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Cultura
“Kalooky Nights” di Howard Jacobson: l’ebraicità come unico punto fermo

Un romanzo-saggio, quasi un conte philosophique sul tema dell’essere fuori luogo, per citare il titolo di uno dei migliori libri sull’essere ebrei, pubblicato da Stefano Levi Della Torre

Che sollievo, che dolore ! Che risate, quante lacrime! È da quando scrivo su JOI a proposito dell’ENE e delle sue avventure che mi dico: «Dovresti scrivere “Il Romanzo dell’ENE».
Bene, quel romanzo c’è già, ed è infinitamente migliore di ogni mio possibile tentativo. L’ho letto RidendoPiangendoPensando, tenendomi la pancia dal ridere, e asciugandomi le lagrime per la commozione. Nella mia copia cartacea del libro ci sono meno pagine intonse di quelle che ho riempito di mie note e sottolineature,  quella su Kindle  poi, non ne parliamo. Non sono nato a Manchester, mia madre non giocava a Kalooky, mio padre non è stato un pugile, il mio miglior amico non ha ucciso i genitori, non ho sposato tre Gentili (una soltanto) – nemmeno voi, credo. Ma tutto me, tutto quel che sono sono stato e sarò, è dentro al cerchio magico e infuocato dell’essere e non essere ebreo, di essere un ENE ( Ebreo Non Ebraico ) che ha dentro un EME (Ebreo Molto Ebraico), e viceversa.
Kalooky Nights, di Howard Jacobson ( Nave di Teseo ) è il racconto in prima persona di un vignettista inglese di incerto successo alle prese con la sua famiglia, il suo quartiere, la sua appartenenza ineludibile. Niente di originale, se non fosse che tutto ruota attorno a un centro immobile come il solo punto fermo di ogni tornado: l’ebraicità.
Max racconta di se con un gran numero di episodi, di personaggi, di storie: un affresco in movimento. La lente è sempre quella comico satirica, perfino quando la materia è tragica. La shoah, nemmeno la shoah è risparmiata, e l’effetto sul lettore è più pervasivo dei libri di storia o dei romanzi che ne hanno descritto i molti orrori. Il sapiente montaggio del romanzo, che alterna quadretti familiari come le straordinarie partite di Kalooky (una specie di ramino) che la madre di Max organizza quasi ogni sera, e le liti con Ike, zio accondiscendente e ribelle al tempo stesso, con le tragicomiche avventure amorose del protagonista, che si innamora solo di ragazze non ebree, preferibilmente con una umlaut nel cognome, è talmente travolgente da superare la resistenza che certe pagine infernali provocano al lettore. Ne esce un romanzo-saggio, quasi un conte philosophique sul tema dell’essere fuori luogo, per citare il titolo di uno dei migliori libri sull’esser ebrei, pubblicato da Stefano Levi Della Torre nel 1995 presso Donzelli. Il tutto però – e qui sta il veleno, cioè l’antidoto – in salsa romanzesca e comica: ridere permette un’assimilazione di storie, dati e personaggi che nessun libro scientifico può permettersi. Ora, voi certo capite che è proprio questo solo apparente ossimoro (ridere del male assoluto) è in realtà un paradosso, cioè la più alta possibilità umana di avvicinarsi alla verità. Si esce dunque da Kalooky Nights commossi e stremati, ma non vinti.
Nella consapevolezza – talvolta ossessiva ma mai ingiustificata – della nostra fragilità e della nostra forza, la nostra indomabile vitalità testimonia rinnovandola ad ogni generazione il desiderio e la speranza del padre di Max: «Quando morirò, mi disse, senza sapere quanto presto sarebbe accaduto, voglio che tu vada incontro alla vita a braccia aperte. Allora saprò di non essermene andato senza un motivo».
Valerio Fiandra
Collaboratore

Valerio Fiandra abita a Trieste ma vive altrove.

Ha sessantacinque anni ma non li dimostra.

È Ebreo, ma non ebraico.


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