L'agenda di Joi
Israele
“Il rifugio”, la galleria d’arte di Gerusalemme che da voce al mondo haredi

Territorio espressivo della creatività ultra ortodossa e del dialogo con la società israeliana, è anche il luogo di nascita del personaggio Akiva Shtisel della serie tv. Una visita in compagnia della curatrice Noa Lea Cohn

Chiunque abbia visto la serie televisiva Shtisel non può essere rimasto indifferente di fronte alla delicatezza dei suoi personaggi, così umani nelle loro debolezze e così veri nei loro problemi quotidiani. Seppur ambientato in una societa’ estranea alla maggior parte degli spettatori – il mondo haredì (ultraortodosso) di Gerusalemme – Shtisel ha avuto il merito di mostrare le sfumature dei grigi di quella società che spesso dall’esterno sembra monolitica, severa, che non scende a compromessi. Il protagonista, Akiva Shtisel, chiamato affettuosamente nella serie “Kive”, è un vero pesce fuor d’acqua in un ambiente dove i ruoli sociali dovrebbero essere ben definiti fin dalla nascita: non e’ certo tagliato per essere un “talmid haham” o “melamed” (uno studioso dei testi sacri o educatore), ma ha l’animo artistico, e’ un sognatore e questo lo porta spesso ad innamorarsi della donna sbagliata nella sua ricerca per il giusto “shiduch” (anima gemella).

C’è da chiedersi, pero’, se Akiva Shtisel sia davvero un personaggio totalmente inventato dagli sceneggiatori. Scopriamo oggi la Galleria d’Arte “Il rifugio”, dove è nato il nostro “Kive”: questa non è solo una metafora, ma lo scrittore della sceneggiatura della famosa serie, Ori Elon, ha studiato qui per ben 10 anni, venendo a contatto con artisti haredim e il pubblico che poi ha ispirato i suoi personaggi.
A pochi passi da Machane Yehuda, il famoso mercato della frutta e verdura di Gerusalemme, si trova il quartiere ultraortodosso Mekor Baruch; sembra quasi che la linea del tram leggero segni un confine immaginario sociale e, che attraversandolo, si entri in un mondo diverso. Arrivati alla via Giuda Maccabeo (come poteva essere altrimenti?), già dopo pochi passi ci si rende conto che c’è qualcosa di insolito rispetto, per esempio, al noto quartiere di Mea Shearim: due palazzi fatiscenti sono stati completamente ricoperti da coloratissimi murales: sono disegni di sorridenti uomini con peot (i cernecchi), allegre immagini e versi biblici.

La prima cosa che mi strappa un sorriso è una frase dipinta da una donna haredit sulla porta d’ingresso del palazzo:

Wanted alive
Maschiach Ben David
Reward: redeemed world

Ricercato vivo
Messia figlio di David
Ricompensa: redenzione universale

Scendo in un bunker, nel “Il rifugio”, è lì che si trova la galleria, accompagnata dalla dottoressa Noa Lea Cohn, la curatrice della galleria, Ph.D in arte ebraica alla Bar Ilan University, anche lei haredit.
Nel 2003 rav Uri Zoar insieme gli artisti Ika Ysraeli e Mordecai Arnon, i quali dopo un percorso personale decidono di abbracciare uno stile di vita religioso, creano una galleria sociale di arte ebraica contemporanea, l’unica fino ad oggi situata in un quartiere haredi e che collabora con la comunità locale. Lo spazio, dato in dotazione dal Municipio di Gerusalemme, è un luogo che ha lo scopo di trovare un punto d’incontro fra lo stile di vita religioso e la percezione culturale unica della comunità haredit e la cultura e l’arte della società israeliana. È un luogo aperto a tutti, che ospita decine di mostre ogni anno. Qui una famiglia haredit può girare tranquillamente con i figli, sapendo che i contenuti esposti non vengono a creare tensione con l’educazione impartita a casa. La Galleria “Il rifugio” è quindi un ponte fra un pubblico eterogeneo all’interno della società israeliana e ha lo scopo di avvicinare anche l’arte prodotta da questa stessa diversità, in un dialogo tra linguaggi diversi.
Nel corso degli anni questo posto ha ospitato incontri di poesia, workshop, corsi di arte rigorosamente separati fra uomini e donne ed ha dato perfino “residence” ad artisti: uno studio dove questi possano lavorare in silenzio, una calma tanto ambita soprattutto nelle famiglie harediot generalmente numerose e maggiormente auspicato durante gli anni del covid.

Credit: Yulia

Non meno importante, la Galleria “Il rifugio” è una piattaforma che offre occasioni ad artisti haredim per farsi conoscere ed essere rappresentati nelle gallerie pubbliche, dove ancora oggi un artista ortodosso ha molto meno opportunità di esposizione. Durante la sua intervista, la dottoressa Cohn ha voluto sottolineare che, al contrario del nostro Akiva Shtisel che viene subito incoraggiato da Kaufman il quale crede nel suo talento, ne compra i quadri e lo introduce nell’ “ambiente dei grandi” , la realtà per gli artisti haredim è ben diversa. Non riesco a trattenermi dal chiederle:
“Oltre alla scelta di dedicarsi all’arte rispetto allo studio dei testi sacri e privilegiare un ramo così problematico per l’ebraismo – per antonomasia la religione della “non rappresentazione”- quali sono le difficoltà peculiari che incontra un artista haredi rispetto ad un artista laico?” “Per prima cosa comincia svantaggiato in partenza: non ha studiato alla Bezalel [famosa e storica scuola d’arte a Gerusalemme], non ha le conoscenze e la compagnia adatta del “club esclusivo”. Un problema cardinale è poi lo shabat: il mondo culturale si svolge di sabato, soprattutto quando si tratta di mostre. Quanti musei sono aperti di shabat? La cosa sarà quindi difficile per l’artista che vuole esporre lì le sue opere. Chi espone vicine a te? Come potrai invitare i tuoi genitori ad ammirare la tua arte se vicino al tuo quadro ci saranno opere problematiche? Tutto è molto complesso.”

credit: Michal Petel

Parlando con la dottoressa Cohn capisco sempre di più le difficoltà e i conflitti che vive un artista del mondo haredi – se uomo, perché l’arte non rientra nell’ideale dello studio religioso; se donna, perché è sempre molto difficile sviluppare una carriera lavorativa. I problemi sono molti e peculiari, senza parlare dell’accettazione di questa scelta a livello sociale ed il prezzo familiare che a volte il singolo artista dovrà pagare. La mia accompagnatrice mostra tutto il suo orgoglio quando, con grande entusiasmo, afferma: “A creare la Galleria sono stati veri pionieri, erano coscienti delle enormi difficoltà. Stiamo facendo la storia: un giorno dei ricercatori scriveranno su di noi”. Una sfida importante, coraggiosa.
Ed infine le chiedo: “Dove sarete fra vent’anni?”. “Spero molto che non saremo piu’ in un sottorraneo; questo rifugio diventerà un posto storico e nel nostro museo ci sarà un’ala dedicata ai giovani haredim”.

La Galleria “Il rifugio” è aperta a tutti, vuole farsi conoscere e portare le proprie mostre nei musei in Israele e all’estero: aspetta solo l’occasione di raccontare un mondo che spesso sembra chiuso e irraggiungibile, ma che tramite il linguaggio artistico si dischiude a ognuno di noi.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *