L'agenda di Joi
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La Mishnà, primo documento e cuore del giudaismo rabbinico

Se la vita ebraica è racchiusa in un testo poetico-letterario

L’enorme importanza degli studi talmudici per il giudaismo ortodosso (modern orthodox, charedi, chassidico…) e la più moderna ri-scoperta del Miqrà, tecnicamente del Tanakh, come testo fondante e caratterizzante la tradizione ebraica hanno spesso fatto dimenticare la centralità nonché la peculiarità letteraria e religiosa di quel primo codice halakhico che è la Mishnà. O meglio: più che dimenticata, essa è presa per scontata, dato che nelle sessantatre massèkhtot (trattati) dei sei ordini (sedarim) che la compongono si raccolgono per temi e dettagliati i tradizionali 613 precetti (mitzwot) della Torà scritta, il Miqrà appunto, da un lato, e dall’altro questi trattati vengono a loro volta discussi e ragionati dai maestri successivi, gli amoraim, in quella specie di commentari alla Mishnà che sono i due talmudim: il Talmud Yerushalmì, di Gerusalemme, e il Talmud Bavli, di Bavel/Babilonia. In quanto Torà orale, la Mishnà sistematizza le norme bibliche e le decisioni halakhiche fissate dalle prime generazioni di rabbini chiamati tannaim (stessa radice di Mishnà, che significa ‘ripetere’, ripetizione); costituisce per ciò l’anello di congiunzione tra il mondo ebraico antico e il giudaismo rabbinico. Anzi, può ben dirsi il cuore del giudaismo post-biblico che, superato lo scisma dei caraiti (che non riconoscevano la Torà orale come rivelata e dunque vincolante), giunge fino all’ebraicità moderna. Anche gli ebrei reform e conservative, seppure in termini ermeneutici non ortodossi e più accademici, ne riconoscono l’autorevolezza ortopratica e il ruolo imprescindibile per la sovravvivenza storica del popolo ebraico.

Come primo documento rabbinico – organico, originale, integralmente tramandato da diciotto secoli circa (e sulla sua integrità i ‘testimoni’ testuali concordano) – la Mishnà merita e dovrebbe ricevere un’attenzione per se stessa, e non solo per i due poli che congiunge, il Tanakh e il Talmud; può e andrebbe anche studiata in quanto tale. Piace pensare che questa sia stata l’intenzione che già molti anni fa mosse l’ARI, l’Assemblea dei Rabbini Italiani, a intraprendere un progetto di traduzione e annotazione in italiano dei trattati mishnici, dei quali sono stati a oggi pubblicati 18 volumetti (editi congiuntamente dai piccoli editori Lamed, Lulav e Morashà), un progetto che intende continuare, come confermato dal coordinatore rav Gianfranco Di Segni. La possibilità di accostarsi direttamente, in italiano, a questo codice – pur nelle intuibili difficoltà critico-esegetiche – era già stata offerta all’inizio del Novecento da Vittorio Castiglioni, studioso triestino approdato a Roma come rabbino capo nel 1905, e completata dopo la sua scomparsa nel 1911 (riedita nel ’33 con l’ebraico a fronte). Non esistendo ancora una vera e propria edizione critica di questo complesso codice, il testo in ebraico annotato più autorevole resta quello di Channok Albeq (1890-1972), Shishà sidrè Mishnà, apparso a Tel Aviv verso la fine degli anni Cinquanta. In inglese sono assai valide la storica traduzione dell’ebraista anglicano Herbert Danby (1859-1953) apparsa a Londra nel 1933 e quella del 1989 del rabbino poligrafo americano Jacob Neusner (1932-2016).

Proprio Neusner ha il merito di aver tentato un approccio nuovo alla Mishnà, enfatizzando non tanto i contenuti quanto la forma e lo stile, ovvero la dimensione linguistica: il come un documento è scritto non è, a suo dire, meno importante di ciò che intende dire, e addirittura lo condiziona. Da qui l’enfasi sullo studio dei patterns, degli stilemi e schemi che si ripetono, delle sue formule introduttive, dell’uso dei tempi, della sintassi e di tutti quegli accorgimenti formali che lo rendono letterariamente un corpus compatto. Rav Adin Steinsaltz è del medesimo parere: la lingua della Mishnà “è un ebraico chiaro e preciso, caratterizzato da una specifica terminologia giuridico-halakhica e da grande concisione, una lingua che si differenzia dall’ebraico biblico per stile, vocabolario e sintassi, e influenzata molto limitatamente dall’aramaico e forse una lingua anche parlata e non solo letteraria”.

Come noto, la stesura o redazione finale di questo corpus venne ‘attribuita’ al leader del giudaismo in eretz Israel della fine del II secolo e.v. ossia Judà haNassi, almeno in quanto promotore della salvazione della Torà orale, che fu messa per iscritto – si dice – perché non venisse dimenticata. Si dice, perché il giudaismo ritrovò presto, dopo la débâcle della seconda rivolta contro Roma (132-135), un suo nuovo centro in Galilea, dove si era trasferito il sinedrio e dove iniziò il ‘commento gerosolimitano’ alla Mishnà, in aramaico… Dunque, difficile pensare che la Torà orale potesse essere dimenticata. Comunque sia, secondo Neusner essa si forgiò come documento sulla base di un efficace processo di memorizzazione basato sulla sua ripetizione orale (da quil il nome) all’interno delle diverse scuole/accademie farisaico-rabbiniche, tra le quali si distingueva certamente quella di rabbi ‘Aqivà, al cui nome era ascritto un precedente corpus halakhico, antesignano della stessa Mishnà. Questo sforzo mnemonico doveva essere facilitato dalla qualità linguistica: più era schematica e facile – addirittura più ‘poetica’ – e più era memorizzabile.

Il nucleo della Mishnà (sebbene non tutta) costituisce un’opera poetica. Ciò che la rende tale è la sua severa aderenza a un tanto stupefacente quanto semplice ripetersi di stilemi linguistici capaci di esprimere una grande varietà di idee, facendo al contempo ricorso a un pur limitato repertorio sintattico al fine di veicolare le proprie più profonde convinzioni

sostiene Jacob Neusner. Questi sorprese gli studiosi specialistici quando nel 1991 pubblicò un testo dal titolo Judaism as Philosophy: The Method and the Message of the Mishnah, più volte ristampato, dove difende la tesi che il pensiero ebraico si sia espresso al meglio proprio in tale documento halakhico, cosa lontana dall’immaginario comune che tende associare la creatività filosofica all’aggadà più che all’halakhà (la tesi, da non snobbare, va messa nel contesto dei 43 volumi di storia della giurisprudenza mishnica che Neusner ha pubblicato tra il 1974 e il 1982 con la Brown University, una delle più prestigiose case editrici accademiche statunitensi).

Dopo tutte queste premesse, di cosa si occupa la Mishnà? Di tutto, di tutto ciò che ha a che fare con la vita ebraica naturalmente, come fa il Talmud, che ne è un fedele commento vòlto a riaprire le questioni e a rifrangerne (verbo caro a Abraham Joshua Heschel) le interpretazioni. Anche quelle questioni che, nei decenni in cui la Mishnà veniva codificata, non erano più ‘attuali’ ossia non più praticabili, come i trattati del V ordine sul Tempio, i sacrifici, i riti sacerdotali, oppure sui sistemi di purificazione di persone e cose, esposti nel VI ordine. Essa contiene la normativa economica sulla produzione agricola; sulla scansione e l’osservanza delle feste, ossia lo shabbat e i mo‘adim; sui rapporti tra donne e uomini (matrimoni, doti, dovorzi, e materie affini); su contratti commerciali e danni, processi penali e risarcimenti, ecc. La vita, insomma, nelle infinite sue sfaccettature ma sempre come dipanarsi di un’identità ebraica forte, religiosa e politica, consolidata negli oltre cinque secoli che chiamiamo del ‘secondo Tempio’ e radicata nelle memorie ancestrali e mitiche raccolte nel Tanakh stesso. I due talmudim faranno da cassa di risonanza a quelle norme, che sono state da allora studiate e lo sono in modo sorprendente ancor oggi (che le norme si possano applicare oppure no). In altre parole, è grazie ai rabbanim della Mishnà – e dei commentatori e interpreti della Mishnà – che il giudaismo è divenuto una tradizione vivente. Il suo grado di santità è infatti, dice rav Steinsaltz, secondo soltanto alla Torà stessa. C’è sta stuprisi che sia stata ‘blindata’, come Torà orale, attraverso il dogma per cui anch’essa fu data da Qadosh Barukh Hu a Moshè rabbenu sul Monte Sinài insiene alla Torà scritta?

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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