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Geula Cohen e la destra radicale in Israele #3

Terza puntata – dal 1948 al 1992

Ultima puntata dedicata alla figura di Geula Cohen, la combattente della destra radicale che ha militato attivamente in varie formazioni politiche dall’epoca mandataria fino al 1992. Abbiamo narrato dei suoi anni giovanili, dalla nascita, nella Tel Aviv del 1925, fino alla sua militanza nell’Igur e nel Lehi

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cui è seguito un approfondimento sulla storia dei due partiti fino al loro scioglimento e la nascita dello Stato d’Israele.

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Esaurita la drammatica parabola della nascita dello Stato d’Israele, Geula Cohen si dedicò in un primo tempo all’attività pubblicistica. Tra il 1948 e il 1960 fu infatti membro del comitato editoriale di «Sulam» (la «scala», secondo Genesi 28, 10-12: «Giacobbe partì da Bersabea e si avviò verso Carran. Capitò in un posto dove passò la notte perché il sole era già tramontato. Lì prese una pietra, se la pose sotto il capo come guanciale e si coricò. Fece un sogno: una scala poggiava a terra e la sua cima raggiungeva il cielo; su di essa salivano e scendevano angeli di Dio»), il mensile politico pubblicato dal pensatore e filosofo Israel Eldad, esponente del Lehi, su posizioni fortemente radicalizzate e militanti. Basti pensare che quest’ultimo, dopo il fallimento del tentativo dei revisionisti estremi di costituirsi in partito (alle elezioni del 1949 si presentarono con una formazione, la «lista dei combattenti» che ottenne un seggio al parlamento, per poi dissolversi politicamente), andò ad insegnare letteratura ebraica e biblica in un liceo ma venne rimosso dall’incarico quando l’allora primo ministro Ben Gurion intervenne pesantemente, indicandolo come un pericolo per lo Stato. La dottrina del Lehi per Israele era off-limits. Anche se Eldad vinse il ricorso presentato in tribunale, si trovò di fatto isolato, privato di opportunità di lavoro. Solo nel 1962, dopo avere trascorso un periodo travagliato, economicamente incerto, dedicandosi perlopiù all’attività pubblicistica, riuscì a farsi assumere al Technion di Haifa, dove avrebbe insegnato per i successivi vent’anni, passando poi al centro universitario di Ariel e ricevendo quindi il premio Bialik nel 1988.

Geula Cohen, per parte sua, continuò con l’attività giornalistica, lavorando per il Maariv («sera»), uno dei quotidiani di maggiore diffusione in Israele, fondato nel febbraio del 1948. Segnatamente, le posizioni politiche del tabloid, secondo per diffusione solo al Yedioth Ahronot («Ultime notizie»), sono sempre state collocate verso l’area centrista. Cohen fece parte del comitato editoriale della testata tra il 1961 e il 1973. In quegli anni aveva intanto sposato un suo compagno di lotta del Lehi, Emanuel Hanegbi, dal quale ebbe poi due figli. Dopo la Guerra dei sei giorni (1967) prese parte alle ripetute iniziative a favore dei Refuznikim, gli ebrei sovietici che chiedevano di espatriare (in Israele come anche negli Stati Uniti) senza ottenere il visto d’uscita. All’epoca, la diffusione della dottrina antisionista in Urss era divenuto uno strumento per alimentare posizione antisemitiche di Stato, in genere camuffate sotto i richiami all’«antimperialismo» e alla solidarietà nei confronti dei popoli del Terzo Mondo. L’identificazione in Israele di una sorta di centrale del «capitalismo mondiale» era funzionale ad alimentare i rapporti tra Mosca e i movimenti di indipendenza diffusisi un po’ in tutti i paesi in via di sviluppo. Una tale “dottrina” si sarebbe poi ripetuta e consolidata nel corso del tempo, per arrivare ai giorni nostri, formulando l’accusa di «nazisionismo» (le vittime del nazismo hanno fatte proprie le pratiche e gli obiettivi che il regime di Hitler praticò contro di loro, ribaltandole nei confronti dei palestinesi) rivolta indistintamente ad Israele medesimo. A seguito dell’incontro che Cohen e Yitzhak Shamir ebbero con il rabbino del movimento Lubavitch Menachem Mendel Schneerson, altra figura carismatica dell’universo culturale e politico ebraico-israeliano, i primi due si incaricarono di indirizzare in chiave antisovietica l’attività di un altro rabbino statunitense, Meir Kahane, già fondatore nel 1968 della Jewish Defence League e poi, nel 1971, del partito estremista Kach (che sarà dichiarato fuorilegge, in quanto organizzazione terroristica, nel 1994, sia in Israele che negli Stati Uniti), destinato quindi a tragiche cronache, che si sarebbero esaurite con il suo assassinio. Ai militanti di questi due ultimi gruppi sono attribuiti una serie di attentati antirussi.

Nel 1972, infine, Cohen entrò nell’Herut («libertà»), il partito che aveva raccolto le spoglie dell’Irgun e del movimento sionista sotto l’egida di Menachem Begin. Una figura, quest’ultima, alla quale l’ancora giovanile militante politica guardava non solo con ammirazione ma anche con devozione. Sotto tali auspici diede quindi vita al Midrashah Le’ummit, una istituzione educativa che avrebbe dovuto dare corpo e continuità alle posizioni che, venticinque anni prima, avevano animato il Lehi. Di fatto Cohen era tornata alla politica attiva, ma da una prospettiva diversa da quella strettamente pubblicistica. La destra revisionista, che scontava l’esclusione dalle posizioni di potere, essendo stata duramente sconfitta nel 1948 dai laburisti, che l’avevano invece condannata ad una condizione di minorità politica, istituzionale e parlamentare, stava infatti prendendosi la sua rivincita. Gli anni Settanta ne costituirono il tempo del riscatto. Peraltro, le originarie posizioni di principio dei revisionisti costituivano, sia pure con alcuni accomodamenti dovuti alle mediazioni parlamentari, la base programmatica della destra istituzionale confluita nell’Herut: creazione di uno Stato integralmente ebraico sull’intero territorio che aveva costituito la Palestina mandataria, rivendicazione di un’«identità ebraica» intesa come dimensione esclusiva della nuova entità politico-statale-istituzionale (si parlava al riguardo di nazionalismo «monistico»), risposta determinata e aggressiva agli arabi.

Ancora una parentesi sulla grande storia: negli anni successivi alla morte di Vladimir Zeev Jabotinsky, avvenuta a New York nell’estate del 1940, Menachem Begin, suo successore, aveva assunto le redini dell’Irgun, fino all’eliminazione di fatto, da parte di David Ben Gurion, dell’organizzazione. Con le elezioni della prima Knesset, la nascita dell’Herut garantì quindi alla destra nazionalista uno stabile insediamento parlamentare, arrivando fino alla soglia dei diciasette eletti nel corso delle successive legislature. Pur essendo più volte il secondo partito come dimensioni di seggi in parlamento, tuttavia il suo capitale politico non si traduceva in potere coalittivo. In parole povere, era escluso a priori da qualsiasi contrattazione, secondo il precetto espresso dallo stesso Ben Gurion, per il quale i governi si dovevano fare «senza l’Herut e il Maki» (ossia, senza le due ali estreme del Parlamento che, nella logica del leader laburista corrispondevano ai “fascisti” e ai “comunisti”).
In realtà il movimento revisionista faticò molto a coagularsi intorno ad un progetto comune e quindi ad una rappresentanza unitaria. Nel corso del tempo, infatti, ai tentativi di unificazione si accompagnarono le scissioni. Il livello di fazionalizzazione interna era comunque molto elevato ed anche la leadership di Begin subì ripetute contestazioni. Nel 1951, ad esempio, un consistente gruppo di veterani del revisionismo fuoriuscì dalle file della formazione. Ancora nel 1966, il conflitto sulla leadership del partito si risolse con la scissione da parte di tre deputati, che formarono l’«Hamerkaz Hahofshi» (il «Free Center»), capitanato da Shmuel Tamir, l’allora grande oppositore di Begin.
L’Herut fu comunque, tra il 1948 e il 1977, il principale partito di opposizione. La sua piattaforma politica è sempre stata fedele alle indicazioni del nume tutelare, Jabotinsky, ruotando intorno al concetto di «integrità dello stato ebraico», intesa come continuità territoriale comprendente le due rive del Giordano. Sul piano economico la posizione del partito era liberista, avversando il sistema di garanzie sociali dell’Histadrut e propendendo per il libero mercato e l’impresa privata.

Pur occupando una considerevole posizione nella Knesset, l’Herut non venne mai meno alla sua originaria vocazione di partito di protesta, raccogliendo il voto delle classi più svantaggiate o che si sentivano escluse dalla ripartizione dei benefici del laburismo bengurioniano. Il nucleo dirigente era costituito da quella che lo stesso Begin aveva chiamato «The Fighting Family» («la famiglia combattente»), espressione con la quale ci si richiamava al gruppo di dirigenti formatisi nella lotta clandestina, durante il Mandato britannico. Nel 1965, l’uscita di Ben Gurion dal Mapai e la formazione a destra del «Gahal» (acronimo di «Gush Herut-Liberalism», il «blocco delle libertà e del liberalismo»), l’alleanza tra l’Herut e il più piccolo Partito liberale (sorto in rappresentanza degli interessi della piccola e media borghesia, già presente nell’Yishuv), avviò un processo di emancipazione della destra dal suo altrimenti tradizionale isolamento. Nelle elezioni per la sesta legislatura (1965), infatti, la nuova formazione ottienne 26 seggi. Dopo di che sarà un crescendo pressoché continuo, fino ad arrivare ai 48 della decima legislatura (1981). L’ingresso di Begin nel governo di unità nazionale, in prossimità della guerra dei Sei giorni nel 1967, sancì poi la decadenza della conventio ad excludendum.

Nel 1974 venne quindi formandosi il gruppo del «Likud» («Coalizione») che raccoglieva ancora una volta l’Herut, il Partito liberale e il «La’am» («Verso il popolo»), piccola formazione attraversata da numerose scissioni e riunificazioni. Il Likud, pur posizionandosi alla destra nello spettro politico israeliano, raccolse da subito sia le posizioni antistataliste espresse dal Partito liberale che le domande di tutela sociale provenienti da ampi segmenti del suo elettorato, appartenenti a quella componente orientale e sefardita che aveva costituito l’anello economicamente e socialmente più debole delle diverse immigrazioni. Le elezione del 1977, la vittoria della destra nazionalista e la formazione del governo Begin, segnarono pertanto la conclusione del lungo periodo di mora al quale il revisionismo era stato di fatto condannato.
Non di meno, la nascita nel 1974 del «Gush Emunim», il «blocco dei fedeli», il movimento che si adoperava per coordinare la costituzione di insediamenti ebraici nei territori conquistati con la guerra dei Sei giorni, segnava un altro significativo elemento di discontinuità. Nel quadro politico israeliano, infatti, la rilevanza e l’impatto di questa formazione era segnata dal fatto che essa riformulasse integralmente sia la domanda di rappresentanza dei credenti non ortodossi che l’idea stessa di religione in rapporto alla cittadinanza politica, rivendicando apertamente il nesso tra terra e identità. La colonizzazione del territorio da imperativo laico diventava espressione di un precetto religioso. Ma tale precetto non esprimeva una tendenza alla conservazione, come nella maggioranza dei casi dei partiti religiosi israeliani, bensì una vocazione all’innovazione e alla trasformazione, intese entrambe – essenzialmente – come conquista territoriale. Da ciò la sfida ai governi, prima di sinistra ma poi anche di destra, con la prassi della costruzione di insediamenti abusivi, tali poiché non legittimati dai progetti istituzionali di controllo dei Territori palestinesi.
Si situa su questo versante, anche se su un piano più istituzionale, la nascita nel 1979, in opposizione alla firma degli accordi di Camp David sulla restituzione del Sinai da parte del premier Begin, del partito «Tehiya», formato da Moshe Shamir e Geula Cohen, a quel punto entrambi fuoriusciti dal Likud. I quali, già durante la nona Knesseth (1977), laddove Cohen era presidente dalle commissione parlamentare per l’immigrazione e l’«assorbimento» (espressione con la quale in Israele si indica l’integrazione degli immigrati nel tessuto nazionale), avevano costituito il Banai (acronimo del già ricordato «Brit Ne’emanei Eretz Israel») da cui sarebbe poi derivata la nuova formazione politica. Il Tehiya si origina sulla base di un accordo tra ambienti del vecchio Herut, il Movimento per la Terra d’Israele e il Gush Emunim con il preciso obiettivo di opporsi alla politica del governo Begin. L’ambizione, poi frustrata, era di costruire un’ampia formazione politica, capace di raccogliere l’assenso di tutti gli israeliani contrari al ritiro dai Territori arabo-palestinesi (il motto era «andandoci insieme»). Affermava Cohen: «Il sionismo secolare è finito. Il Gush Emunim è il nuovo sionismo. È qui che usciremo dallo stallo. Dovremo pagare un prezzo per questo. Forse dovremo iniziare da capo. Ma sono disposta a fare la guerra per questo obiettivo».

La piattaforma politica del partito rigettava integralmente gli accordi con gli egiziani, così come qualsiasi menzione ai «diritti dei palestinesi» in quanto popolo, ritenendo gli uni e gli altri un tradimento rispetto all’obiettivo finale, quello della «redenzione del popolo ebraico nella Terra d’Israele». Ancora nel programma elettorale del 1988 il partito elencava, come punti qualificanti, la piena sovranità israeliana sul Sinai, sulla Giudea, sulla Samaria e su Gaza; il rafforzamento delle presenza ebraica nei quartieri della Città Vecchia di Gerusalemme; un maggiore finanziamento all’esercito e la dura punizione degli obiettori di coscienza al suo interno; il sostegno economico e l’aumento numerico degli insediamenti ebraici nei Territori; una maggiore clemenza giudiziaria nei riguardi degli ebrei condannati per i reati commessi in ragione di «problemi di sicurezza»; la sottoscrizione di accordi di pace solo con quegli Stati arabi che avessero acconsentito al controllo ebraico sull’intera Terra di Israele; il totale impedimento alla costituzione di uno Stato palestinese ad ovest del Giordano, poiché la stessa Giordania andava considerata già di per sé uno «Stato palestinese»; l’impedimento dell’accesso dei ricorrenti palestinesi all’Alta corte di giustizia israeliana; l’introduzione della pena di morte nei confronti dei palestinesi che si fossero macchiati di gravi crimini di sangue; la costruzione di un circuito di vie di comunicazione israeliane nelle cittadine palestinesi; la severa punizione contro i contestatori della presenza israeliana quand’essi avessero manifestato con il ricorso alla protesta violenta.
Presentatosi alle elezione del 1981 il Tehiya è riuscito ad ottenere tre seggi, poi divenuti cinque, portando alla Knesset due dei più importanti dirigenti del Gush Emunim e degli insediamenti ebraici, Hannah Porath e Elyakim Haetzni. Tuttavia sia la Cohen che Yuval Neeman, i due massimi esponenti del Tehiya, non apparterranno mai al campo religioso, essendo laici ed ultranazionalisti, perlopiù impegnati sulle questioni della sicurezza, dell’identità israeliana, dei rapporti istituzionali ma intimamente convinti che la religiosità fosse essenzialmente un collante morale nei processi storici.

Di fatto la presenza di Geula Cohen alla Knesset durò fino al 1992. Già dieci anni prima, il Tehiya era entrato a fare parte del gabinetto Begin. Nel giugno del 1990, a seguito della crisi della coalizione, con la costituzione del terzo governo Shamir, Cohen entrò a farne parte come viceministo per la scienza e la tecnologia, dopo avere rifiutato precedenti incarichi ministeriali. Alla radice di questa condotta c’era l’irrisolta relazione con Begin prima e Shamir poi, da un lato ancora stimati come capi della guerriglia ebraica negli anni della formazione dello Stato ebraico ma poi stigmatizzati come “traditori” della “Grande Israele”, quella etnobiblica. Mai la pasionaria radicale si sarebbe riappacificata con l’idea che, terminato il lungo periodo della costituzione della comunità politica, si sarebbe dovuti passare ad una complessa età di mediazioni. Da questo punto di vista, lo spirito del Lehi era rimasto inalterato in lei: l’azione politica era essenzialmente atto identitario e poi solo dopo, eventualmente, quel complesso di compromessi ai quali uno Stato deve comunque dare corso se vuole continuare ad esistere. La sottoscrizione degli accordi di Camp David erano quindi vissuti come una pietra sepolcrale ad un tale orizzonte, sancendo la fine del sogno di uno Stato ebraico aderente al disegno biblico.

L’attività parlamentare di Geula Cohen, durante gli anni di militanza nel Tehiya, si è quindi caratterizzata per la presentazione della Legge fondamentale (cioè di natura costituzionalistica) su «Gerusalemme capitale d’Israele» (1980) e poi, l’anno successivo, per l’estensione dell’amministrazione israeliana sulle alture del Golan, acquisite nel 1967. La vivace ed aggressiva determinazione della deputata si è spesso scontrata con i necessari calcoli diplomatici e le ponderazioni politiche dei diversi governi. Ad esempio, il tentativo di fare approvare un’altra legge che a sua volta estendesse la totale giurisdizione israeliana su Gaza, Giudea e Samaria, fallì speditamente. Così come la richiesta, dopo il caso di Mordechai Vanunu, il tecnico e attivista politico che nel 1986 aveva rivelato al Sunday Times l’esistenza di un arsenale nucleare israeliano, di epurare i servizi di sicurezza, ritenuti inadeguati. Un segreto di Pulcinella quello del nucleare, ad onore del vero, ma che metteva Gerusalemme in una condizione di forte imbarazzo politico. Sempre su questa lunghezza d’onda, si è poi posto il suo impegno per la liberazione di Jonathan Pollard, analista dell’intelligence della marina militare americana, accusato e condannato negli Usa per spionaggio a favore di Gerusalemme. Per Geula Cohen il principio «My country, right or wrong!» è sempre valso a prescindere. Con la chiosa che i confini di Eretz Israel sono sempre rimasti da definire. Non a caso, infatti, nel novembre del 1991, in seguito alla Conferenza di Madrid, che avviava la formalizzazione del processo negoziale con la controparte palestinese, lasciò rumorosamente il governo insieme al suo partito. L’incapacità di Tehiya di superare la soglia di sbarramento alle elezioni per la tredicesima Knesset, nel 1992, indusse Cohen a tornare nel Likud, senza però riuscire a farsi eleggere nella sua lista per la quattordicesima legislatura.

A suggello della sua indole, ha firmato opere perlopiù autobiografiche come «Sipurha Lohemet» («Storia di un guerriero», del 1961), «Woman of Violence: Memoirs of a Young Terrorist, 1943-1948» (del 1966), «Ha-Tapuz she-Ba’ar ve-Hetzit Levavot» («L’arancia che bruciava e illuminava i cuori», 1979), «An Historic Meeting» (del 1986) ed «Ein li koah lehiyot ayefa» («Nulla può sfibrarmi», del 2008). Fortemente contraria agli accordi di Camp David, come già si è detto, causò un trambusto alla Knesset nel 1978, durante la seduta nella quale Begin si alzò per resocontare all’intera assemblea parlamentare riguardo a ciò che era accaduto durante i negoziati. Infatti intervenne nel mentre il premier cercava di articolare le sue prime parole, chiedendone da subito le immediate dimissioni. L’allora speaker Shamir non le aveva dato la parola ma lei se l’era presa da sé. Il vecchio compagno di militanza Begin si era quindi subito interrotto. Dopo l’imbarazzo, e il tramestio, alimentato anche dai suoi compagni di partito, era uscita platealmente dalla sala dell’assemblea parlamentare dichiarando: «Sono una combattente!». Un’indole che mantenne per tutta la sua esistenza, nel modo di atteggiarsi come di vestirsi, nelle parole come nei gesti. Ricordata come di aspetto più simile ad una gitana che non certo ad un qualche austero esponente della politica israeliana dell’oggi. Poco o nulla compassata, molto emotiva, notissima per le intemerate contro i suoi avversari. Dopo quel gesto eclatante, intervistata dai media americani, avrebbe detto: «Una volta ho usato una pistola; un’altra volta ho usato una penna. Ora uso la mia bocca. Sono lì quando qualcuno ha bisogno di me. Se non abbiamo qualcosa per cui vivere non esistiamo. I confini fanno parte della nostra patria. Vanno con la nostra storia. Senza la nostra storia passata non possiamo continuare a fare la storia. Non è un fatto geografico. È una questione biografica».

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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