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La logica dell’invisibile: come funziona e che ruolo ha lo Shin Bet

Oggi un agente dello Shin Bet che raggiunge un elevato grado di servizio, è considerato un buon candidato per le migliori posizioni nel governo israeliano così come nella comunità imprenditoriale

Già si è avuto modo di affermare che non si può raccontare la storia della Comunità dei servizi di Intelligence israeliani separandola da quella del Paese di cui sono espressione. Non sono organismi unitari poiché la decisione politica che fu assunta, già dai tempi dell’Yishuv, ossia quella di definire un quadro articolato di agenzie (all’epoca molto artigianali), quindi tra di loro separate, rispondeva ad un principio cardine delle democrazie: non generare un potenziale centro unitario di potere, basato sulla raccolta e il trattamento di informazioni in separatezza. Tali organismi, peraltro, non c’è bisogno che siano esclusivamente “segreti”; un servizio di intelligenza – nel passato come nel presente – non ha il suo punto di forza sul solo accesso alla riservatezza di certi dati ma, piuttosto, sulla capacità, in sé strategica, di rielaborarli, interpolarli, connetterli, ovvero di dare un senso compiuto ad essi.

Il modello rimane, a modo suo, quello dei “cervelloni” inglesi delle università della prima metà del Novecento, intenti a ragionare sequenzialmente sul significato di dati altrimenti incomprensibili nonché animati da un’inesauribile curiosità intellettuale; nessun servizio segreto, peraltro, può basarsi solo sulla dilacerante cultura del sospetto, sullo spiare tutto e tutti: basti pensare, in merito, alla fine ingloriosa della Stasi durante il declino della Repubblica democratica di Germania, tra il 1989 e il 1991, quando alla caduta di un regime politico fondato sulla diffidenza sistematica, seguì a ruota la consunzione del suo maggiore strumento di inibizione, censura e persecuzione.

Nell’ottica di mantenere ed alimentare un difficile equilibrio, che contemperasse istituti democratici e attività di Intelligence, era quindi necessario che il gioco tra soggetti diversi, incaricati dello stesso fine, si sviluppasse in una calcolata logica di cooperazione competitiva.  Invece che abbandonarsi alla visione, molto filmica, di organismi compatti, unitari, omogenei, muscolari – di per sé una potenziale minaccia per le democrazie, almeno in prospettiva, poiché propensi a derogare dai limiti non solo delle leggi (spesso comunque assai insufficienti) ma anche dell’equilibrio dei poteri – è semmai fondamentale ragionare invece sulla complessa articolazione delle funzioni e dei compiti specialistici, così come sulla vocazione (intrinseca a qualsiasi amministrazione) nel porsi in competizione con organismi omologhi.
Storicamente, dopo la nascita dello Stato d’Israele nel 1948, sono seguiti diverse epoche nella storia dei servizi d’Intelligence. Dall’Indipendenza in poi, Gerusalemme ha d’altro canto cercato di giocare sempre a suo favore le molte divisioni tra le controparti arabe, giovandosi anche della collaborazione diretta della minoranza drusa, attivamente presente nella polizia di frontiera ma anche nelle attività di Intelligence.

Gli anni compresi tra la fine della Guerra di Suez e quelli della Guerra dei sei giorni (1957-1967) sono stati caratterizzati dal fenomeno del terrorismo arabo e dalla risposta della Security israeliana, in una «guerra di attrito» e di sfiancamento dai confini egiziano e giordano, tra attacchi e rappresaglie compiute perlopiù da unità di infiltrati. All’epoca, l’Egitto era il principale avversario di Israele e l’attività di informazione sulla leadership di Gamal Abd el-Nasser aveva la priorità su molti altri ordini di considerazioni. Di lui si temevano le capacità di leadership mediorientale. Mentre veniva adottata la “pratica dell’inganno”, ossia il confondere i nemici facendo circolare voci inattendibili all’interno dei loro paesi, con la creazione di false notizie e la loro diffusione tra l’opinione pubblica locale, il contributo degli immigrati dai paesi dell’Est nella conoscenza delle dinamiche del potere sovietico e della sua azione nel Mediterraneo andava assumendo una crescente importanza. Si inserivano anche in questo contesto i conflitti con il Kgb e le relazioni con la Cia, mai però del tutto lineari nell’uno come nell’altro caso.

In un simile contesto rientrava anche la questione dell’uso politico dell’intelligence: il «Mapai» (laburisti), partito di governo in posizione dominante, in più di una occasione agevolò l’azione dei Servizi contro l’«Herut» (destra), il «Mapam» (sinistra sionista) e il «Maki» (comunisti). Anche in un tale quadro, emergeva la figura di Uri Avneri, direttore del settimanale «Ha’Olam HaZeh» («Questo mondo», inteso come isnieme di fatti reali e non immaginari), avversario della «organizzazione occulta» (così come definiva i Servizi di sicurezza) e fustigatore del «Deep State», il mondo parallelo, fatto di spie e dossier, attribuito alla condotta egemonica di David Ben Gurion e della leadership laburista. La caccia ai nazisti, da parte dei «Nokmim» (i «vendicatori») di Israel Carmi, eredità della fine della guerra, si tradusse poa sua volta i nel lavoro sistematico di ricerca e cattura, di cui la vicenda Eichmann, con la sua eco internazionale, ne divenne il culmine, insieme all’«operazione Damocle» contro gli scienziati nazisti riparati nei paesi arabi.

L’evoluzione dei rapporti tra l’Intelligence israeliana con quella francese (durante e dopo la guerra in Algeria) e quella americana (nella cornice del confronto con l’Urss) sotto l’egida della Guerra fredda, portò quindi alla formulazione e alla traduzione in prassi della «dottrina periferica» (il mantenere ed alimentare rapporti con nazioni ufficialmente avversarie o formalmente estranee allo Stato ebraico ma disponibili a forme indirette di interlocuzione, come nel caso emblematico della Romania). In questo quadro, l’appoggio ai curdi in funzione anti-irachena, essendo Bagdad l’unica nazione araba che non avesse firmato gli accordi armistiziali del 1949, gli scambi con l’Iran dello Scià, con l’Etiopia e il Sudan e la Turchia, ne furono il completamento.

Tra il 1967 e il 1973 la radicale trasformazione del quadro regionale, a seguito della vittoria nella Guerra dei Sei giorni (1967) e poi, alcuni anni dopo, nel difficile conflitto dello Yom Kippur (1973), comportò il reclutamento nei servizi di Intelligence degli “ex nemici” della destra sionista di radice revisionista, fino ad allora esclusivi in quanto considerati poco o nulla leali alle istituzioni nazionali (di segno laburista). Con la Guerra dei sei giorni l’impostazione complessiva dell’azione dell’Intelligence israeliana di quegli anni andò definendosi sulla base di tre parametri: l’«Humint-Human Intelligence», ossia lo spionaggio nei riguardi del comportamento dei singoli individui; il «Sigint-Signal Intelligence», basato sulla raccolta di informazioni mediante l’intercettazione e l’analisi di segnali, sia emessi tra persone (ad esempio le comunicazioni radio) sia tra macchine; il «Photint-Photographic Intelligence», lo spionaggio fotografico.

La fine del rapporto preferenziale tra francesi e israeliani sulla compravendita dei sistemi d’arma e il rafforzamento di rapporti con gli americani si accompagnò alla “nascita” della questione palestinese, destinata a diventare il dossier più importante: l’amministrazione dei territori conquistati militarmente con la guerra del 1967 e l’affermarsi dell’Olp come immediato antagonista, chiamarono ben presto in causa nuove figure e diverse situazioni rispetto al passato anche recente. Andò configurandosi la figura del «mehabel», il «terrorista/sabotatore», con la difficile divisione dei compiti tra Aman e Shin Bet nella repressione delle sue attività diffuse. Al-Fatah di Yasser Arafat era oramai divenuto il pericolo principale sia per Israele che per la Giordania (con la conseguente collaborazione segreta tra Amman e Gerusalemme). Governare le terre palestinesi, acquisite con la Guerra dei sei giorni, a fronte del montare dell’azione di “guerriglia popolare”, sul modello delle lotte di liberazione anticolonialiste, segnò anche il definitivo emergere dei vecchi/nuovi «fedayin» palestinesi, popolari anche sul piano dell’immaginario collettivo, e la risposta dell’intelligence con lo sviluppo delle attività dello Shin Bet.

Si intrecciarono allora due lotte con diversi risultati: da un lato il tradizionale contrasto del terrorismo e dall’altro la difficile gestione delle sollevazioni popolari nei territori amministrati. I riflessi della vicenda di Settembre nero (1970-1971) e la gestione della sicurezza nella Striscia di Gaza, insieme al dirottamento di un aereo civile israeliano della El Al (22 luglio 1968) e la successiva distruzione degli aerei civili libanesi nell’aeroporto di Beirut, portarono quindi all’adozione della dottrina militare dell’«autodifesa attiva» (bombardamenti di artiglieria, incursioni aeree e attacchi terrestri contro gli insediamenti dell’Olp). Le tensioni con il Libano meridionale (inteso come «Fatahland», in quanto nuova base delle organizzazioni palestinesi), l’intensificazione delle operazioni all’estero da parte del Mossad, la strage degli atleti israeliani a Monaco di Baviera del settembre 1972 e la successiva risposta con l’operazione «Ira di Dio», insieme al «Mehdal», l’«errore» di valutazione che portò alla Guerra di Yom Kippur, dal punto di vista dell’Intelligence rivelarono infine incomprensioni, valutazioni fallaci, inganni, errati presupposti, investimenti di energie e risorse del tutto sbagliati.

La Commissione d’inchiesta Agranat, istituita a seguito delle vicende del 1973, avrebbe infine portato ad una severa epurazione interna ai Servizi segreti. Una stagione successiva fu quella dettata dagli ulteriori mutamenti interni, tra i governi di destra e le operazioni militari in Libano (1977-1985). Nel mentre si colloca la  vicenda di Entebbe (1976), quando con un’ardita operazione militare i passeggeri di un volo dell’Air France – partito da Tel Aviv e poco dopo dirottato – tenuti in ostaggio da terroristi del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e del gruppo tedesco Revolutionäre Zellen («Cellule rivoluzionarie»), furono liberati grazie all’azione congiunta dell’Intelligence e dell’esercito. L’ascesa al potere del Likud, la destra nazionalista, quando i “terroristi” ebrei del vecchio «Herut», capitanati da Menachem Begin, presero il potere scalzando l’egemonia della sinistra, segnò un ulteriore tornante. I cambiamenti nel territori palestinesi e l’avvio della politica di costruzione degli insediamenti ebraici, con i riflessi di lungo periodo che iniziarono a produrre sulla questione della sicurezza nazionale israeliana, la nascita di movimenti estremisti ebraici in Cisgiordania – a partire dal «Gush Emunim» fino al partito razzista «Kach» di Meir Kahane (poi «Kahane Chai») – e le prime indagini dell’Intelligence in campo ebraico, con la conseguente repressione da parte dello Shin Bet, si accompagnarono sia alla pace con l’Egitto che al mancato ruolo dei servizi di informazione nell’effettiva comprensione dei reali passaggi che portarono alla caduta dell’alleato iraniano e all’ascesa del khomeinismo, con il progressivo affermarsi di un nuovo protagonista nella scena internazionale, ossia il fondamentalismo islamista.

Le diverse fasi del coinvolgimento israeliano in Libano, tra il 1978 e il 1985, tra l’«operazione Litani», i rapporti con i cristiano-maroniti e la milizia falangista delle Tigri cristiane (attraverso l’applicazione al Libano della «dottrina di periferia»), lo sfaldamento della società civile locale, la contrapposizione alla presenza dei siriani, il sostegno militare israeliano al «Kataeb» (le milizie cristiano-maroniste) e l’«operazione Pace in Galilea» (1982), nonché l’insediamento di «Hezbollah» e l’avvio del terrorismo sciita contro Israele con l’uso degli agenti dello Shin Bet nelle operazioni di controguerriglia e la questione degli ostaggi occidentali tenuti prigionieri in Libano, al pari del bombardamento della centrale nucleare di Osirak, a nord di Baghdad (1981), dopo l’avvio del programma nucleare iracheno alla fine degli anni Settanta, sono eventi coevi alle trasformazioni dentro l’Olp di fronte all’accordo di pace israelo-egiziano e alla lotta tra gruppi palestinesi contrapposti.

Lo scenario muta ancora con il definitivo logoramento nel rapporto con le comunità palestinesi dei territori della Cisgiordania e di Gaza (1985-1992). È in questo contesto che si apre in Israele un primo dibattito nazionale,  quando si inizia a parlare di «doppio standard» nei confronti degli arabi palestinesi, rispetto ai cittadini israeliani, fino alla questione aperta della liceità del ricorso alla violenza sistematica e deliberata nel nome della lotta contro il terrorismo. Rientrano in questa discussione il caso dell’autobus 300 (1984), con il conflitto ai vertici dei servizi di sicurezza e il dibattito pubblico sulla morte di due dirottatori di autobus; la questione del rapporto tra liceità nel ricorso alla forza e riservatezza riguardo all’operato degli agenti dei servizi; l’area grigia (la «zona del crepuscolo») che viene denunciata come linea di separazione tra leggi dello Stato e sicurezza nazionale; il conseguente dimissionamento del capo dello Shin Bet Avraham Shalom; il ruolo della Corte suprema israeliana nella tutela dei diritti fondamentali; l’operato della Commissione Landau (1987) e il severo giudizio sull’azione complessiva dei servizi negli ultimi due decenni; il caso della spia americana Jonathan Pollard (1985); le dure frizioni tra Gerusalemme e Washington e il ruolo di Rafael Eitan nel «Lakam – Lishka LeKishrei Mad’a», l’«Ufficio di collegamento scientifico», in competizione con il Mossad; la vicenda dell’Irangate e il coinvolgimento israeliano; il caso Hindawi (1986) e la questione della sicurezza delle aviolinee civili; i casi Klingberg (1983) e Vanunu (1986), quest’ultimo relativo alla contesa sul potenziale nucleare israeliano nel sito di Dimona e la polemica sulla sicurezza e la riservatezza delle informazioni in materia di energia atomica; l’«operazione Mosè» – l’immigrazione degli ebrei etiopi, i Falasha – e il suo completamento con l’«operazione Salomone»; la più generale guerra di frizioni contro l’Olp, dalla strage di Larnaca (1985), l’incursione contro il comando generale di Tunisi (1985), il sequestro dell’Achille Lauro (1985), il massacro di Kiryat Shmona (1987), l’attentato di Limassol (1988) fino all’eliminazione di Abu Jihad a Tunisi (1988). Sono anche gli anni della prima Intifada (1987-1993) con l’azione dell’Intelligence israeliana in Cisgiordania e a Gaza contro l’Unlu, l’United National Leadership of Uprising.

Tutto questo si chiude, per così dire, a partire dagli anni Novanta, con la lunga e sofferta stagione negoziale, gli accordi di Oslo I e Oslo II e poi il suo lungo declino, che arriva fino ai giorni nostri, insieme alla crescita del fenomeno degli insediamenti ebraici in Cisgiordania durante gli anni Ottanta e Novanta, l’evoluzione del radicalismo ebraico nei Territori fino all’assassino del premier Yitzhak Rabin (1995), le due guerre del Golfo, l’esplosione del terrorismo internazionale di matrice islamista, la nuova Intifada «dei coltelli e dei proiettili» (2000-2005), il confronto con Hamas, Hezbollah, Jihad islamico, la figura inquietante dell’Iran. Il nuovo Medio Oriente dopo la caduta del bipolarismo e la riconfigurazione degli attori regionali è il punto di arrivo delle riflessioni storiche ma anche quello di partenza rispetto agli scenari a venire.

In questo quadro complessivo si inserisce la terza agenzia nazionale di informazione, lo Shabak, meglio conosciuto come Shin Bet (abbreviazione di «Servizio di sicurezza»). L’evoluzione della struttura l’ha portato a lavorare su tre piani intrecciati. Il primo è il «dipartimento arabo», impegnato nell’antiterrorismo e il controspionaggio sia interno al Paese che nei territori della West Bank come di Gaza. Il secondo è il «dipartimento interno e per gli stranieri», che si occupa dell’Intelligence nei confronti sia degli israeliani che di quanti si trovano a risiede sul territorio nazionale; parte di questa sezione, è la componente che lavora per tenere sotto controllo i segmenti più radicali del variegato universo della politica israeliana, laddove le loro posizione estreme possano congiurare nel mettere in discussione l’ordinamento istituzionale del Paese. Al riguardo, una particolare attenzione è da tempo dedicata ad alcuni esponenti più accesi del movimento degli insediamenti cisgiordani. Il terzo segmento è quello che si dedica alla protezione di uomini e sedi istituzionali, di beni comuni, infrastrutture e di ambiti a forte presenza pubblica, nonché di interessi collettivi e di tutti i potenziali obiettivi del terrorismo.

A queste sezioni di Intelligence si affianca l’unità operativa, «Yamas -Yehidat HaMista’arvim», inserita nell’organico della polizia di frontiera (che ha una lunga tradizione operativa, dal 1949) ma sottoposta alla direzione dello stesso Shin Bet. In genere l’unità opera sotto copertura, senza fare ricorso a divise e distintivi, confondendosi con la popolazione.
Nel suo insieme, lo Shabak risponde del suo operato, attraverso il suo direttore, al primo ministro, in quanto è di competenza di quest’ultimo la valutazione politica delle sue attività, anche se in origine, nel 1948, era il ministero della Difesa ad avere la giurisdizione su di esso. Dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, il monitoraggio dell’attività palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza diventò una parte importante della missione dello Shabak. Nel periodo 1984-1986, l’agenzia subì una grave crisi in seguito all’«affare Kav 300», che abbiamo già richiamato, quando quattro dirottatori palestinesi, dopo avere sequestrato un autobus civile, vennero uccisi. La morte di due di essi, successivamente all’essere stati presi in custodia dai funzionari dell’Agenzia, causò una grave crisi ai vertici, accusati di avere avallato un omicidio a sangue freddo. Nel 1987, con l’inizio dell’Intifadah palestinese, la Commissione Landau, istituita per indagare sui metodi operativi dello Shin Bet, criticò severamente i suoi indirizzi operativi, indicando inoltre le linee guida per regolare quali forme di pressione fisica potessero essere usate sui prigionieri, da allora in poi, dopo che si erano ripetute le accuse di avere fatto deliberato ricorso alla tortura.

Successivamente, il rapporto redatto da Mirian Ben-Porat (del 1995, reso poi pubblico successivamente), l’allora Controllore dello Stato di Israele, figura istituzionale indipendente che vaglia le politiche e le scelte operative del governo dello Stato di Israele, ha ancora denunciato il ricorso a violenze contro alcuni detenuti. Peraltro nel 1995 lo Shin Bet non riuscì a proteggere il primo ministro Yitzhak Rabin, assassinato dall’estremista di destra Yigal Amir, benché si conoscesse da tempo la pericolosità di quest’ultimo.

L’Agenzia, dopo un periodo di ulteriori difficoltà e l’appannamento della sua immagine pubblica, recuperò quota nel 2000, quando dopo l’inizio della seconda Intifadah, caratterizzata da una forte ondata di violenze, si trasformò in un soggetto attivo nelle operazioni antiterroristiche. Dal 2002 lo Shin Bet ha comunque subito una serie di limitazioni nella sua autonomia, ricadendo sotto il controllo del Comitato per gli affari esteri e la sicurezza del parlamento israeliano. Le guidelines relative al mantenimento di pratiche di indagine antiterroristiche non in conflitto con i principi di legalità vigenti in Israele sono invece di competenza del Comitato parlamentare per gli affari della giustizia. Anche a seguito di ciò, il consulente legale del governo ha assunto l’incarico di vagliare e dare una prima approvazione di massima sulle attività del Servizio mentre il Gabinetto politico di sicurezza del consiglio dei ministri riceve i rapporti direttamente dal direttore dello Shin Bet. Ogni detenuto ha infine ottenuto il diritto a presentare reclami sul trattamento ricevuto.
Tuttavia, proprio perché allo Shabak sono affidate non solo le indagini ma anche diversi aspetti della detenzione e del trattamento dei prigionieri sospettati di atti di terrorismo, nel corso del tempo si sono ripetute le accuse, formulate soprattutto da organismi non governativi come B’Tselem e Amnesty International, di continuare a fare ricorso non solo a mezzi di pressione psicologica bensì anche fisica, fino alla coazione brutale. Peraltro l’Agenzia di Intelligence ha collaborato con l’aeronautica militare israeliana nella pratica delle «eliminazioni mirate», ossia l’uccisione di esponenti, capi delle milizie, comandanti militari delle fazioni armate palestinesi, in particolare di appartenenti ad Hamas, al Jihad islamico, alle Brigate dei martiri di Al-Aqsa e del Fatah.

Detto questo, rimane il fatto che un tempo il servizio d’Intelligence era considerato un vincolo all’anonimato permanente, se non persino all’invisibilità, nella società israeliana. Oggi un agente Shabak che raggiunga un elevato grado di servizio, è considerato un buon candidato per le migliori posizioni nel governo israeliano così come nella comunità imprenditoriale. Questo processo segue una tendenza già iniziata da molti ex generali delle forze di difesa israeliane, a partire dai pionieri come Moshe Dayan, Ariel Sharon e Yitzhak Rabin. Nello Shabak e nel servizio di intelligence del Mossad, la tendenza si è manifestata molto più tardi (soprattutto dalla metà degli anni Novanta), anche se Isser Harel (che era stato a capo di entrambi i servizi ) e Meir Amit del Mossad, dopo la conclusione dei loro mandati avevano poi entrambi rivestito cariche politiche.

Negli anni a noi più prossimi gli ex operatori e dirigenti dello Shin Bet sono divenuti sempre più presenti nei ruoli e tra le cariche pubbliche. Yaakov Peri (responsabile del servizio tra il 1988 e il 1994) è diventato il presidente di Bank HaMizrahi nel 2002, poi membro della Knesset e infine, tra 2013 e il 2014, ministro della Scienza, della tecnologia e dello spazio, oltre ad essere anche un ospite molto richiesto nei programmi televisivi. Carmi Gillon (direttore tra il 1995 e il 1996) è stato presidente del Consiglio comunale di Mevaseret Sion, un sobborgo (con lo status amministrativo di consiglio locale) di Gerusalemme, oltre ad occupare molte altre cariche pubbliche (ambasciatore, direttore dell’Avner Insurance Company, direttore generale del Centro Peres per la pace), mentre Avi Dichter (direttore dal 2000) e Ami Ayalon (direttore negli anni tra il 1995 e il 2000) sono stati contemporaneamente candidati alla carica di ministro della Difesa (Dichter per il partito Kadima del primo ministro Ariel Sharon, Ayalon nel partito laburista). Dichter è poi divenuto Ministro della sicurezza interna nel governo guidato da Ehud Olmert, rivestendo inoltre altri incarichi ministeriali. Ayalon ha invece raccolto un ampio seguito come promotore, insieme all’esponente palestinese Sari Nusseibeh, dell’iniziativa non governativa della «La voce del popolo», volta a presentare una petizione ai governi di Israele e dell’Autorità palestinese per una soluzione permanente del conflitto tra le due comunità. In questi ultimi anni lo Shin Bet ha avviato attività pubbliche di reclutamento, rivolte soprattutto a personale civile specializzato nel campo dell’ingegneria informatica, della programmazione elettronica, della cyberwar. Più in generale, la politica di comunicazione pubblica, oltre a rispondere all’esigenza di trovare del personale non più proveniente dall’esercito, è volta sia all’esigenza di emancipare la vecchia immagine dell’Agenzia dalle incrostazioni relative ad un alone di violenza che l’avevano accompagnata nei decenni trascorsi sia alla consapevolezza che la “merce informazione” sia oramai un elemento economico, oltre che di sicurezza, tale da implicare inedite contaminazioni tra settori un tempo, invece, completamente separati. Nel 2012, sei ex capi dello Shabak (Shalom, Peri, Gillon, Ayalon, Dichter e Diskin) hanno recitato in un film documentario, «The Gatekeepers», discutendo pubblicamente i principali aspetti delle loro attività. Che continuerà, se ne può stare certi, con nuovi “attori” e diverse “partiture”.

I tre articoli pubblicati in successione sono parte di un volume, in via di redazione, la cui uscita sul mercato italiano è prevista entro sei mesi, sulla storia e lo sviluppo della Comunità dell’Intelligence israeliana

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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