Cultura
La fortuna di Shtisel: in attesa della terza stagione

La serie tv possiede tutte le caratteristiche dello show di successo: scrittura impeccabile, intreccio narrativo avvincente e cura per i dettagli

Ormai è una certezza: in Italia è esplosa la Shtisel mania. Da quando la notizia dell’uscita in Israele della sospiratissima terza stagione è circolata sui media, il pubblico italiano delle serie tv è in fibrillazione. Basta farsi un giro sui social per rendersene conto. Non posso aspettare! Li amo! Sono in crisi di astinenza da Shtisel! Questo è il tono generale dei commenti nei quali ci si può imbattere, non soltanto sulla fanpage di Facebook dedicata alla serie (perché sì, esiste anche una fanpage italiana), ma ovunque si sia accennato all’evento, il quale è stato riportato dai maggiori quotidiani nazionali, non da ultimo il cattolico Avvenire. Ovviamente, queste manifestazioni di affetto sono per lo più il preludio all’interrogativo che assilla tutti i fan, nessuno escluso: quando? Quando le nuove puntate saranno visibili anche nel nostro Paese? O, meglio, quando sapremo se Akiva e Libi, che l’ultimo epilogo di stagione ha lasciato seduti l’uno accanto all’altra su una panca dell’Israel Museum, hanno intrecciato i loro travagliati destini sotto la huppah? Domande che, per il momento, non hanno trovato ancora una risposta definitiva.

Personalmente, la simpatia del pubblico italiano (non ebraico) per Shtisel mi rallegra non poco. L’esperienza, infatti, mi ha insegnato che in Italia l’atteggiamento generale verso gli haredim (o ultraortodossi, come di solito sono chiamati nel nostro Paese) non è particolarmente favorevole, almeno a livello generico. Quelli con i riccioli, quelli con le palandrane, quelli che ti sputano addosso se quando passi per i loro quartieri non sei vestito come vogliono: negli anni ho sentito più volte usare definizioni analoghe, spesso accompagnate da sorrisetti sprezzanti, di superiorità. Ho sempre pensato che, per quanto riguarda i cristiano-cattolici, ciò derivasse da una sovrapposizione tra gli haredim e la rappresentazione evangelica dei farisei, simbolo di un legalismo cieco, in netto contrasto con il messaggio amorevole “dell’eretico” Gesù. Ben venga, dunque, qualunque prodotto culturale capace di abbattere i pregiudizi e, soprattutto, di smontare un pezzo dopo l’altro una visione distorta e monolitica della realtà. Se poi esso si rivela di qualità eccellente, come Shtisel, ancora meglio.

A dire il vero, Shtisel non è stata la prima serie israeliana a muoversi in questa direzione. L’hanno preceduta nel 2007 Merchak Negi῾aa (A Touch Away), delicata mini-serie il cui fulcro è costituito dalla relazione tra una giovane religiosa e un immigrato russo, e, tra il 2008 e il 2012, Srugim, che racconta le vite di un gruppo di trentenni di Gerusalemme, membri di un gruppo sionista religioso. Anche il cinema ha mostrato la stessa attitudine, ad esempio in Ushpizin (2004), una graziosa fiaba di Sukkot che catapulta lo spettatore in una dimensione da racconto hassidico, e ne La sposa promessa (2012), splendida opera prima della regista religiosa Rama Burshtein. Esaminando quindi un più vasto orizzonte, Shtisel si presenta come l’ultimo felicissimo esempio del desiderio crescente nella cultura israeliana di superare la rappresentazione stereotipata degli haredim, la quale aveva dominato, invece, i decenni precedenti. Fino all’inizio degli anni Duemila, infatti, a narrare dei religiosi sono stati quasi unicamente artisti laici o persone che avevano abbandonato la comunità, entrambi con uno sguardo ferocemente critico. Magari qualcuno ricorderà Kadosh, film di Amos Gitai, uscito nel 1999, una pellicola talmente dura e violenta nella sua rappresentazione del mondo religioso da spingere un giornalista italiano a salutarne la proiezione al festival di Venezia con il titolo “i talebani d’Israele”.

Oppure, in letteratura, il romanzo Lo strappo, di Judith Rotem, pubblicato in traduzione italiana nel 2000, simile per certi versi all’acclamato Unorthodox. The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots di Deborah Feldman, da cui Netflix ha tratto la serie omonima. Visto che abbiamo citato Unorthodox, il paragone tra le due opere è inevitabile, non foss’altro per il fatto che è la stessa piattaforma d’intrattenimento ad accostarle nelle proposte agli utenti. Tuttavia, è evidente che, per quanto meritevole di essere visto, rispetto a Shtisel Unhortodox non offre particolari sorprese, perlomeno a chi già conosce l’argomento. Imperdibile, però, l’interpretazione di Shira Haas (Ruchami in Shtisel), la quale, a soli venticinque anni, è capace di un’intensità rara e travolgente. Al di là di queste riflessioni, Shtisel possiede tutte le caratteristiche dello show di successo: scrittura impeccabile, intreccio narrativo avvincente, cura per il dettaglio, tanto nella rappresentazione di un ambito socio-culturale molto preciso, quanto nella minuziosa descrizione delle più complesse sfaccettature dei personaggi. Sono proprio questi ultimi ‒ insieme all’incredibile team di attori che li interpretano ‒ la maggiore ricchezza del programma. Shulem, Akiva, Ghiti, Ruchami, persino il goffo e bistrattato Zvi Arye, ognuno di essi costituisce un universo straordinario di passioni, tormenti, amori e piccole e grandi frustrazioni quotidiane, con i quali è facile, addirittura istintivo, identificarsi. Anche se il contesto religioso tinge i conflitti vissuti dai personaggi di un’assolutezza ancora più carica di significato. Anche se la comunità religiosa cui tutti appartengono è rigidamente normata e per questo ci appare lontano anni luce dalla nostra.

Ma è realmente così? Quando consideriamo le esistenze dei singoli individui, il divario è davvero così ampio? Se ai precetti halakhici sostituiamo altre leggi cui, in un modo o nell’altro, tutti siamo costretti a rispondere ‒ consuetudini, convenzioni, obblighi familiari, condizionamenti sociali ‒ gli esiti sono veramente tanto differenti? In altre parole, ciò che gli autori di Shtisel, Ori Elon e Yehonatan Indursky, hanno saputo fare, è mostrarci le sfumature di questo ambiente, aprendo una breccia nel muro di diffidenza ‒ o addirittura di ostilità ‒ tra la società haredi e il resto d’Israele, e, perché no, del mondo. Un muro spesso eretto dai membri stessi della comunità, ma di certo reso non meno invalicabile da chi si trova dall’altra parte. Tornando alla terza stagione, il trailer, diffuso nella versione inglese già nel mese di settembre, promette molto bene. Se la generazione dei bisnonni ‒ come dimenticare la straordinaria Malka, appassionata spettatrice di Beautiful ‒ è ormai tramontata, sono i nipoti e la loro prole a dominare le vicende. Alcune cose, però, sembrano non essere cambiate: la ricerca della felicità e della realizzazione personale, perseguite instancabilmente a ogni età, la tensione, talvolta drammatica, tra i desideri più intimi dell’individuo e i doveri imposti dalla fede e dalla famiglia. E non è forse di questo che noi shtiseliani d’Italia ci siamo innamorati?

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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