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Israele
Gerusalemme, la città dove l’arte è al servizio delle donne

Intervista a Zipi Mizrachi e Meital Manor, fondatrici di SOHO – Studio of Her Own, la prima art residence israeliana per aiutare giovani ariste

Collocato presso la splendida Litvinovsky Painter’s House di Gerusalemme, SOHO – Studio of Her Own è la prima art residence in Israele aperta con lo scopo principale di aiutare giovani ariste e con l’obiettivo di incoraggiare lo scambio multiculturale attraverso l’arte contemporanea, facilitando il processo artistico e l’impollinazione cross-culturale delle idee.
Abbiamo intervistato Zipi Mizrachi, CEO e founder di questa ONG assieme a Meital Manor, curatrice dell’art residence.

Zipi, come è cominciato questo progetto così unico?
Dopo aver concluso il mio master in arte occidentale presso la Hebrew University e il mio dottorato in gender studies presso la Bar Ilan University, ho iniziato a insegnare arte nelle scuole ultraortodosse: un mondo in cui, soprattutto per una donna, anche solo pensare di intraprendere una carriera come artista è praticamente impensabile, specialmente in una comunità in cui ci si sposa giovanissime e fin da subito si comincia a mettere al mondo un numero di figli di gran lunga superiore alla media nazionale. Col tempo mi sono resa conto che, pur se in forma meno drammatica, in generale, per tutte le donne israeliane – anche quelle non religiose – riuscire a conciliare la famiglia con la carriera artistica era molto difficile.

Quando avete cominciato concretamente questo progetto?
Nel 2010, inizialmente aprendo questo programma solo per donne religiose, soprattutto al fine di aiutarle dal punto di vista imprenditoriale e sociale, dando loro la possibilità di utilizzare l’arte come strumento di emancipazione, poi col tempo estendendolo a tutte le donne israeliane. Quando abbiamo aperto la prima galleria venne allestita in un bunker e, ciò nonostante, siamo riusciti a produrre oltre 30 mostre. Fino a quando, nel 2020, ci siamo trasferiti nella sede attuale, molto più grande, che porta con sé una storia a sua volta molto affascinante.

Di cosa si tratta?
L’edificio fu inizialmente costruito dalla famiglia Salman, araba cristiana, e quindi progettato in stile arabeggiante. Durante il mandato britannico affittarono la casa al vice commissario per la Palestina, che apportò alcune modifiche tipiche dell’architettura inglese, conferendo a questo luogo un sapore europeo, pur se all’interno della cornice mediorientale. Alla fine del mandato, la casa venne lasciata a Teddy Kolek, allora sindaco di Gerusalemme, che decise di cederla a Pinhas Litvinovsky, famoso pittore dell’epoca, che visse lì fino alla sua morte, nel 1985. Da allora la casa è rimasta chiusa per oltre vent’anni fino a quando nel 2020 è diventato il nuovo centro SOHO, che quindi ha nel suo DNA l’impronta artistica di questo importante predecessore.

Quali sono le principali attività del centro?
Oggi siamo in grado di ospitare non solo donne israeliane di tutte le religioni e identità, ma anche artiste provenienti da tutto il mondo. Ora il nostro programma, oltre a quello di produzione delle mostre, comprende una serie di workshop destinati non soltanto alle artiste parte della art residence, ma ad un pubblico più ampio, con un’attenzione speciale non solo nei confronti dell’arte ma anche delle dinamiche di genere, grazie a corsi tematici condotti da donne legate al mondo dell’arte e del business.

Qual è la vostra vision in termini di lungo periodo?
Uno degli scopi principali di SOHO è quello di fornire tutti gli strumenti necessari per aiutare le artiste nel proprio processo di sviluppo professionale, attraverso programmi mirati e sessioni di tutoraggio individuali. Nel lungo periodo, vorremmo poter offrire alle donne che vi partecipano tutti i servizi necessari per potersi emancipare attraverso l’arte. Stiamo cercando fondi per poter fornire un servizio di day care per i neonati e di babysitter negli orari in cui i bambini non sono a scuola. Per ora i fondi vengono soprattutto dal Ministero della Cultura e dal Comune di Gerusalemme, ma col tempo anche Fondazioni e privati stanno abbracciando il nostro progetto. Uno dei prossimi partner sarà la Jerusalem Design Week.

A proposito di Gerusalemme, quanto questo progetto ha un impatto diretto sulla città?
Nell’ultimo anno abbiamo costruito un programma di residenza basato sul concetto di comunità che restituisce alla comunità, con grandi artisti che lavorano a fianco di giovani donne a rischio in età compresa tra i 16 e i 23 anni provenienti da tutti i gruppi della società israeliana: giovani immigrate arrivate soprattutto dalla Russia e dall’Etiopia, ma anche donne arabe, così come ebree – sia ortodosse che laiche – provenienti da famiglie con storie di abusi, che spesso vivono per le strade di Gerusalemme. Per loro si tratta di ricevere una seconda possibilità, frequentando un programma triennale, accompagnato da assistenti sociali ed esperti nel settore della moda. Ciascuna delle artiste in residenza lavora con un gruppo di studenti per progettare un’opera d’arte creata anche attraverso l’utilizzo dei tessuti. In questo modo le artiste guidano le studentesse e offrono loro un’esperienza di empowerment che le accompagnerà negli anni venire.

Infine, Meital, dal punto di vista curiatoriale, c’è un filo conduttore che lega le vostre artiste e le mostre che fino ad oggi sono state prodotte?
Tutte le mostre vengono allestite in modo che nella galleria principale i lavori delle artiste di spicco vengano esibiti accanto a quelli delle artiste emergenti. Inoltre, dato che ci troviamo in una location che ha di per sé una storia molto interessante, chiedo sempre alle artiste di non limitarsi a trattare la galleria come una semplice white box ma di integrare nelle loro opere l’affascinante cornice che li ospita.

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.


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