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“La scelta di Anne”, riflessioni a partire dal film Leone d’Oro 2021

Attualmente nei cinema, la bellissima pellicola di Audrey Diwan parla di aborto e piacere sessuale femminile. Uno sguardo a questi temi da una prospettiva ebraica

La scelta di Anne (L’événement) di Audrey Diwan ha aperto il Festival del Cinema di Vienna di quest’anno. Leone D’oro al Festival del Cinema di Venezia 2021, la pellicola è un adattamento del libro autobiografico di Annie Ernaux e tratta la storia di un aborto clandestino nella Francia degli anni ’60.
Anne, la protagonista del film, è una studentessa della facoltà di lettera e sogna di diventare una scrittrice. Dopo un ritardo mestruale scopre di essere incinta. È il 1963, 12 anni prima della legge Veil che depenalizzò l’aborto in Francia: chi compie un aborto volontario rischia la prigione e chi è coinvolto nella procedura perfino la pena di morte, dichiarata illegale solo nel 1981.
Qual è la sorte di una giovane donna che si confronta con la necessità di un aborto clandestino? Audrey Diwan cerca di catturarne la dimensione corporea, il dolore innanzitutto fisico di coloro a cui è stata negata una procedura standardizzata. L’obiettivo è veicolare un messaggio che trascenda dall’epoca del romanzo per trasmettere l’essenza di un’esperienza che accomuna ancora molte donne in tutto il mondo.

Girato in 4:3, l’intero film non contiene scene senza la protagonista. Sullo schermo appare ritmicamente il conteggio delle settimane di gravidanza che scorrono, mentre lo spettatore assiste alle dolorose pratiche alle quali le donne hanno fatto ricorso prima della legge Veil. Il film è senza filtri e più volte si assiste alla violenza fisica con cui la protagonista tenta l’aborto nella sua camera di residenza universitaria o nella cucina di un’apposita “esperta”.

Anne si ritrova sola e isolata da tutti – dai suoi coetanei, che la giudicano in base ai tabù sessuali dell’epoca, dai medici, che ignorano la sua richiesta d’aiuto, e dal destino tutto: Diwan, presente alla proiezione del film durante la Viennale, dichiara: “Questo è alla fine un film che parla del caso: non è l’unica a far l’amore prima del matrimonio, ma ne vive le conseguenze per una questione del caso. Se Anne parlerà del suo segreto con la persona giusta, avrà la possibilità di condurre un aborto senza morire”.
Non si parla d’amore ma di desiderio.  Anne rivendica il suo diritto al piacere e lotta per il suo diritto di scelta. E lo spettatore è costretto a porsi diverse domande, che qui leghiano, in particolare, alle questioni sull’aborto dal punto di vista ebraico.

Quando si tratta di questioni di ‘bioetica’ e più specificamente di aborto o eutanasia, facilmente ci si trova davanti a un’unica visione ebraico-cristiana che forse banalizza la questione. Nella Torah e nell’Halachà si discute su quesiti di questa natura – come solito con diversi risultati discordanti tra loro e diverse sfumature di cui tenere conto.
Diversamente da altre religioni che vedono l’inizio della vita umana con il concepimento, generalmente la legge ebraica considera il feto una vera e propria entità giuridica solo al momento della nascita, intesa come il momento in cui la testa del neonato è fuori dal corpo della madre. Prima dei 40 giorni di gestazione, il suo status legale è ancora più ridotto: In Yevamot 69b il feto prima dei 40 giorni è descritto come “semplice acqua”. Anche per Rashi (Talmud Sanedrin 72b) il feto acquisisce l’anima o nefesh solo alla nascita.
In diverse porzioni del Talmud si parla del feto solo in relazione alla madre, che dunque dovrebbe essere considerata come interessata primaria.
Il feticidio è in ogni caso di norma proibito, sebbene non sia chiaro l’origine dell’impedimento, cioè esattamente a quale verso si riferisca – si ricordi tuttavia che divieti come il suicidio o l’autolesionismo siano legati al principio che il corpo sia di proprietà divina, così che il feticidio potrebbe essere legato a questo precetto. Dunque se la donna non è padrona del suo corpo, per la legge ebraica il motto ‘my body, my choice’ non avrebbe senso: generalmente, come scrive Scialom Bahbout, “la donna deve interpellare un’autorità rabbinica competente che consultando un medico deciderà il verdetto compatibilmente con la salute psicofisica della madre”. Ma la questione fa riflettere anche in un altro senso. Perché l’aborto illegale potrebbe essere messo sotto accusa in quanto causa e motore di atti autolesionistici, certamente proibiti.

In alcune limitate circostanze l’aborto è esplicitamente permesso, come leggiamo nella Mishna: se la vita della madre è in serio pericolo, l’aborto, se il neonato è ancora in pancia, è non solo permesso ma obbligatorio. Ciò che viene considerato rischio è nuovamente poco chiaro: la salute psicologica della madre è un fattore da considerare? Nel 1983, l’assemblea rabbinica del Committee on Jewish Law and Standards dichiarò che l’aborto è permesso solo se “continuare la gravidanza può provocare alla madre un serio danno fisico o psicologico, o se l’opinione medica competente giudica seriamente danneggiato il feto”.

In un articolo per Hakeillah rav Riccardo Disegni ci aiuta a fare ordine sui punti fermi e le questioni aperte dell’Halachà in relazione all’aborto.  1. ‘la vita del feto deve essere tutelata e la sua protezione consente la profanazione dello Shabbat’; 2. ‘la sua soppressione non è di norma consentita’; 3. ‘la soppressione non è considerata alla stregua di un vero e proprio omicidio o perlomeno non è punibile come un omicidio’; e infine 4. ‘la soppressione di un feto è certamente consentita per salvare la vita della madre’.
Le sfumature che ne risultano sono invece punti da discutere: quando è lecita la soppressione? Solo ed unicamente in grave pericolo della madre, incluso un pericolo psichico? Una norma rabbinica citata da rav Disegni permette la soppressione con più libertà, per esempio per malformazioni – soprattutto qualora queste provocherebbero disagio psichico materno.
Quale invece la posizione sui contraccettivi? L’ordine di procreare è ripetuto nella Torah in relazione agli uomini ma non alle donne: rabbi Meir Simhà Ha-Koen di Dvinsk motiva questa questa differenza spiegando che “non si può obbligare qualcuno a compiere un’azione che può essere dolorosa o potenzialmente pericolosa per la propria vita”, come il parto per le donne. Perciò la contraccezione è permessa alla donna ma non all’uomo, sempre che non abbia lo scopo esplicito di impedire la gravidanza: ad esempio la pillola è permessa a scopo di salute fisica o psichica.

Infine, l’aborto è legale in Israele? Si: tramite amministrazione pubblica, le donne devono dichiarare la propria intenzione in un ‘comitato di tre persone’ che nella pratica approva quasi tutte le richieste. Se la richiesta dovesse essere negata, la donna può rivolgersi a una clinica privata.

Tornando a La scelta di Anne, tra i propri temi propone anche quello del piacere femminile: la negazione dell’aborto è vista anche come negazione dell’opportunità di esplorazione del piacere sessuale da parte delle donne. Qual è la posizione dell’ebraismo sul piacere femminile?
Sul piacere femminile, il Talmud si esprime chiaramente e più volte. È dovere del marito non solo unirsi alla moglie ma anche darle piacere. Il libro Kosher Sex di rav Boteach recita: “Per chi conosce la Bibbia, il desiderio sessuale femminile non rappresenta invece nulla di nuovo. Mentre la letteratura femminista comincia adesso a parlare della spiccata natura erotica delle donne, il Talmud dichiarava ben duemila anni fa che l’impulso sessuale di una donna è di gran lunga superiore a quello dell’uomo” (p.77).

 

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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