandazioni in grado di risolvere realisticamente e appropriatamente il conflitto. […] Ma solo gli israeliani e i palestinesi stessi possono prendere la decisione di instaurare una pace duratura insieme. I dettagli finali e specifici dell’accordo di pace israelo-palestinese devono essere elaborati direttamente tra le parti». La qual cosa esprime un altro concetto: gli Stati Uniti, pur mantenendo gli storici rapporti di alleanza con i propri diretti interlocutori, a partire da Israele, vogliono avere le mani libere d’ora innanzi. Anche per questa ragione non intendono lasciare le cose come sono. «Siamo entrati in un nuovo capitolo nella storia del Medio Oriente, in cui leader coraggiosi comprendono che minacce nuove e condivise hanno creato la necessità di una maggiore cooperazione regionale. L’amministrazione Trump lo ha fortemente incoraggiato. Non crediamo che le parti nella regione siano destinate a vivere in conflitti eterni a causa delle loro diverse etnie e fedi.  […] Abbiamo sviluppato questa visione sulla base della convinzione che possa esistere un futuro pacifico e prospero per palestinesi e israeliani. […] Crediamo che entrambe le parti guadagnino più di quello che danno. Sulla base di questo approccio, incoraggiamo tutti a essere intellettualmente onesti, aperti a nuove idee, disposti a impegnarsi in questa visione e ad intraprendere passi coraggiosi verso un futuro migliore per se stessi e per le generazioni future».

Dietro gli auspici diplomatici c’è un chiaro ammonimento: prendete quello che le circostanze vi offrono oppure aggiustatevi rispetto ad un futuro senz’altro incerto. Ancora una volta questo approccio inevitabilmente cristallizza le asimmetrie. La filosofia di fondo del trumpismo è che l’azione politica debba consegnarsi obiettivi circoscritti, creando le condizioni affinché attori pubblici e privati facciano il resto. Non è compito della politica rimuovere gli ostacoli che nascono da pregresse situazioni di diseguaglianza ma, piuttosto, aprire delle strade a venire, giocando anche sull’imprevedibilità dei rapporti di forza nello scenario internazionale. La consapevolezza del ruolo dell’Iran, dell’asse saudita con Israele (della serie: si fa ma non si dice), delle aspirazione mediterranee della Turchia, della pressione russa, dell’ombra cinese (quest’ultima proiettata più che altro sull’Africa subsahariana ma attenta alla politica delle comunicazioni e dei trasporti), delle condotte del Qatar e di quel perenne focolaio di tensione che è lo Yemen, insieme alla necessità di mantenere stabilmente ancorato ad un autoritarismo di Stato l’Egitto, sono tra i fattori che non tanto la presidenza americana quanto i think tanks del Dipartimento di Stato e degli altri dicasteri hanno messo nel piatto per la redazione del Piano di conciliazione. Quanto Kushner ed il suo inner circle li abbiano sinceramente ascoltati, lo potrà dire solo il tempo a venire.

La questione del territori contesi (ovvero amministrati oppure occupati, a seconda delle accezioni prevalenti) è, forse, la più spinosa. Archiviata la stagione clintoniana della «pace in cambio dei territori», oggi il tema viene riformulato radicalmente. Così ancora il documento: «qualsiasi proposta realistica di pace richiede allo Stato di Israele di scendere a compromessi territoriali significativi, che consentano ai palestinesi di avere uno Stato praticabile, rispettare la loro dignità e rispondere alle loro legittime aspirazioni nazionali». Tuttavia, «il ritiro dal territorio catturato in una guerra difensiva è una rarità storica. Bisogna riconoscere che lo Stato di Israele si è già ritirato da almeno l’88% del territorio che ha catturato nel 1967. Questa visione [del Piano Trump. n.d.r.] prevede il trasferimento di un territorio considerevole da parte dello Stato di Israele – territorio nel quale Israele ha affermato rivendicazioni storiche e che fanno parte della patria ancestrale del popolo ebraico – che deve essere considerata una concessione significativa». In buona sostanza, è forse questa il riconoscimento più corposo all’attuale leadership israeliana: avete già dato; quel che resta, a parte assestamenti territoriali da negoziare singolarmente, rimarrà sotto la supervisione palestinese ma senza quell’unitarietà dei territori cisgiordani e gazawi rivendicati dal 1991 in poi.

«Lo Stato di Israele trarrà vantaggio dall’avere frontiere sicure e riconosciute. Non dovrà sradicare alcun insediamento e incorporerà la stragrande maggioranza degli insediamenti israeliani in un territorio israeliano contiguo. Le enclavi israeliane situate all’interno del territorio palestinese contiguo entreranno a far parte dello Stato di Israele e saranno collegate ad esso attraverso un sistema di trasporto efficace. […] Circa il 97% degli israeliani in Cisgiordania sarà incorporato in un territorio israeliano contiguo e circa il 97% dei palestinesi in Cisgiordania sarà incorporato in un territorio palestinese contiguo. Gli scambi e gli aggiustamenti territoriali forniranno allo Stato palestinese terreni di dimensioni ragionevolmente comparabili al territorio della Cisgiordania e di Gaza precedenti al 1967».
Sui rifugiati le posizioni espresse dal Piano Trump sono non meno definitive, partendo dal principio che il «diritto al ritorno», sia per i profughi del 1948 che per quelli del 1967, è impraticabile e comunque dovrebbe rispondere al principio di compensazione rispetto all’espulsione dai paesi arabi delle comunità ebraiche autoctone: «la comunità internazionale sta lottando per trovare sufficienti fondi per rispondere ai bisogni degli oltre 70 milioni di rifugiati e sfollati nel mondo di oggi. […]

Il conflitto arabo-israeliano ha creato un problema di rifugiati sia palestinesi che ebrei. I rifugiati palestinesi, che hanno sofferto negli ultimi 70 anni, sono stati trattati come pedine sulla scacchiera più ampia del Medio Oriente e sono state fatte vuote promesse a loro e ai loro paesi ospitanti. Una soluzione giusta, equa e realistica alla questione dei rifugiati palestinesi è necessaria per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Un numero simile di rifugiati ebrei furono espulsi dalle terre arabe poco dopo la creazione dello Stato di Israele e hanno anche sofferto. Una soluzione giusta per questi rifugiati ebrei dovrebbe essere attuata attraverso un adeguato meccanismo internazionale separato dall’accordo di pace israelo-palestinese». Tali affermazioni possono apparire anodine se non incongruenti ma in realtà sanciscono l’irrecuperabilità delle posizioni pregresse, ossia l’impossibilità di tornare allo status quo ante. È bene che i protagonisti in campo se ne facciano una ragione – dice Trump – e proseguano, malgrado tutto. Al riguardo, il testo precisa ancore che: «l’accordo di pace israelo-palestinese prevede[rà] la fine […] di tutte le rivendicazioni relative allo status di rifugiato o all’immigrazione. Non vi sarà alcun diritto al ritorno o all’assorbimento di qualsiasi rifugiato palestinese nello Stato di Israele. Per fruire del diritto di rifugiato ai sensi dell’accordo di pace israelo-palestinese, le persone devono essere [già riconosciute nella condizione] di rifugiato registrato dall’UNRWA, a partire dalla data di ufficializzazione di questo piano. Il riferimento alla definizione UNRWA di rifugiati viene utilizzato esclusivamente per definire l’insieme dei richiedenti e per fornire agli amministratori […] del Palestinian Refugee Trust [organismo da costituire, n.d.r.] la massima flessibilità per determinare la metodologia di distribuzione appropriata, ma non va interpretato come accettazione da parte degli Stati Uniti del fatto che, in assenza dell’accordo di pace israelo-palestinese, lo status di rifugiato debba essere determinato facendo riferimento a tale definizione, anche in modo perpetuo e intergenerazionale. Il mandato dell’UNRWA, e la sua definizione estensiva di chi costituisce un rifugiato, ha esacerbato la crisi dei rifugiati. In ogni caso, le persone che hanno già effettuato il reinsediamento in un luogo permanente (da definire ulteriormente nell’accordo di pace israelo-palestinese) non potranno beneficiare del reinsediamento e potranno godere solo del risarcimento [economico, da definirsi, n.d.r.]. Questo piano prevede tre opzioni per i rifugiati palestinesi che cercano un luogo di residenza permanente: l’assorbimento nello Stato di Palestina; l’integrazione locale negli attuali paesi ospitanti (previo consenso di tali paesi); l’accettazione di 5.000 rifugiati ogni anno, per un massimo di dieci anni (50.000 rifugiati totali), nei singoli paesi membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica che accettano di partecipare al reinsediamento dei rifugiati palestinesi».

In un contesto di cooperazione regionale, auspicato ripetutamente nelle pagine del Piano Trump, si richiama inoltre la questione di porre termine alle pratiche di delegittimazione dello Stato d’Israele. «L’emergere di questa nuova realtà di integrazione regionale richiederà un cambiamento fondamentale nella politica internazionale. Nella sfera diplomatica, in particolare, i paesi arabi, insieme allo Stato di Palestina, dovrebbero cessare di sostenere iniziative anti-israeliane presso le Nazioni Unite e in altri organi multilaterali. In particolare, non dovrebbero prestare il loro sostegno a nessun obiettivo inteso a delegittimare lo Stato di Israele. Questi paesi dovrebbero porre fine a qualsiasi boicottaggio dello Stato di Israele e opporsi al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (comunemente indicato come BDS) e a qualsiasi altro tentativo di boicottare lo Stato di Israele. Gli Stati Uniti considerano il movimento BDS distruttivo per la pace e si opporranno a qualsiasi attività che promuova il BDS o altre pratiche commerciali restrittive nei confronti di Israele. Anche le iniziative revisioniste che mettono in dubbio le radici autentiche del popolo ebraico nello Stato di Israele dovrebbero cessare. […] Un obiettivo importante di questa visione è che lo Stato di Israele sia trattato da tutti come una parte legittima della comunità internazionale».

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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