Cultura
La politica del presente, o della politica israeliana

Il nuovo governo e la Corte Suprema: un ragionamento sulla crisi dello stato di diritto

Il rifiuto a prescindere di Benjamin Netanyahu, per una parte della società israeliana, corre soprattutto sul binario delle garanzie di riequilibrio e di imparzialità dei poteri pubblici. Non è solo una questione politica, in senso stretto, bensì di ruolo tra le diverse istituzioni – in realtà molte – delle tante componenti della democrazia israeliana. I sostenitori del premier, infatti, ritengono che si stia disponendo per superare inutili, farraginose, e cristallizzate separazioni tra ruoli decisionali. I suoi detrattori, invece, ritengono che abbia in animo di distruggere il complesso sistema di «check and balance» che caratterizza l’articolazione israeliana del reticolo di poteri e istituzioni collettive.
L’immagine, ripetuta dalle opposizioni, di un «Re Bibi» al medesimo tempo seduttore e corruttore dei pubblici costumi, ruota intorno a questa secca dialettica. Che non è propria solo d’Israele ma di tutti i Paesi a sviluppo avanzato che misurano su di sé l’affaticamento delle proprie democrazie. Il problema, ad onore del vero, non è mai il verificare che tali processi siano effettivamente in atto ma il riscontare che ci sia una qualche leadership che se ne fa carico, a proprio beneficio, raccogliendo anche un buon seguito dietro alle sue stesse scelte. Ad ognuno il giudizio di merito. A tutti, invece, il riconoscere che si tratta di una fase storica dove il declino della democrazia liberale e sociale è in atto, trovando attori e interpreti, di una stagione a venire, la cui partitura è ancora tutta da scrivere.

La formazione del nuovo governo Netanyahu-Gantz risponde anche a questo quadro. Dopo le ripetute manifestazioni di dissenso, espresse non solo dalla sinistra “residuale” (i “trinariciuti” di sempre, per certuni; ovvero, quelli che non deflettono mai delle loro posizioni di principio) ma da una più ampia parte della società civile israeliana – che vive comunque con disagio, se non con marcato dissenso, l’ulteriore mandato conferito al leader uscente – ciò che rimane è questo riscontro. Che in sé non è neanche un giudizio politico ma la consapevolezza che la partita della politica, altrimenti completamente bloccata, non ha altri protagonisti che non siano i medesimi da molti anni. Bibi non “vince” – né convince – da sé ma per l’assenza di un’alternativa convincente. La deflessione di Gantz, attore senza partitura, regista senza troppo talento, si inscrive in questo quadro. Che non è solo d’Israele ma, piuttosto, di molte nazioni democratiche.
A fronte di minoranze attive che continuano a denunciare la «crisi dello stato di diritto», subentra allora un’acquiescenza di molti altri verso chi, non importa se con impronta cesaristica, si presenta invece come garante di interessi condivisi. Soprattutto, di defensor civitatis, anche se poi, alla resa dei conti, non sa bene come riconoscersi e definirsi nella comunità nazionale. La forza del leader del Likud, piaccia o meno, sta dentro questo involucro che, con ossessiva ripetitività, è offerto agli elettori del suo Paese come anche in molte altre nazioni del mondo a sviluppo avanzato da leadership similari.
Chi come Gantz, e non di meno, Amir Peretz e Itzik Shmuli, quest’ultimo nuova stella del firmamento laburista e anch’egli in odore di esecutivo, sembra avere scelto la nuova (nonché vecchia) maggioranza di destra, sempre meno, dopo un primo momento di ludibrio degli elettori, pare adesso criticabile a prescindere dalle scelte che verranno fatte di qui in avanti. Si giudicherà sui fatti, dice l’obbligato sentire di una società che ha bisogno di riscontri, prima di tutto. Già si parla molto di meno di «tradimento» e invece si attendono, al suo posto, ulteriori verifiche. Che fanno il paio con il combinato disposto tra «sicurezza» e «protezione». In senso lato, ossia non solo contro gli abituali nemici di Israele. Anche gli abituali fustigatori di Netanyahu, come Raviv Ducker, giornalista che ha indagato nei vizi della politica israeliana, e Raviv Hecht, altro pezzo da novanta della critica pubblica, hanno in parte ridimensionato la potenza della loro polemica. Non per resipiscenza o poiché fulminati sulla vita di Gerusalemme (al posto di Damasco) ma per l’evidente inefficacia della polemica che rischia di risultare fine a se stessa. Forse, ne sappiamo qualcosa anche in Italia. Poiché un regime politico è tale se, alla fine della fiera, riesce ad assorbire le critiche non rigettandole aprioristicamente ma neutralizzandone le eventuali cariche polemiche.

Rimane il fatto che, quando un’opposizione non riesce a colpire i suoi avversari, ripieghi velocemente su se stessa. Se non si raggiunge il nemico, allora si spara sulle casematte della propria linea del fronte. Così la polemica contro quanti starebbero difendendo, a prescindere, le prerogative di una Corte suprema fatta di “parrucconi” che, dall’alto del loro magistero, si farebbero beffe dei politici e del loro impegno. Da tempo si va dicendo che il conflitto tra esecutivo e giurisdizionale attraverserà, per i tempi a venire, la politica israeliana. Netanyahu si è attrezzato. Ha deciso quale sia la posta al riguardo – se stesso e, quindi, la “stabilità” del Paese, sovrapponendosi a quest’ultimo – mentre il resto della classe dirigente sta perlopiù a guardare, non avendo idee alternative. La resa di Benny Gantz si inscrive anche in questo quadro. Dopo che gli oppositori interni al Likud, capitanati da Gideon Sa’ar, avevano già dovuto alzare bandiera bianca.
Non di meno, la partita politica dell’annessione di parti del West Bank, laddove ci sono gli insediamenti ebraici, sulla quale sussiste un sostanziale accordo in una parte cospicua dello spettro politico israeliano, trova in non assoluto disaccordo (altra cosa sarebbe il dire che ci sia invece un completo accordo) la stessa Suprema Corte di giustizia. Da tempo, nel Paese, alla questione della praticabilità di un diritto dell’umanità, rivolto a qualsiasi essere umano, prescindendo dalla nazionalità, dall’origine e dalle appartenenze, si è affiancato un diritto alla terra, che viene letto da molti come una sorta di condizione primigenia, nella quale leggere aspetti imprescindibili della propria «identità».
Il premier Netanyahu, più e meglio di molti altri, “annusa” e coglie la trama di questa situazione. Sa che potrebbe rivelarsi non solo piena di asperità ma anche, in prospettiva, controproducente. Ma è premiante sul breve e medio periodo. D’altro canto, oggi la politica si gioca sui tempi stretti, non sulle prospettive di ampio respiro. Dall’occlusione di orizzonti Re Bibi trova molte opportunità per se stesso. È il maestro del presente. Per questo vince, in una età completamente schiacciata sul “qui ed ora”.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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