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Israele-Marocco: i retroscena della svolta diplomatica

In concreto assisteremo ad una netta facilitazione degli scambi economici, all’apertura di tratte aeree tra i due paesi e alla concessione del diritto a sorvolare lo spazio sovrano

Mentre il premier Benjamin Netanyahu si fa riprendere dai media nazionali in corso di vaccinazione contro il SARS-CoV-2, e sul Paese aleggia l’ipotesi di una crisi politica che porterebbe nel giro di poco tempo ad un quarto passaggio alle urne, si stabilizza il quadro delle normalizzazione delle relazioni diplomatiche che Israele ha stabilito in questi mesi, sia come risultato degli accordi di Abramo sia come prodotto delle loro “spinta propulsiva” all’interno del quadro interregionale tra Mediterraneo e Medio Oriente. Questa volta, dopo gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan e il Bahrein, è il momento del Marocco. L’annuncio, con il tempismo di chi ne rivendica diretta titolarità e immediato patrocinio, è quello di Donald Trump che, su Twitter, già il 10 dicembre aveva scritto: «Another HISTORIC breakthrough today! Our two GREAT friends Israel and the Kingdom of Morocco have agreed to full diplomatic relations – a massive breakthrough for peace in the Middle East!».

Nei fatti ciò che avverrà, al netto della formalizzazione dello scambio di delegazioni diplomatiche permanenti, sarà una netta facilitazione degli scambi economici, l’apertura di tratte aeree tra i due paesi e la concessione del diritto a sorvolare lo spazio sovrano. Facile immaginare che ancora una volta sarà soprattutto Gerusalemme ad utilizzare l’opportunità in tale modo apertasi, al netto delle stesse conseguenze politiche che, sul lungo periodo, riguarderanno invece tutte e due le nazioni e, più in generale, gli equilibri geopolitici regionali a venire. In Israele, tra il 12 e il 15% della popolazione ha radici marocchine mentre nel paese di origine gli ebrei rimastivi non superano i novemila.

Senza Washington, d’altro canto, è improbabile che si sarebbe arrivati ad una tale riconfigurazione dei rapporti. La diplomazia attiva di Donald Trump è stata decisiva. Gli Stati Uniti, infatti, hanno concorso ad attivare da subito un tipo di negoziazione basata sullo scambio di benefici. Posto che per Israele il riconoscimento di legittimità rimane un capitale politico fondamentale rispetto alla sua presenza tra il mondo arabo, la Casa Bianca ha perseguito la strada diplomatica sulla base di contropartite tangibili: ad Abu Dhabi è stata promessa la vendita e quindi la materiale consegna dell’F-35, il più recente modello di aereo da combattimento disponibile sul mercato; con Rabat, invece, è stato messo sul piatto della bilancia il riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, una regione di 266mila chilometri quadrati, posta sul versante atlantico dell’Africa, con meno di 600mila abitanti, contesa tra il Marocco (di cui formalmente sarebbe parte dal momento il cui gli spagnoli si ne andarono via, alla metà degli anni Settanta) e gli indipendentisti del Fronte del Polisario, organizzazione  sostenuta dagli algerini e che su di essa ha invece  istituito dal 1976 la Repubblica democratica araba del Sahrawi. Nei fatti, a quarantacinque anni dall’apertura di un difficile negoziato, con la lunga mediazione delle Nazioni Unite, per definire consensualmente lo status finale dell’ex possedimento spagnolo, non si è ancora pervenuti ad un compromesso accettabile. Non per caso, infatti, in questi ultimi tempi le tensioni nella regione, perlopiù desertica, si sono di nuovo esacerbate. A tutt’oggi l’Onu continua a identificare il Sahara Occidentale come «territorio conteso» auspicando invano che i nodi sull’autodeterminazione siano sciolti per il tramite di un referendum. Il riconoscimento da parte degli Stati Uniti rafforza tuttavia la posizione del Marocco. Per re Mohamed VI – il Marocco è nella sua forma istituzionale una monarchia – si tratta quindi di una contropartita rilevante se non impagabile.

D’altro canto, molti analisti hanno messo in rilievo come tra Gerusalemme e Rabat i rapporti, ancorché informali, fossero già buoni da almeno tre decenni. Re Hassan II aveva incontrato, dopo gli accordi di Oslo del 1993, sia Yitzhak Rabin che Shimon Peres. Anche in ragione di ciò nella capitale marocchina si era quindi stabilita, sia pure senza ufficializzazione di sorta, una delegazione diplomatica israeliana, ritirata poi durante il declino del processo di pace con la controparte palestinese nel corso degli anni più recenti. Ad oggi il Regno marocchino, rispetto agli equilibri nel mondo arabo, è vicino alle monarchie conservatrici del Golfo. Con Israele condivide un nemico comune, l’Iran sunnita.

Tuttavia, per Gerusalemme la posta più importante rimane il riconoscimento da parte dell’Arabia Saudita, il vero attore regionale che domina la scena in campo arabo-musulmano. Jared Kushner, genero di Trump ed eminenza più o meno “grigia” nelle politiche dell’amministrazione uscente rispetto al Medio Oriente, ha recentemente dichiarato che una «normalizzazione» dei rapporti con Riyad dovrebbe essere oramai alle porte. Rimane tuttavia un’incognita, sia dinanzi alle costanti resistenze dei sauditi che al cambio di interlocutori a Washington, con l’ingresso, entro un mese, di nuovo personale politico a seguito dell’insediamento di Joe Biden. Anche se è molto improbabile che la nuova Amministrazione disconosca il lavoro già svolto, semmai orientandolo sulla base della propria lettura delle priorità nell’agenda mediorientale.

Rimane il fatto che la stabilizzazione dei rapporti tra una parte dei paesi del Golfo ed Israele sia di per sé una novità di grande impatto simbolico, rompendo quel fronte del rifiuto, dichiarato e rivendicato o meno che fosse, per il quale continuava ad essere impossibile, nella tradizionale dottrina araba, dare credito ad uno Stato abusivo, storicamente e politicamente denunciato come privo di qualsiasi fondamento. Al di là dell’ipocrisia delle enunciazioni formali, alle quali si accompagnava invece una crescente disinvoltura nei comportamenti, basati sugli interessi di comodo come del momento (gli scambi segreti sono stati definiti come «uno dei segreti tenuti peggio dell’intero Medio Oriente»), persisteva tuttavia l’interdizione di principio nei confronti del riconoscimento definitivo della legittimità israeliana. La contropartita di Gerusalemme è stata la sospensione temporanea delle politiche di annessione di una parte dei territori della Cisgiordania. A tale riguardo, è del tutto plausibile che quanto resta della questione palestinese diventi, negli anni a venire, oggetto esclusivo dello scambio con i paesi arabi; anche in questo caso, tuttavia, all’interno di una logica che riguarda, prima ancora che l’indipendenza politica dei Territori dell’autonomia palestinese, soprattutto una negoziazione di facciata del conflitto tra le due comunità nazionali.

Il tasso di investimento ed immedesimazione simbolica, infatti, rimane  uno dei nodi ai quali è appeso il destino di quelle terre. Per i paesi arabi è infatti impossibile disconoscere, dinanzi alle proprie popolazioni, una residua tutela degli interessi palestinesi, anche se la riconfigurazione geopolitica del Mediteraneo e del Medio Oriente sta a sua volta ridisegnando il peso assoluto di quel lungo e irrisolto confronto. Probabile che una svolta la si possa avere quando, nel futuro, dovessero intervenire fattori esterni che imprimano un’accelerazione in un processo altrimenti bloccato da circa vent’anni.

Nella ridda di interpretazioni che si sono accompagnate prima agli Accordi di Abramo e poi all’apertura del Marocco, oltre a quanti da un lato hanno rilevato la loro plausibilità rispetto ad un quadro di relazioni già rodato e coloro che, invece, hanno enfatizzato gli aspetti di rottura di una prassi altrimenti consolidata, si sono affiancati quanti ritengono che si tratti soprattutto di un credito incassato da Benjamin Netanyahu. Altri ancora, infine, ritengono che sul lungo periodo questa politica di accreditamento reciproco sia destinata a sfiancare la già precaria unità delle destre israeliane, destinate a dividersi proprio sulle condotte da assumere rispetto alla Giudea e alla Samaria. Tutti sono comunque concordi  sul fatto che il prezzo più rilevante sia proprio quello pagato dai palestinesi, benché Gerusalemme abbia posto in temporanea sordina gli aspetti più importanti delle sue rivendicazioni territoriali.

Agli attuali accordi tra Israele e i quattro paesi arabi si è giunti comunque dopo una lunghissima negoziazione dietro le quinte del proscenio collettivo. In particolare con gli Emirati Arabi Uniti, dove alla pista degli incontri riservati  si accompagnava una parallela diplomazia sul come e il quando rivelare al grande pubblico il percorso in atto. Il direttore Yossi Cohen del Mossad da tempo faceva la spola tra le capitali dell’Egitto, del Qatar, dell’Arabia Saudita ma anche della Giordania, laddove si era costituita una sorta di zona cuscinetto nella quale svolgere conversazioni diplomatiche. Con la pandemia i tempi si sono velocizzati, dal momento in cui la notizia che Israele aveva comprato medicale e sanitario da Abu Dhabi è divenuta di dominio collettivo. Nel mese di giugno di quest’anno l’ambasciatore emiratino a Washington, in un editoriale intitolato «Annessione o normalizzazione», pubblicato in ebraico sul quotidiano Yediot Ahronot, aveva peraltromesso in discussione la tesi di Netanyahu per cui l’annessione della Cisgiordania – obiettivo caro alla destra israeliana – non avrebbe compromesso la possibilità per Israele di avviare relazioni diplomatiche con gli Emirati e l’Arabia Saudita. Nel mesi tra luglio e settembre le trattative hanno quindi conosciuto una notevole accelerazione, su spinta soprattutto di Trump e Kushner. Da ciò, quindi, la successiva proclamazione di quella che il presidente americano uscente ha definito come  «l’alba di un nuovo Medio Oriente».

Dopo di che, a tutt’oggi non è ancora chiaro cosa esattamente le parti in causa intendano rispetto all’oggetto più importante dell’intesa, ossia la sovranità a venire sulla Cisgiordania. Poiché in gioco è l’indirizzo prossimo venturo dei governi israeliani. L’incorporazione degli insediamenti ebraici, infatti, rimane la piattaforma più importante della politica regionale da parte dei partiti della destra. Ne è una sorta di collante programmatico. A giugno, tra lo scalpore di una parte dell’uditorio, lo stesso premier aveva annunciato la volontà di procedere all’acquisizione parziale delle terre entro un brevissimo lasso di tempo. Nei fatti, tuttavia, non ne era seguito nulla. In tutta plausibilità la dichiarazione pubblica di Netanyahu si inseriva nella dialettica diplomatica in corso, proprio in quelle settimane, con la triangolazione tra Washington, Gerusalemme e le capitali arabe. Ogni giocatore, in altre parole, stava rilanciando per definire il perimetro della negoziazione con le controparti di lì in avanti. Non è un caso che la stessa Amministrazione Trump, già depositaria dall’inizio dell’anno di una proposta di accordo con i palestinesi – secondo molti osservatori fortemente sbilanciata a favore di Israele – lasciasse invece cadere le pretese del primo ministro. La qual cosa, quindi, si era ben presto tradotta in un nulla di fatto. A tutt’oggi, non è ancora chiaro se Netanyahu sia effettivamente disposto a farsi carico di un gesto unilaterale così impegnativo, tale in quanto pieno di conseguenze. Mentre è certo che il costante rimandare alla riconfigurazione estensiva dei confini di Israele sia parte fondamentale della piattaforma elettorale della destra nazionalista, trattandosi di uno dei temi fondamentali attraverso i quali essa definisce la sua identità rispetto agli altri competitori politici.

Nella tarda estate, l’avvio di rapporti di normalizzazione diplomatica con gli Emirati si è quindi trasformata per Israele nella contropartita rispetto alla mancata annessione territoriale. Si è detto, e non a torto, che una collaborazione a venire sarà strategica rispetto al comune obiettivo di isolare l’Iran. Non di meno, Netanyahu ha incassato un altro accredito sul versante della politica internazionale d’Israele, a fronte sia della crisi perenne dell’attuale coalizione di maggioranza, quindi delle sue ripetute fibrillazioni, che stanno portando ad un probabile riscontro delle urne, insieme alle difficoltà giudiziarie e alle critiche per la gestione del coronavirus che appannano comunque il premier.

Sul versante emiratino, la sospensione di qualsiasi iniziativa israeliana sulla Cisgiordania costituiva la condizione imprescindibile per non perdere credibilità nei confronti della propria opinione pubblica così come di quella degli altri paesi della regione. Sullo sfondo rimane la posizione ufficiale della Lega araba, che da vent’anni propugna lo scambio tra ritiro d’Israele all’interno della linea antecedente al 1967 e il suo riconoscimento internazionale. Ciò che comunque ne è derivato, riguardo alle rispettive platee nazionali, è la simultanea rivendicazione di avere portato a casa un accordo indiscutibilmente vantaggioso. Per il Likud di Netanyahu, l’obiettivo di una riconfigurazione territoriale in Cisgiordania è solo temporaneamente sospeso. Il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed, che ha fatto la parte del leone nelle trattative, ha invece capovolto la logica, indicando gli Accordi sia come la pietra tombale della politica di annessione sia come un primo passo verso ulteriori scenari. Molto dipenderà dall’eventuale adesione di altri paesi, come l’Oman e il Bahrein che sembrano già essersi avviati su una tale strada.

Decisivo, tuttavia, rimane il comportamento dell’Arabia Saudita. È quasi certo che abbia concorso alle negoziazioni. Senza la presenza (e il beneplacito) di un protagonista così importante, ben poco si sarebbe potuto fare. Fermo restando che i rapporti con Washington sono di alleanza. Il regime saudita potrebbe quindi decidere come comportarsi pubblicamente dopo avere osservato le reazioni del resto del mondo arabo e dello stesso Iran, tuttavia ben sapendo che la sua eventuale adesione costituirebbe un fattore decisivo. Riyad deve comunque confrontarsi con la componente più conservatrice della propria società nazionale, diffidente in linea di principio nei confronti d’Israele e comunque propensa a continuare ad intestarsi un ruolo di rappresentanza degli interessi di una parte della comunità palestinese. Allo stesso tempo, i timori contro gli iraniani, che pure esistono, non solo identici a quelli nutriti da Gerusalemme: se nel secondo caso la questione è di ordine esistenziale, nel primo si tratta di un’azione di sistematico contenimento della presenza sciita. In buona sostanza, i sauditi continueranno ad aprire e chiudere il rubinetto delle loro relazioni, ponendosi soprattutto l’obiettivo di contrastare quella parte del radicalismo islamista che identificano come un pericolo per se stessi, in particolare quello della Fratellanza musulmana e del neo-ottomanismo della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Rimane il fatto che l’accordo di definitiva normalizzazione, qualora di ciò dovesse trattarsi, produrrà comunque una pace fredda. Non sono i termini dei singoli conflitti mediorientali ad essere mutati, e neanche i suoi interpreti che – malgrado tutto – possono sopportarsi ma non riusciranno mai a rispettarsi fino in fondo. Ciò che è semmai cambiata è la configurazione regionale dell’insieme dei protagonisti che, tuttavia, sono ancora lontani dal potersi garantire una stabilità consensuale. Gli accordi a venire, infatti, serviranno a costruire sia terreni di condivisione che premesse di alleanza per il contenimento delle minacce che si ripropongono dinanzi ai futuri scenari. Sono quindi un punto di partenza, non di arrivo.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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