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Cinque opinioni sul governo Netanyahu – Gantz

Prospettive temporali (incluso il meccanismo della rotazione del primo ministro), la legge elettorale e il ruolo di Lieberman del nuovo esecutivo

Cosa pensate del nuovo governo israeliano? Certamente ha evitato di portare il paese a una quarta tornata elettorale e di affrontare l’emergenza covid-19. Un governo di unità nazionale composto dai leader dei due schieramenti contendenti, Netanyahu e Gantz, che apre un nuovo scenario nella politica israeliana. Una tregua o un accordo duraturo? Abbiamo raccolto alcune opinioni, che vi presentiamo qui. Attendiamo le vostre.

Secondo voi che orizzonte temporale avrà questo governo, quello di una legislatura o quello dell’emergenza covid-19 e del rischio di andare al voto per la quarta volta?

Stefano Jesurum: Non penso che la legislatura sarà legata all’emergenza Covid, ma dubito fortemente che possa durare l’intera legislatura.

Walker Meghnagi: Non credo avrà la durata dell’emergenza covid-19, magari non arriva fino alla fine della legislatura, ma molti punti del programma convergono e sono vicini alle due diverse parti. Nelle precedenti campagne elettorali Gantz e anche gli altri candidati hanno espresso un punto di viste molto personale che doveva servire a evitare che Netanyahu prendesse nuovamente in mano il governo. Se il programma verrà rispettato, questo governo potrebbe essere una buona occasione per ISraele, che non è solo Tel Aviv: ha grossi problemi sociali, un’emergenza sui confini e personalmente ritengo che aver fatto tre elezioni in un anno sia una vergogna per un paese in stato d’allerta.

Davide Riccardo Romano: Viviamo in un’epoca dove l’ideologia prevalente tra i politici è il sondaggismo: ovvero la costante ricerca di consenso, giorno per giorno. Succede in Italia come in Israele e nel resto delle democrazie mondiali. Dunque credo che la durata del governo dipenderà da quanto i suoi membri ne beneficeranno in termini elettorali. Se tra un anno e mezzo Netanyahu e i suoi alleati saranno elettoralmente cresciuti, e Gantz crollato,  dubito che avverrà il passaggio di consegne. In tal caso Bibi preferirà rinegoziare l’accordo, o passare all’incasso con il voto. Ma non bisogna sottovalutare un tema: il piano di pace trumpiano. Per portarlo avanti, Netanyahu ha bisogno dei voti di Gantz e dei Laburisti, solo con essi non sarà ricattabile dai partiti alla sua destra. Con i voti di destra e sinistra, Bibi sarebbe più libero di procedere con il progetto di Trump, che prevede da un lato alcune annessioni di territori, ma dall’altro anche il riconoscimento di uno Stato Palestinese. Quest’ultima è una mossa che non sarebbe digerita da parte della destra israeliana, e per cui sarebbe indispensabile il contributo della sinistra governativa. Certo, se Trump non fosse rieletto a novembre, il piano di pace salterebbe. Bibi a quel punto avrebbe meno bisogno della sinistra. E le elezioni anticipate sarebbero più probabili.

Andrea Jarach: Nonostante le premesse non siano delle migliori, mi auguro che questo governo abbia la durata prevista e che avvenga il passaggio di ruolo dapremier nei tempi stabiliti. Le vriabili sono tali e tante che credo no si possa fare di più che augurarsi una stabilità di lungo periodo.

Claudio Vercelli: La formazione del nuovo governo è un successo, sia pure in zona Cesarini, ossia con il rischio concreto di andare alla quarta verifica elettorale in un anno, di Benjamin Netanyahu. Comunque si giudichi e si valuti l’operato politico di quest’ultimo che, di fatto, occupa la scena politica – sia pure con andamenti altalenanti –  da venticinque anni, la sua longevità è sorprendente. Il punto da cui partire, se si vuole ragionare sull’orizzonte temporale del nuovo esecutivo, deve essere questo. Poiché è assai improbabile che di qui ai prossimi diciotto mesi – la durata accordata al premierato di Netanyahu – che un tale protagonista della scena pubblica non sia tentato di riprendersi, prima a poi, la palla, cercando di scompaginare i precari equilibri determinatisi con gli accordi tra Likud e ciò che resta di Kahol Lavan. Di certo, una variabile che andrà considerata, in Israele così come nel resto del mondo, sono gli effetti di lungo periodo della pandemia, sia sul piano economico che sociale. Al momento, sono difficilmente prevedibili, soprattutto nella loro durata. Rimane il fatto che «King Bibi» sia ancora il centravanti di sfondamento della politica israeliana, a fronte di contendenti fragili, comunque incapaci di costruire tra di loro una coalizione alternativa. Si inaugura una nuova stagione politica, quindi, con la capacità di Netanyahu di occupare il centro della politica israeliana stessa, piegandone molti aspetti al suo operato, in una sorta di oramai permanente conflittualità che intrattiene non solo con i suoi avversari ma anche con una parte delle istituzioni nazionali, a partire dal procuratore generale Avichai Mandelblit. Il vero fuoco del nuovo governo, infatti, al netto dell’emergenza pandemica, sarà il rapporto tra poteri, soprattutto tra l’esecutivo e il giudiziario, nel tentativo, di una parte del primo, di limitare le prerogative del secondo. In tutta plausibilità, se in futuro dovesse rompersi la nuova coalizione parlamentare che sorregge il nuovo dicastero Netanyahu-Gantz, ciò avverrà proprio sulla questione degli equilibri tra poteri concorrenti.

Che ruolo ha oggi Lieberman, fino ad ora definito come l’ago della bilancia nella politica israeliana?

Stefano Jesurum: Israel Beytenu è senza dubbio fondamentale per la composizione di una maggioranza. Tuttavia la sua “anima” è complessa e contraddittoria: laica e anti haredim da un lato, e insieme affine alla destra nazionalista.

Walker Meghnagi: Lieberman ha sempre giocato per se stesso e fino alla fine non ha voluto fare accordi con gli altri partiti. Un grave errore: avremmo evitato la terza elezione. Ora però è completamente fuori gioco e non può avere un ruolo significativo in questo governo.

Davide Riccardo Romano: Lieberman ha puntato sulla laicità, ed è riuscito a rappresentarla con successo. Elettoralmente ha vinto, ma ha perso politicamente restando escluso dal governo.  Resta comunque viva la domanda di laicità (nel suo caso tendenzialmente – ma non esclusivamente – di destra) che ha ben rappresentato e che, se questo governo non soddisferà, si ripresenterà alle prossime elezioni in cerca di risposte.

Andrea Jarach: Lieberman si è posto come il rappresentante del laicismo, contro le interferenze religioso nella gestione dello stato. Buona parte dei cittadini di Israele lo appoggiano per questo. Eventuali eccessivi sbilancimenti del governo e ricatti da parte dei partiti religiosi giocherebbero contro la stabilità faticosamente raggiunta. La presenza parlamentare di Lieberman, dunque, è garanzia tra stato e religione.

Claudio Vercelli: Continuerà a cercare di giocare il ruolo del grande oppositore. Anzi, cercherà di modellare una contro-leadership, dal momento che la coalizione elettorale Blu e bianco è la vera vittima sacrificale di questo accordo di governo. La sua frantumazione, che si è già consumata nei giorni scorsi, porta con sé grandi delusioni in quella parte dell’elettorato, anche di sinistra, che aveva comunque confidato in una sorta di “soglia di sbarramento” che l’accordo tra le tre formazioni politiche confluite nel listone dei “generali”, avrebbe dovuto garantire dinanzi al rullo compressore di Bibi. Dopo un lungo, defatigante braccio di ferro nulla di ciò è invece avvenuto, per di più con la resa di ciò che resta dei laburisti, di fatto destinati a farsi ingoiare da un governo che non è di centro-destra ma di destra-destra. Al netto dell’effettiva collocazione delle singole formazioni politiche all’interno dello spettro politico nazionale. Lieberman – tuttavia – non riuscirà in ciò, per più ragioni: intercetta il voto “laico” (in altre parole, una parte di quanti vedono la presenza degli ultra-ortodossi come un fatto urticante) ma sta perlopiù dentro un recinto “etnico”, quello dei russi; la grossolanità e la scarsa amabilità lo rendono indigeribile per un numero elevato di elettori; non ha un programma politico differente da quello del Likud che, invece, più e meglio riesce a rappresentare rispetto ad un segmento di elettori – molto consistente in Israele – che identifica nella destra la garanzia della sicurezza nazionale.

Come immaginate possa avvenire la rotazione nel ruolo di primo ministro tra due leader di partiti contendenti fino all’ultima elezione?

Stefano Jesurum: Questa soluzione è, a mio modesto avviso, priva di senso se non quello (giusto) di risparmiare al paese una nuova tornata elettorale in un momento così difficile e quello (sbagliatissimo) di salvare Netanyahu che non ha vinto le elezioni e continua a rimandare in maniera vergognosa il suo appuntamento con chi lo dovrà giudicare circa i gravissimi reati di cui è accusato.

Walker Meghnagi: Verranno rispettati gli accordi. Se Bibi dovrà ritirarsi a causa dei processi a suo cairco o meno, ci sarà comunque l’alternanza e sarà un fattore positivo.

Davide Riccardo Romano: Se sapranno vincere le reciproche diffidenze e i personalismi, e non sarà facile, potrebbe funzionare. In fondo Gantz non ha idee molto diverse da quelle di Netanyahu. E’ il motivo per cui il leader di Bianco e Blu era stato scelto come candidato premier: rassicurare gli elettori di centro con un candidato primo ministro non di sinistra, e comunque non accusabile di essere cedevole sulla linea della sicurezza. Inoltre, stando insieme al governo ed essendo entrambi patrioti, non credo ci saranno molte divisioni quando – e purtroppo succede spesso, da quelle parti – ci saranno da fare scelte vitali per lo Stato di Israele. Per intenderci, una staffetta tra Netanyahu e Lapid sarebbe stata molto più difficile, visto che oltre alla reciproca antipatia personale, anche le idee sono molto distanti.

Andrea Jarach: L’alternanza è ovviamente uno strumento irrituale che scontenta tutti, adottato per raggiungere un accordo a qualunque prezzo. Possiamo solo augurarci che la levatura umana e morale dei due protagonisti sia tale da consentire loro di lavorare insieme nell’interesse del paese.

Claudio Vercelli: Non avverrà. Non almeno se Netanyahu non avrà ottenuto i risultati ai quali aspira, a partire da un vero e proprio salvacondotto giudiziario. In tutta plausibilità, auspice e complice anche il «Piano Trump», il Paese sarà chiamato in causa da una serie di priorità di agenda su cui il Premier giocherà le sue carte: l’annessione di una parte degli insediamenti ebraici del West Bank, la conclusione del mandato presidenziale di Rivlin (che in questi ultimi anni non ha di certo fatto mistero della sua scarsa simpatia per il compagno di partito), le prevedibili ristrutturazioni del campo dei partiti che, in Israele al pari dell’Italia, sono oramai caratterizzati da una forte volubilità, soprattutto nell’area centrista, attualmente occupata soprattutto da Yair Lapid e Moshe Yaloon. Il punto, semmai, è chiedersi se di qui ai prossimi due anni possa costituirsi una duratura fronda likudista, capace di porre le premesse per la detronizzazione di Netanyahu con una sorta di “inside job” nel suo partito e tra gli elettori della destra. Se mai dovesse avvenire, tuttavia, lo sarà non in ragione di una capacità interna a quel partito bensì in virtù della convergenza di una serie di fattori esterni, al momento imprevedibili e incalcolabili, destinati a pesare sulle condotte dei singoli protagonisti.

Considerata la natura di governo di unità nazionale, pensate possa modificare la legge elettorale per consentire alle prossime elezioni un esito certo?

Stefano Jesurum: Fino a che il centro sinistra non ritroverà un’anima e un leader, Israele continuerà ad essere sostanzialmente diviso in due. Finché le cose rimarranno così a nessuno converrà mettere mano alla legge elettorale

Walker Meghnagi:Non lo faranno. Ci vorrebbe uno sbarramento al 5% in modo che nessuno possa essere messo nella condizione di non governare, ma cadrebbe il governo.

Davide Riccardo Romano: Purtroppo non credo lo faranno. Servirebbe un governo di unità nazionale più ampio e con due partiti, come poteva essere quello Likud (36 seggi) – Bianco Blu (33 seggi), che totalizzando 69 seggi avrebbe avuto un margine di nove seggi per votare una legge elettorale migliore, atta a evitare continue elezioni.  Con due grossi partiti cambiare il sistema elettorale sarebbe stato possibile. Visto che Bianco-Blu si è spaccato (sono solo 17 i parlamentari  del partito di Gantz che a oggi appoggeranno il governo Netanyahu) il Likud deve per forza andare al governo anche con  i suoi storici alleati. Dunque i partiti che sosterranno Bibi non saranno due, ma il triplo. Cosa che già porterà a un governo gigantesco, composto da ben 36 ministri (il governo italiano ne ha 21), segno di elevatissima mediazione politica tra tanti partiti. Con queste premesse, figuriamoci quanto sarebbe difficile trovare un accordo su una legge importante come quella elettorale, che dovrebbe non danneggiare nessuno dei tanti partner della coalizione. Una “mission impossible” degna del protagonista del film con Tom Cruise.

Andrea Jarach: La legge elettorale israeliana (come quella italiana) richiede un grande ripensamento. I fatti dimostrano che è inefficace. Senza un accordo fantasioso si sarebbe andati alla quarta elezione: assurdo. La legge elettorale è la chiave del funzionamento della democrazia, in Israele come ovunque nel mondo. Il bellissimo libro di Antonio Scurati, M, dedicato alla morte della democrazia in Italia negli anni ’20 del ‘900 dimostra che la modifica della legge elettorale diede il potere al fascismo. La democrazia israeliana però è saldissima. Possiamo solo augurarci che la modifica (imrpocrastinabile) non abbia come risultato di indebolire questo miracolo del sionismo. Forse non ci è abbastanza chiaro quanto la coesistenza di una condizione di guerra continua e democrazia sia un vero miracolo.

Claudio Vercelli: Ogni riforma della legge elettorale è in funzione delle aspettative di beneficio che i promotori coltivano per se stessi. Nel nome di una migliore rappresentatività collettiva, si cerca invece un maggiore favore per la propria lista. Attualmente il sistema elettorale israeliano è un proporzionale di lista con soglia di sbarramento del 3,25% dei voti validamente espressi. L’assegnazione dei seggi a livello nazionale segue il criterio Hagenbach-Bischoff (in Israele conosciuto come metodo Bader-Ofer, dal nome dei due parlamentari che nel 1973 ne proposero l’adozione). Le liste (o partiti) possono stipulare un accordo pre-elettorale per l’assegnazione dei seggi rimanenti, dopo la prima distribuzione, calcolato secondo una procedura specifica. Mi riesce molto difficile immaginare che tra forze differenti, confluite in un accordo di governo che comunque conserva i caratteri dell’eccezionalità (prevedibilmente anche della temporaneità) si possa trovare la maggioranza sufficiente, alla Knesset, per identificare e, soprattutto, approvare un dispositivo elettorale vincolante, ancorché nel nome della «governabilità».


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