Hebraica
La Shoah a Pesach. Il Rituale della Rimembranza

Va celebrato o no durante il seder? Pensieri circa il significato della festività

“L’haggadà di Pesach della Fgei, edita per la prima volta nel 1974, per me è sempre stata l’unica possibile”, ha scritto recentemente Anna Segre in un editoriale pubblicato sul bimestrale ebraico torinese HaKeillah. Quell’haggadà, che pure mostra i segni dei tempi nella grafica e soprattutto nel commento, è effettivamente unica nel panorama italiano per la ricchezza di suggestioni che, nella migliore tradizione ebraica, circondano il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. Vi troviamo accostati Platone e Yochanan ben Zakkai, Spinoza e i Pirkè Avot, Dante e la Mishnà, i chassidim di Buber e il Maharal di Praga, troviamo soprattutto le letture dei giovani che vollero quell’haggadà, testi che parlano di schiavitù e liberazione firmati da Albert Memmi e Rosa Luxemburg, Erich Fromm e Herbert Marcuse. In questo contesto, non stupisce che l’haggadà della Fgei contenga riferimenti espliciti alla Shoah con citazioni dal Diario di Anna Frank e dalla Dichiarazione sulla razza di Mussolini ma soprattutto, a mezza pagina sotto la didascalia “E ci tormentarono”, con un’immagine in cui un gruppo di deportati viene scortato da SS che urlano ordini certo incomprensibili; sullo sfondo campeggia la testata antisemita Der Stürmer e gli ebrei e i nazisti sembrano uscire dalla pagina del giornale, dai suoi caratteri gotici taglienti come lame, forse a indicare che il genocidio è stato preceduto, preparato e quindi reso possibile dalla teoria, che pur nella peculiarità delle sue caratteristiche non è il fulmine a ciel sereno scatenato da un manipolo di irriducibili criminali, ma il culmine di una tragedia annunciata.

Sono ormai alcune migliaia le edizioni dell’haggadà stampate in tutto il mondo nel corso dei secoli e di nuove ne vengono pubblicate ogni anno; la più recente in lingua italiana, in libreria da pochi giorni, è quella a cura di Dario Coen in dialogo con rav Roberto Della Rocca e Alberto Sonnino, con illustrazioni di Micol Nacamulli (Belforte). Ci sono le magnifiche haggadot stampate a Venezia nel Settecento e quelle per bambini, haggadot ecologiste e femministe, sioniste e nazionaliste, rarissime sono invece quelle dedicate alla memoria della Shoah.

Secondo Robert A. Adelson, che scrive sul sito Jewish Boston, il seder di Pesach è il momento più sentito dell’intero anno ebraico, di conseguenza il ricordo della Shoah, l’evento più drammaticamente importante nella storia degli ebrei, deve trovarvi un posto centrale. Il racconto dell’haggadà, perciò, dovrebbe ospitare quello della Shoah. Qualcuno suggerirà che per gli ebrei il tempo del ricordo della Shoah è quello di ogni giorno, e che di conseguenza non c’è bisogno di una o più date dedicate a questo scopo nel calendario liturgico; lo stesso però potrebbe dirsi della festa di Pesach, durante la quale anno dopo anno raccontiamo e riraccontiamo una storia di cui conosciamo bene i dettagli, tuttavia non smettiamo di farlo, forse perché da una volta all’altra non cambiano le nostre conoscenze sull’esodo, bensì il modo in cui risediamo nel racconto di cui siamo noi i veri protagonisti. Perché dunque dovremmo continuare a raccontare la storia dell’uscita dall’Egitto e non quella della Shoah, molto più vicina a noi nel tempo e dalle conseguenze storiche, demografiche e psicologiche tuttora evidenti? Se ricordiamo l’esodo, prosegue Adelson, dovremmo ricordare i sei milioni; nel momento in cui raccontiamo di essere stati schiavi del faraone in Egitto, la sera di Pesach, abbiamo il dovere di raccontare chi siamo oggi, cioè sopravvissuti alla Shoah.

Adelson ha scritto una Haggadah HaShoah in inglese, disponibile gratuitamente online, in cui la storia della Shoah viene ripercorsa e sintetizzata sulla base della modularità del seder di Pesach. Sono poche pagine a più voci che si concludono con i canti Ani ma’amin e Am Israel chai e che l’autore propone di leggere subito prima dell’haggadà. E’ fondamentale che si parli di Shoah a Pesach, conclude Adelson, anche perché è questa l’occasione principale dell’intero anno ebraico in cui le diverse generazioni sono unite intorno allo stesso tavolo per ascoltare e raccontare, cioè per riallacciare i fili della memoria. La Shoah, come e perfino più della schiavitù egiziana, insegna quindi una lezione di sopravvivenza, la nostra, di fede, speranza e impegno per rendere il mondo un posto migliore.

L’haggadà di Pesach è un testo antologico che unisce testi composti in un arco di tempo di oltre duemila anni che inevitabilmente rispondono a interessi e influenze diverse, anche se i materiali sono organizzati all’interno di una solida e ordinata struttura – seder in ebraico indica proprio ordine. E’ anche un testo in continuo aggiornamento, basti pensare ai canti finali (Nirtzà), la cui selezione riposa spesso su tradizioni locali e famigliari. Non deve quindi stupire che dopo la Shoah in alcune haggadot sia stato inserito un testo, chiamato in Italia Rituale della rimembranza, che prende spunto dalla coincidenza della rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943 con la prima sera di Pesach e intende ricordare tutte le vittime della Shoah. La prima haggadà italiana a riportare il Rituale è stata quella della Fgei, seguita qualche anno dopo dall’edizione Giuntina a cura di rav Fernando Belgrado con le illustrazioni di Emanuele Luzzati. Il testo del Rituale si sforza di trovare sintonia con l’haggadà, in particolare aderendo esplicitamente all’idea di attesa messianica che emerge da tutto il racconto attraverso cui si svolge il seder. Esprime tuttavia un fatto nuovo all’interno della storia ebraica, perché non riconosce l’origine divina della persecuzione, attribuita al contrario alle azioni di “un tiranno malvagio” e dei suoi esecutori. In altre parole, mentre la schiavitù egiziana viene compresa dall’haggadà nello schema di origine divina di esili e ritorni del popolo di Israele, per il Rituale le persecuzioni naziste si pongono fuori da questa logica e, come notava Anna Segre, venti anni fa nella Pasqua ebraica. Testo e contesto dell’Haggadà (Zamorani), “non hanno giustificazione all’interno della dinamica che caratterizza lo svolgimento della storia ebraica”. Per questo motivo esiste una tensione tra il sistema di valori espresso dall’haggadà e quello che emerge nel Rituale.

L’haggadà di Pesach, al netto di usi e tradizioni locali, che peraltro intervengono quasi sempre tramite aggiunte e non sottrazioni, è un testo sostanzialmente unitario in tutto il mondo. Di conseguenza, affinché un nuovo inserimento possa essere considerato parte del testo occorre che venga accettato dalla maggioranza delle persone che lo leggono durante il seder. Il Rituale della Rimembranza viene letto da alcune famiglie ebraiche, difficilmente però dalla maggioranza e certo non da tutte. Restringendo l’attenzione al panorama italiano, è significativo che in alcune delle edizioni più recenti dell’haggadà non venga neppure riportato. Anche in una delle ultime e migliori haggadot pubblicate in lingua italiana, l’Haggadà Etz Haim  a cura di rav Haim Fabrizio Cipriani, il Rituale non compare e l’haggadà si conclude con l’Hatikvà, un canto scritto alla fine dell’Ottocento e più tardi adottato come inno nazionale dallo stato di Israele. Perché in questa e in quasi tutte le altre haggadot l’Hatikvà viene compresa e il Rituale della Rimembranza no, pur essendo entrambi testi moderni, molto successivi alla composizione delle altre parti? L’haggadà di rav Cipriani si allaccia alla stretta attualità facendo riferimento fin dal titolo e dalle illustrazioni, per proseguire nei ricchissimi commenti, alla crisi pandemica che sconvolge le nostre vite da oltre un anno, eppure non include il Rituale. Forse però le ragioni di questa scelta non sono da attribuire alla datazione del testo e neanche all’attualizzazione della storia dell’uscita dall’Egitto, ma al suo contenuto. L’Hatikvà, come scrive Cipriani, se viene cantata come espressione di un desiderio appagato o di un obiettivo raggiunto, oppure addirittura come inno nazionale di uno stato contemporaneo, tradisce lo spirito di incompiutezza e desiderio evocato dal seder, così permeato di anelito messianico. Se invece viene cantata facendo attenzione al significato delle sue parole, cioè all’anelito e alla speranza di libertà e non alla celebrazione di una presunta libertà acquisita, è in linea con tutto quanto letto, recitato e cantato prima. Se l’aspirazione messianica presente nell’Hatikvà ne giustifica l’inclusione nell’haggadà, questa stessa aspirazione, pure presente, non basta al Rituale della Rimembranza perché la Shoah sfugge alla comprensione unitaria della storia ebraica che il testo propone.

Tuttavia Anna Segre, nell’editoriale pubblicato da Hakeillah che abbiamo citato in apertura, è tornata a riflettere sull’argomento confrontando la festa di Yom Haatzmauth, il giorno dell’indipendenza dello Stato d’Israele,con la reticenza dell’ebraismo a dedicare “momenti rituali alla peggiore catastrofe che abbia mai colpito il nostro popolo in tutta la storia”. Perché? Perché, conclude Segre, si è scelto di rimuovere qualcosa che è troppo doloroso da accettare.

La Shoah proietta dunque un incubo durevole sulla vita quotidiana dei sopravvissuti e dei loro eredi, ma la sua rimozione non indica la guarigione bensì la gravità e il prolungarsi della malattia, e spiega le crescenti reticenze a parlarne anche da parte ebraica non solo in Israele ma perfino in Italia. Forse, contrariamente a quanto viene talvolta sostenuto, dello sterminio degli ebrei europei non si parla troppo, bensì troppo poco.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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