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“In dovere di chiedere scusa senza averne il diritto”: l’Università italiana 80 anni dopo

Cronaca e riflessioni sulla Cerimonia del ricordo e delle scuse

Università di Pisa, Palazzo della Sapienza, giovedì 20 settembre 2018.
Sono passate tre generazioni ed è esattamente il giorno dopo Yom Kippur. Le premesse si rifanno al “bene ma non benissimo” di un certo modo di fare le cose all’italiana che è piuttosto difficile non notare. Certo è che la notizia della cerimonia deve avere suscitato molte emozioni. Rabbia forse, e delusione, per i discendenti e i prossimi dei direttamente coinvolti, la cui vita magari sarebbe stata davvero diversa se quelle scuse fossero giunte tempestive e pratiche, e non tardive e simboliche; oppure sorpresa, o constatazione del senso del ridicolo, per i non coinvolti: o semplicemente distacco, per chi non si aspetta più nulla. Vado o non vado? E se vado, perché?

Si dice che ci siano solo due momenti per fare la cosa giusta: il primo è quando avresti dovuto farla, il secondo è adesso.

Normalizzare e normativizzare il razzismo
1938: proprio qui vicinissimo, nella tenuta di San Rossore, residenza estiva della famiglia Savoia, Vittorio Emanuele III appone la sua firma al regio decreto legge n°1390. “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”. Sono sette articoli, la prima traduzione pratica dei propositi antisemiti espressi nel Manifesto della Razza, che vanno a colpire gli ebrei, sottolinea il rettore di UniPI Paolo Mancarella, proprio nel luogo che più di ogni altro rende un Paese libero.
Come è stato possibile? Si è detto e scritto a profusione sui concetti di obbedienza, passività, complicità. I relatori fanno rilevare l’uso abile del linguaggio burocratico. L’espulsione è definita “sospensione del servizio”. Nei saluti iniziali alla conferenza internazionale che segue la cerimonia, il professor Pierdomenico Perata, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna, invita i presenti ad andare a rileggersi il Manifesto della Razza. È un documento in crescendo, fateci caso, spiega: i primi articoli sono persino moderati.
Normalizzare e normativizzare il razzismo per mezzo della legge, lo strumento “di tutela e di regolazione dello spazio relazionale”. Lo strumento che ci si aspetta essere giusto e al quale invece diventa giusto disobbedire, sulla base di un principio più alto. Questo deve essere il centro della nostra riflessione, dichiara Noemi Di Segni, Presidente UCEI.

Gli interventi dei relatori contengono spunti che, con un po’ di immaginazione, aiutano non poco a ricostruire il quadro. Lo stesso Ateneo, ottant’anni fa: pensare che, per dire, nello spazio qui intorno, gruppi di amici si siano attardati a godere del sole autunnale, prima dell’inizio della nuova lezione di Diritto coloniale, di Biologia delle razze umane, di Demografia comparata delle razze.
Ben prima dell’avvento della generazione Erasmus, immaginare la partenza degli studenti ebrei stranieri, giunti in Italia da tutta Europa perché sicuri che qui il loro diritto allo studio sarebbe stato garantito. Un anno dopo la loro espulsione, siccome evidentemente bisognava dire qualcosa che giustificasse il calo drastico di iscrizioni, il nuovo rettore Evaristo Breccia dichiarava: “Sono lieto di annunciare che il vuoto si va rapidamente colmando con elementi nazionali”.

Passato, futuro
Dire che le scuse, più che al passato, servono al presente e al futuro, è un altro luogo comune, ma a seconda della prospettiva dalla quale si guarda la questione può rivelarsi molto vero. “Saremmo miopi e irresponsabili se, anche in questa sede e in questa particolare giornata, non denunciassimo le parole di odio, le violenze verbali e fisiche rivolte contro individui che diventano collettività, ossia pregiudizio, che ogni giorno di più sentiamo pronunciate e difese anche nello spazio pubblico, la distorsione mediatica che ripetuta e propagata genera nemici, e il recepimento di ogni falso come assoluta verità. Segnali inquietanti e oserei dire angoscianti – perché generano incertezza e che temiamo accostare a quella passata, elusa e sottovalutata”, riprende Noemi di Segni.
Liliana Segre partecipa con un videomessaggio a sottolineare l’importanza della cerimonia: per lei, il riconoscimento pubblico di un errore così atroce ha un valore simbolico altissimo. E a chi contesta la tardività di queste scuse ha risposto che l’alternativa sarebbe stato non riceverle mai: un’alternativa davvero preferibile? Per concludere dicendo che queste scuse non parlano solo alle vittime di 80 anni fa. Parlano a tutti coloro che oggi sono perseguitati per ciò che sono, esprimono e professano.
Lo stesso concetto è ribadito in una lettera inviata per l’occasione dalla scrittrice Helena Janeczek. “La colpa, come dice Hanna Arendt, è sempre individuale. Ma la responsabilità è presa di coscienza collettiva, i cui veri destinatari non sono i discendenti delle persone colpite, ma coloro che oggi vengono colpiti da leggi ingiuste”. Ma si potrebbe, anzi dovrebbe, allargare il cerchio, perché questa cerimonia parla a tutti. In particolare, colpisce questo dato: nel 1931, furono solo quattro i docenti ebrei che rifiutarono di prestare il “Giuramento di fedeltà al fascismo”.

L’assenza di reazione fintanto che non ci si sente direttamente coinvolti, non riguarda una sola situazione o un unico periodo: è una frequente prerogativa di tutti i gruppi umani e ne abbiamo esempi innumerevoli oggi come ieri.  Ma dovremmo forse rifletterci sopra con più attenzione di quanto finora sia stato fatto: perché aspettare di essere direttamente colpiti prima di reagire? Oggi come allora e come da sempre nel corso della Storia, l’idea che l’unica spinta di ribellione all’ingiustizia sia il coinvolgimento personale si rivela tra le più difficili e pericolose, ma anche urgenti, da superare. Andare oltre il “Io non c’entro niente, questo non mi riguarda”, qualunque sia la propria storia, origine, ruolo nella società, può essere allora il punto chiave dal quale ripartire, per porre le basi di una società dove nessuno debba mai più avere paura di trovarsi escluso e perseguitato.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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