Cultura
Il tempo che non passa invano: il Primo congresso sionista

“Se dovessi riassumere il Congresso di Basilea in un’espressione, che mi guarderò dal pronunciare pubblicamente, sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico”. Così scrisse nel suo diario Theodor Herzl. Era il 1897

Ricordare il Primo congresso sionista, tenutosi a Basilea tra il 29 e il 31 agosto 1897, implica riannodare molti fili, ed in particolare quelli del tempo presente con quelli del passato. Per amore della sintesi si può sostenere che la rilevanza di quella assise, durata tre giorni, nell’algida, sonnacchiosa e sostanzialmente indifferente Svizzera, sta nell’avere posto le basi definitive del moderno sionismo inteso come movimento politico. Antecedentemente, vi erano già stati diversi tentativi di dare corpo ad una nuova società ebraica nella Palestina ottomana. Da poco meno di un ventennio, peraltro, l’emigrazione dalle terre russe verso l’Occidente e l’inedita meta palestinese – territorio orientale, e quindi appartato, poiché posto nel Mediterraneo levantino, ma destinata a subire trasformazioni che ne avrebbero ridefinito la collocazione nello scacchiere mediorientale – stava accelerando. A cavallo di due secoli, infatti, almeno due milioni e mezzo di ebrei provenienti dall’Est europeo stavano contribuendo a ridisegnare la disposizione geo-demografica dell’ebraismo, costituendo quelli che nella seconda metà del Novecento sarebbero divenuti i suoi due grandi nuclei, ossia Israele e gli insediamenti nelle Americhe, a partire dagli Stati Uniti.

Tutto questo, tuttavia, nel 1897 era ancora di là da venire. Mentre invece si era già verificato, e diffuso, il pulviscolo di organizzazioni, movimenti e tentativi per ridisegnare la fisionomia di un ebraismo, a partire dalla componente aschenazita, che stava vivendo le tensioni, le speranze ma anche le illusioni legate ai processi di modernizzazione. Nello stesso tempo in cui il sionismo si autodefiniva come soggetto politico, infatti, nasceva ad Est (ossia, ne veniva formalizzata la presenza come figura organizzativa di primo piano, avendo già solidi trascorsi nell’azione politica e nell’attività culturale di lungo periodo), il Bund, il partito operaio ebraico per eccellenza, destinato a giocare un ruolo rilevante nell’Europa orientale almeno fino alla Grande guerra. Segnatamente, la presenza di quest’ultimo e il suo radicamento furono interrotti successivamente dai bolscevichi e, infine, dalla morsa stritolante di Hitler e Stalin. Così come l’ebraismo dell’Europa occidentale andava a sua volta esprimendo, tra le élite politiche, culturali ed economiche, i suoi esponenti, destinati ad esercitare un ruolo che andava ben oltre la comunità di origine.

In altre parole, il sionismo ricadeva all’interno di un processo di lungo periodo, una sorta di recipiente magmatico e quindi tellurico (soprattutto per via delle vicende belliche dei decenni successivi), in cui venivano ridisegnandosi tutte le fisionomie dei protagonisti collettivi, dentro un mondo che vedeva trionfare la seconda rivoluzione industriale e i suoi effetti di lungo periodo. Da questo punto di vista il movimento sionista, che istituzionalizza con il Primo congresso la sua presenza sullo scenario internazionale, rimaneva un prodotto di quella specifica evoluzione sociale, culturale e politica che stava interessando perlopiù le società occidentali. Di questo percorso ne era infatti una sorta di precipitato, poiché diventa ben presto il punto di confluenza tra modernità, politicizzazione ma anche mitopoiesi e costruzione di una specifica arena pubblica, caratterizzata dall’intendere l’ebraismo e l’appartenenza ebraica non come un esercizio confessionale, e neanche come una “condizione” storica di minoranza, bensì in quanto tratti istitutivi di una cittadinanza definita dalla formazione di una comunità politica sovrana. Scindere sionismo da ebraismo può quindi essere tanto necessario quanto improprio, poiché se l’uno non è sintesi dell’altro allo stesso modo, nell’età dello Stato nazionale, l’uno non può più fare a meno dell’altro. Per i critici ciò comporta un percorso di pericolosa etnicizzazione; per gli apologeti si tratta invece di un’evoluzione che sta nell’ordine delle cose.

Protagonista indiscusso del Primo congresso fu Theodor Herzl, figura peculiare del panorama ebraico dell’Europa centro-occidentale, dove l’assimilazionismo era invece un tratto molto diffuso. Più ancora delle convinzioni che andò maturando sull’antisemitismo, e sulla necessità di una peculiare risposta ebraica ad esso, contò senz’altro la sua intuizione che senza una riformulazione politica del problema del rapporto tra ebrei e non ebrei nulla ne sarebbe derivato per i primi. Riformulazione politica, nel linguaggio che gli era proprio, implicava il rimando all’organizzazione statale, ossia ad una sovranità che potesse essere esercitata non solo in chiave spirituale ed etica ma sul piano materiale dei concreti rapporti di forza. In questo, Herlz non si distaccò mai dalla secolarizzazione di cui era figlio, non intendendo il percorso che avrebbe poi portato, molti anni dopo la sua morte, alla costituzione dello Stato d’Israele, come il «ritorno» a qualcosa di preesistente, bensì come il prodotto della rigenerazione, in chiave contemporanea, del tema dell’identità in quanto strumento di azione e, quindi, di ricomposizione.

Ciò pensando, Herzl dava quindi sostanza ad un paradigma fondamentale del sionismo, quello per cui la responsabilità delle persecuzioni subite dagli ebrei non era da attribuirsi esclusivamente alla brutalità dei non ebrei; piuttosto contava la debolezza e la fragilità dei primi, incapaci, di percorrere la via dell’auto-organizzazione. Benché Herzl, borghese laico e integrato, fosse molto distante dal Bund, del quale in tutta plausibilità gli saranno giunti esclusivamente lontani echi, tuttavia, a modo suo, riformulava nei medesimi termini la «questione ebraica», anch’egli risolvendola all’interno di un processo di costituzione dell’ebraismo in soggetto indipendente.

Ne è riscontro, a modo suo, il fatto che il congresso medesimo, in un primo tempo programmato a Monaco di Baviera, dovesse invece tenersi a Basilea, che pure offriva la sede materiale per il suo svolgimento (la grande sala da concerto dello Stadtcasino) ma con un appeal di molto più contenuto. In Germania, infatti, i primi a muoversi contro un’assise di tal genere era stati gli stessi esponenti maggiormente in vista della comunità locale, che ne contestavano la plausibilità, sia rinnovando i loro attestati di fedeltà all’Impero guglielmino sia ribadendo l’insussistenza di un problema ebraico che avrebbe dovuto richiedere soluzioni a sé stanti. La conferenza permanente dei rabbini tedeschi, a sua volta, si espresse contro una tale iniziativa, vista non solo come impraticabile poiché utopistica ma anche pericolosamente velleitaria sul piano politico, in quanto destinata ad obbligare l’ebraismo a prendere parte ad un’azione internazionale di contro alla lealtà che ogni cittadino ebreo avrebbe invece dovuto continuare ad alimentare rispetto alla sua nazione di nascita, appartenenza e cittadinanza. Il sionismo, in altre parole, incontrava scarsa eco tra gli ebrei dell’Europa occidentale, che peraltro erano anche distanti dai problemi dei correligionari russi ed orientali.

Ricaduta completamente diversa fu invece quella che si raccolse proprio tra questi ultimi che, attraverso una parte dei loro rappresentanti ed esponenti, si rivelarono interessati quanto meno ad ascoltare ciò che si sarebbe andato a discutere. In realtà Theodor Herzl non pensava tanto a loro quanto a coloro che manifestavano la propria indisponibilità. Poiché era a costoro che volgeva la sua attenzioni, ritenendoli gli interlocutori più importanti. A Basilea giunsero 197 delegati (208 secondo altre fonti), vuoi come rappresentanti di organizzazioni preesistenti (una settantina) vuoi come partecipanti a titolo personale. Poco meno di una trentina erano i giornalisti presenti (Herzl era ben conscio dell’importanza della comunicazione e della stampa per dare legittimazione alle scelte politiche). Dell’intero gruppo, diciassette erano donne, anche se non avevano il diritto di voto sulle risoluzioni (vincolo che fu poi abrogato al congresso dell’anno successivo), una limitazione temporanea comunque significativa, soprattutto se si pensa che all’epoca la forma congressuale era stata assunta da molti movimenti politici come l’istanza collettiva ed assembleare più elevata nella formulazione e nella scrematura dei processi decisionali condivisi. Oltre la metà dei delegati provenivano quindi dall’Europa orientale; un quarto era russa. Mancavano gli inglesi mentre erano presenti gli americani.

L’elezione stessa dell’esecutivo sionista, di fatto l’organismo di reggenza politica del nuovo movimento, ricalcava i rapporti di forza che andavano formandosi tra le diverse componenti nazionali: per Vienna erano presenti Theodor Herzl, Moses Schnirer, Oser Kokesch, Johann Kremenezky e Alexander Mintz (quest’ultimo al posto di Nathan Birmbaum); per la Galizia Abraham Salz e Abraham Adolf Korkis; per l’Austria Sigmund Kornfeld; per la Bucovina Mayer Ebner; per la Russia il rabbino Samuel Mohilever, Max E. Mandelstamm, Jacob Bernstein-Kohan, Isidor Jasinowski; per la Francia Bernard Lazare e Jacques Bahar; per la Romania Karl Lippe e Samuel Pineles; per la Bulgaria e la Serbia Gregor Belkovsky e per la Germania, infine, il rabbino Isaac Rülf, Max Bodenheimer. La presidenza del Congresso fu attribuita allo stesso Herzl, con Max Nordau, Abraham Salz e Samuel Pineles eletti in qualità di vicepresidenti. Rimanevano vacanti i posti da assegnare agli Stati Uniti, al Regno Unito e alla Palestina.

Il risultato di maggiore importanza, destinato come tale a rivelarsi duraturo, era la nascita dell’Organizzazione sionista (ha-histadrut ha-tzionit) che si dotava di un organismo rappresentativo e normativo, il congresso per l’appunto, da rinnovarsi ogni anno (fino al 1901 per poi, ad eccezione degli anni di guerra, ogni due anni e poi, dopo il 1945, ogni quattro anni a Gerusalemme) e di un esecutivo, che avrebbe garantito la continuità e l’implementazione delle decisioni congressuali. La scelta dei simboli di riferimento e d’identificazione (a partire dall’inno Ha-tiqvah passando per la bandiera sionista, che sarebbe stata meglio identificata nei suoi caratteri negli anni successivi) rimandavano comunque alla tradizione ebraica, sia pure in forme fortemente secolarizzate. La redazione del programma fu delegata ad un comitato di lavoro condotto da Max Nordau, sodale di Herzl, che identificò quattro punti fondamentali (per l’appunto, quello che fu da allora conosciuto come «programma di Basilea»). Posto che «il sionismo intende stabilire per il popolo ebraico un focolare riconosciuto pubblicamente e garantito giuridicamente» (ossia dal diritto internazionale, la vera preoccupazione di Herzl e il punto sul quale lo scetticismo inglese era maggiormente pronunciato) per il raggiungimento di tali obiettivi il congresso identificava quattro passaggi fondamentali: la colonizzazione delle terre («la promozione dell’insediamento di operai agricoli, di lavoratori manuali, di appartenenti alle professioni civili»); l’unificazione dei gruppi ebraici nei paesi di origine («la federazione di tutti gli ebrei in gruppi locali o generali, in conformità alle leggi dei rispettivi paesi»); la nazionalizzazione dell’identità ebraica («Il rafforzamento del sentimento e della coscienza ebraica» sia a livello individuale che collettiva, in funzione del progetto sionista); la ricerca di consensi, senza i quali nessun progetto avrebbe avuto reale corso («interventi preparatori per ottenere l’assenso da parte dei governi nazionali al programma sionista»).

L’ultimo punto per Herzl era strategico, non orientandosi tanto verso un processo di costituzione della nazione dal basso bensì dall’alto, ossia attraverso l’intervento delle élite del movimento ma – anche e soprattutto – con una decisa promozione diplomatica dell’azione sionista. Molti partecipanti al Primo congresso, tuttavia, non indulgevano verso una tale posizione (il «sionismo politico»), ritenendola una forzatura rispetto alla necessità prioritaria di costruire le condizioni materiali per un insediamento ebraico continuativo, a partire dall’immigrazione, dalla formazione in campo rurale e agricolo, dalla messa in produzione delle terre e così via (il «sionismo pratico»).

In  questo intenso bailamme di discussioni, votazioni, confronti ma anche conflitti, nel 1897 ancora apparentemente sedati da un sostanziale unanimismo di principio ma destinati a riemergere nelle assise successive, non si decise una volta per sempre per la Palestina. Se per molti la comunità politica che si andava a costituire doveva coincidere necessariamente con Eretz Israel, per Herzl e quanti si riconoscevano nella sua leadership, le opzioni territoriali dovevano rimanere molteplici, a partire dall’Argentina, privilegiando quindi l’assenso diplomatico e politico che da un processo di colonizzazione in terre da rendere fertili poteva derivare ai sionisti. La Palestina ottomana, peraltro, era ancora nelle mani della Sublime Porta.

Il 3 settembre del 1897 Herzl scriveva quindi sul suo diario: «se dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una espressione – che mi guarderò dal pronunciare pubblicamente – sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se lo dicessi ad alta voce oggi, sarei accolto da una fragorosa risata. Tra cinque anni forse, e certamente tra cinquant’anni, tutti lo percepiranno». Non si stava sbagliando.

 

Claudio Vercelli

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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