L'agenda di Joi
Hebraica
Le parole gratitudine, generosità, emunà

Pillole contro la superbia, definiscono la differenza. Ovvero, il rapporto tra uomo e Dio

Una delle più note fiabe russe raccolte da Afanasjev è quella del pesciolino d’oro. Un vecchio pescatore che vive con la moglie in estrema povertà un giorno trova nella rete un piccolo pesce d’oro. Lo lascia libero, al che il pesciolino gli dice che potrà esprimere un desiderio. Il vecchio risponde che non ha bisogno di nulla e torna a casa. Quando, giunto alla sua cadente isba, racconta alla moglie l’accaduto, lei lo rimprovera: “Potevi chiedergli almeno del pane! Presto non ne avremo più neanche un tozzo secco”. Così il vecchio torna in riva al mare e chiama il pesciolino, che affiora dalle onde e promette quanto richiesto. Al ritorno dalla vecchia, ecco il pane sulla loro umile tavola! Ma la vecchia non è soddisfatta: desidera adesso un mastello nuovo. E allora il vecchio va a chiamare ancora il pesciolino, ed ecco un mastello nuovo. Ma alla donna non basta e chiede di soddisfare desideri sempre più grandi: un’isba di legno di quercia che sostituisca quella cadente, poi una solida casa in mattoni a tre piani con i domestici, poi un palazzo da zarina. All’ultima richiesta – “voglio essere imperatrice dei mari!” – il pesciolino d’oro non risponde e, quando il vecchio torna sul luogo dove fino a poco prima sorgeva un magnifico palazzo, trova l’isba cadente in cui siede la vecchia in abiti stracciati.

La storia del pesciolino d’oro non appartiene alla tradizione ebraica, tuttavia è ideale per riflettere su alcuni concetti centrali per l’ebraismo come gratitudine, generosità, emunà. Nella fiaba quello che manca alla vecchia e che fa precipitare la situazione, facendo tornare al punto di partenza, è la gratitudine. La donna non condivide con altri e neanche con il pescatore quello che ha ricevuto, che peraltro la storia specifica non derivare da suoi meriti, eppure non è questa mancanza di generosità a determinare il suo fallimento. Quello che le viene rimproverato è l’assenza di gratitudine per quello che ha. E quello che ha, come quello che tutti noi abbiamo, è in un certo senso sempre qualcosa che abbiamo ricevuto e riceviamo, e che quindi solo impropriamente definiamo “nostro”. Nel Tanakh sono i profeti spesso a invitare alla riconoscenza e a stigmatizzare il suo opposto, la superbia. La superbia, che si sviluppa quando gli uomini ritengono di meritare quello che possiedono, è la sostituzione della gratitudine con il culto di sé. In una società, quella in cui viviamo, dove il dominio del merito – la meritocrazia – è spesso auspicato, la posizione dei profeti d’Israele fa riflettere. Ezechiele si scaglia contro un re di Tiro perché “con la tua intelligenza acuta ti sei procurato ricchezza […] e a causa della tua ricchezza il tuo cuore si è insuperbito”. Per questo, continua Ezechiele, quel re superbo ha detto di essere un dio e, come dio, di sedere sul trono. Nel culto di sé, in altre parole, risiede l’autentica idolatria. Secondo un altro profeta, Abacuc, è la cifra del paganesimo l’adorazione di se stesso da parte dell’uomo, a cui va contrapposta la riconoscenza per quello che abbiamo o, meglio, che provvisoriamente ci viene dato in custodia e di cui abbiamo il dovere di fare buon uso.

La tradizione ebraica esprime la gratitudine nella preghiera. Prima di cominciare un pasto, per esempio, si ringrazia il Signore “che ha tirato fuori il pane dalla terra”; ma tutta la giornata, la settimana, il mese e l’anno sono costellati da benedizioni che, in modo analogo, ringraziano per quello che si ha ricevuto. C’è una parola ebraica, emunà, che riassume i concetti di gratitudine, adesione e fiducia. Viene tradotta di solito con fede, a patto però di sgombrare il campo da qualsiasi idea di credenza, scelta da confermare in ogni momento e salto nel buio, concetti che appartengono tutti a altre tradizioni. Emunà appartiene alla stessa area semantica di amèn, la parola con cui tipicamente si risponde alle espressioni di benedizione e che esprime sostegno e conferma, non credenza. “Per la Bibbia e per i primi rabbini – spiega Arthur Green nel libro Queste sono le parole, Giuntina – emunà connota l’accettazione con tutta la propria anima, la totale adesione […] Questo è molto più di quanto faremmo per la pura e semplice ‘fede’ in un’idea”.

Questo atteggiamento di riconoscenza e fiduciosa adesione è possibile perché c’è discontinuità tra il creatore e la creazione, di cui l’uomo fa parte a pieno titolo. In questo la cultura ebraica si contrappone frontalmente al pensiero pagano che vede continuità o identità tra regno dell’essere e del divino, un pensiero peraltro da non relegare alla storia antica ma anzi ripreso nel Novecento da un filosofo come Martin Heidegger e tuttora ampiamente diffuso. Ponendo Dio in cielo e l’uomo sulla terra, affermando cioè una distanza non colmabile, è la stessa Torà a imporre la riconoscenza, che è innanzitutto riconoscimento dei propri limiti, come modello. Nella stessa storia ebraica non sono mancati, e ancora oggi non mancano, i tentativi di un ritorno parziale o totale al paganesimo, alla coincidenza cioè dei piani dell’essere e del divino. Che cosa fa infatti la mistica, quando sviluppa il proprio movimento a partire da quella che Gershom Scholem, nelle Grandi correnti della mistica ebraica (Einaudi), definisce “la coscienza immediata del legame di tutto, di un legame che sta ancor prima della separazione” tra l’uomo e il mondo, da una parte, e Dio dall’altra? Il sentimento di questa unità del tutto, che annulla la discontinuità fondamentale tra uomo e divino, è quello che i profeti del Tanakh definiscono superbia, culto di sé, idolatria.

Se ripensiamo alla fiaba del pesciolino d’oro ci accorgiamo però che, accanto alla riconoscenza (negata), trova spazio anche la generosità. Il vecchio pescatore infatti dopo aver tratto a sé le reti e scoperto il pesciolino decide di restituirlo al mare e così gli salva la vita, rinunciando a un piccolo utile. Dare ciò che si ha significa sapere che quello che si possiede è un dono ricevuto, e che lo si sta semplicemente passando ad altri. Ecco allora che generosità e gratitudine appaiono come due aspetti della stessa realtà. Nel libro di Devarim/Deuteronomio la generosità non ha nulla a che fare con la rinuncia, molto invece con la gratitudine. Secondo Micah Goodman (L’ultimo discorso di Mosè, Giuntina) “l’atto di dare non è una rinuncia di ciò che è proprio, ma piuttosto una dichiarazione che ciò che è apparentemente tuo in realtà non è mai stato tuo, sin dall’inizio”. Per questo il Deuteronomio prescrive di donare “ognuno secondo le proprie possibilità, in base alla benedizione che il Signore tuo Dio ti avrà dato”. Dio, continua il libro di Mosè, benedirà ancora di più chi sarà capace di condividere la benedizione.

 

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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