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L’ebraismo dell’Europa orientale e i regimi comunisti. Spunti di riflessione #4

Il 28 marzo 1928 prese forma il progetto di consegnare l’incerta nazionalità ebraica ad un territorio: il Birobidjan, creato artatamente dal Comitato centrale esecutivo del Partito comunista russo

Tra le istituzioni sovietiche, negli anni compresi tra il 1924 e il 1925, nacque il Comitato rurale dei lavoratori ebrei presso il Presidium del Soviet delle nazionalità del Comitato centrale esecutivo dell’Urss (meglio conosciuto con l’acronimo Komzet, traducibile come «Comitato per l’insediamento degli ebrei laboriosi sulla terra»). Una pari iniziativa ebbe corso in Ucraina e Bielorussia. L’obiettivo era quello di definire, organizzare e contribuire alla diffusione del lavoro ebraico in campo agricolo, un settore in cui tradizionalmente, per le precedenti interdizioni legali, era assente o fortemente vincolato. Beninteso: ciò che le autorità sovietiche andavano facendo non era per un esercizio di buon cuore bensì per una precisa scelta politica, che implicava il “mescolare” i gruppi sociali (definiti come «nazionalità»), affinché la loro miscellanea servisse per stemperare eventuali spinte aggressive, scomponendone la precedente unitarietà, ossia la dimensione corporativa, a favore di una maggiore eterogeneità. Il presupposto era chiaro: «divide et impera».            La scelta di fondo, peraltro praticata non solo dal potere sovietico in quanto tale ma dalle stesse istituzioni nazionali che si rifacevano ad un’idea di cittadinanza come lealtà e non come identità, era quella di rigenerare un’intera società (quella degli «undici fusi orari, laddove il sole non tramonta mai») sulla base di una scomposizione dei ruoli sociali e professionali preesistenti, ridefinendone i lineamenti, la medesima composizione e quant’altro.

Non si trattava di essere buoni o cattivi verso gli ebrei, così come nei confronti delle diverse comunità che componevano il puzzle sovietico, ma di fare in modo che le appartenenze pregresse non fossero usate al pari di uno strumento divisivo, coalizzandone i componenti. Per essere trancianti ma chiari, fino al 1929 questa politica fu seguita con vari strumenti, a partire dalla persuasione e dalla cooptazione. Successivamente, con Stalin, intervenne la coercizione.

«Koba, il terribile», così come Stalin veniva definito sulla scorta del suo nome di battaglia durante gli anni delle clandestinità, aveva un chiaro ed inequivocabile obiettivo, ossia quello di fare transitare la fragile Unione Sovietica verso orizzonti di potenza. Al medesimo tempo, puntellando il consenso intorno a se stesso. Cosa che, a modo suo, gli riuscì. Ma questa, beninteso, è già un’altra storia. Nello stesso periodo, infatti, presero forma i soviet nazionali delle minoranze. Laddove esse costituivano localmente la maggioranza della popolazione, gli ebrei potevano costituirsi in consigli autonomi, legati tuttavia strettamente alla politica del Partito comunista. Di fatto, dovevano fungere da catena di trasmissione della volontà delle autorità sovietiche, garantendo una qualche parvenza di autonomia alle istanze periferiche.

Era però non meno vero che le élite dirigenti centrali, da Mosca in giù, temevano i rischi di secessione territoriale. L’Unione Sovietica, nata dopo una feroce guerra civile, era in realtà un organismo fragile ed eterogeneo. La «rivoluzione» aveva sconvolto gli assetti politici ed istituzionali ma non era riuscita a trasformare radicalmente gli equilibri economici e sociali nelle gigantesche periferie agricole, di fatto ancora ancorate a un sistema di organizzazione ereditato dalla vecchia e consolidata gestione zarista. A mettere le cose “al loro posto”, ci avrebbe pensato lo stalinismo, tra il 1929 e il 1939, sconvolgendo assetti, ruoli, alleanze e logiche non solo produttive ma anche civili.  Un fattore che va infatti considerato è la scissione tra realtà urbana e vita rurale. La politica delle nazionalità, negli anni Venti, ancorché portata avanti con grande contraddittorietà, aveva ad obiettivo soprattutto l’alimentare il rapporto con quei gruppi sociali che non erano russi, comunque corposamente presenti sul versante contadino. L’obiettivo, oltre alla ricerca di una qualche forma di consenso verso le nuove istituzioni, altrimenti mal viste, era quello di introdurre trasformazioni progressive senza però rischiare fratture eccessive. La valorizzazione delle culture nazionali e delle lingue si inscriveva in questa logica. Inoltre, il gruppo dirigente sovietico, malgrado le repliche dei fatti tra il 1918 e il 1921, confidava ancora nella possibilità che in Occidente potessero scoppiare moti rivoluzionari, destinati a rafforzare la posizione, altrimenti debole, dell’Urss. In altre parole, si trattava di tenere insieme gruppi nazionali comunque destinati a seguire traiettorie autonome se non ostili. Il “nativismo”, ossia la rivalutazione e il rispetto (temporaneo) delle identità territoriali, si inscriveva in questa logica.

Sul versante russo (e quindi sovietico), l’idea di fondo era che la minoranza ebraica – della quale peraltro si faticava a capire la sua interna eterogeneità – fosse destinata a non lasciarsi assimilare dalla maggioranza ucraina o bielorussa, potendo semmai diventare un involontario e inconsapevole, ma decisivo, vettore di omogeneizzazione sovietica, che le autorità centrali si prefiggevano di raggiungere con la stabilizzazione del loro potere. Le società nazionali, peraltro, vivevano la presenza ebraica come un soggetto antagonista nell’accesso ai ruoli delle amministrazioni poiché quest’ultima poteva spesso contare su alcuni fattori competitivi, dalla maggiore scolarizzazione all’accentuata urbanizzazione, dal plurilinguismo alla confidenza con le autorità. Nei fatti, tuttavia, mentre l’ebraismo urbanizzato poteva effettivamente contare su alcune prospettive di tale genere, la parte restante dei correligionari, quasi tutti residenti nei villaggi rurali, era invece oramai in totale rovina. Per intenderci sullo iato tra immagini condivise e concreta realtà dei fatti: le già povere attività di sostentamento con le quali l’ebraismo era sopravvissuto nel corso del tempo, subivano adesso l’insostenibile concorrenza dei prodotti statali, in un universo economico completamente stravolto. Il commercio ebraico, infatti, era sfiancato e con esso quelle attività di piccola imprenditoria che vi si accompagnavano. Alla già difficilissima situazione preesistente alla Rivoluzione, si aggiungevano ora gli echi di un ulteriore declassamento, dettato dall’accelerazione del quadro economico, dove alle pregresse tensioni si aggiungevano le crescenti insoddisfazioni.

La progressiva disintegrazione del vecchio sistema di rapporti economici, si rifletteva pressoché immediatamente sul piano delle relazioni sociali e civili, con una ripresa, assai accentuata, dei temi antisemitici. Nella seconda metà degli anni Venti la componente ebraica nell’insieme delle popolazioni sovietiche non andava oltre l’1,8%. La partecipazione al mercato del lavoro di quest’ultima non superava il 40% della forza attiva, con una prevalenza di ruoli sedentari (impiegati al 23,4%; artigiani per il 19%; in misura minore, operai della piccola e media industria, con il 14,8%; contadini a meno del 10%). Una dimensione quantitativa che segnava la sostanziale marginalità dell’ebraismo sovietico rispetto al mercato del lavoro. Con l’inizio degli anni Venti. l’accesso ebraico alle campagne, decadute le restrizioni e i vincoli giuridici, andò quindi velocizzandosi, essendo inteso come la via dell’emancipazione dal bisogno materiale. Nel giro di poco più di una decina di anni, tra il 1917 e il 1928, la ruralizzazione dell’ebraismo subì un’accelerazione vertiginosa, di fatto più che quadruplicando, per poi arrivare ad interessare almeno quasi un terzo della popolazione ebraica nel suo insieme. Il Komzet e i soviet ebraici rispondevano a questo processo, al pari di altre istituzioni sorte in quel periodo. Con un inciso: che le risorse disponibili da parte delle autorità sovietiche a favore della colonizzazione ebraica delle terre, erano poche se non nulle. Fatto che implicava il concorso di capitali stranieri, sui quali Mosca faceva quindi affidamento. Immaginandosi un concorso americano che mai si realizzò se non in minima parte, poiché gli stessi sovietici, all’epoca, si nutrivano della falsa idea di un «ebraismo internazionale» che molto avrebbe potuto. Mentre invece, poco o nulla di ciò esisteva, nei fatti concreti. Per usare una categoria marxista, la «dura replica della realtà» si sarebbe ben presto incaricata di smentire fantasie, illazioni, desideri  e menzogne.

In buona sostanza, alla fine degli anni Venti, il progetto di trasformare l’ebraismo sovietico in un protagonista dell’accelerazione bolscevica delle campagne, stava fallendo miseramente. Così come l’idea, all’epoca assai diffusa, che una qualche forma di  pianificazione centralizzata (ossia, la programmazione dei bisogni e delle necessità da parte di un organismo centralizzato, ovvero lo Stato sovietico) potesse sostituirsi al pluralismo delle collettività. Proprio su questo punto, alla resa dei conti, l’intera politica delle nazionalità crollò. Si contava su aiuti della comunità ebraica americana, che in parte arrivarono ma non in misura sufficiente per fare fronte ai giganteschi impegni. L’Urss si attendeva che l’ebraismo statunitense (già all’epoca favoleggiato come “ricco” e “onnipotente”, riuscisse a coprire la cifra restante nei processi di colonizzazione rurale) in rapporto di un rublo a quattro. Ovviamente, nulla successe, in tale senso. Stalin, nel suo cinico realismo, ne avrebbe poi fatto strame, per intenderci, passando su tutto e tutti. Ma già, a quel punto, lo scenario era comunque radicalmente mutato.

Rimaniamo quindi un passo in qua, avendo future occasioni per avventurarci sugli anni Trenta e nei decenni successivi. Poiché è proprio nella seconda metà degli anni Venti che, dinanzi all’incapacità di proseguire nel processo di ruralizzazione dell’ebraismo (che si nutriva di una doppia matrice: colonizzare le campagne, togliendone il controllo alle «nazionalità» non russe o comunque poco o nulla proclivi al potere sovietico; trasformare gli ebrei russi negli autentici vettori del nuovo regime, una sorta di capovolgimento copernicano dei rapporti tra gruppi etno-linguistici, usando l’ebraismo “cosmopolita” come piede di porco rispetto alle cristallizzate appartenenze “nazionali”), tutto andò a carte quarantotto. Dal punto di vista dei “rivoluzionari” era un clamoroso insuccesso. Come molte delle loro altre iniziative, per intenderci.  In questo difficile contesto, non a caso, prese quindi sostanza il progetto di consegnare l’incerta nazionalità ebraica ad un territorio. Il Birobidjan, creato artatamente il 28 marzo 1928 dal Comitato centrale esecutivo del Partito comunista russo, doveva costituire la risposta ad un tale stato di cose: se gli ebrei non potevano “colonizzare” la terra altrui, allora, come incerta nazionalità (tali erano considerati all’epoca) dovevano dedicarsi al rendere produttivo uno dei nuovi territori dell’Unione Sovietica. Erano circa novemila chilometri di distanza da Mosca, ad Est, collocati strategicamente sul confine tra Urss e Cina (all’epoca ben lontana dall’essere comunista, beninteso; ci sarebbero voluti almeno vent’anni, salvo poi arrivare, dopo altre due decenni, a furiose contrapposizioni), sulla riva sinistra del fiume Amur, alla confluenza tra sistemi fluviali, in una zona senz’altro promettente dal punto di vista del suo sfruttamento a venire ma del tutto inclemente al presente. Si trattava, nel suo complesso, di circa trentaseimila chilometri quadrati, paludosi, scarsamente abitati, afflitti da perenni precipitazioni, con ampie aree paludose e una foresta vergine che occupava tre quarti del territorio. Oggi, per capirci, un paradiso naturalista; allora, invece, una sorta di iattura. Non a caso si parlava, infatti, di «colonizzazione», una parola che nel linguaggio sovietico indicava molte cose: occupazione e messa a regime economico di immensi territori altrimenti abbandonati a sé; economizzazione e produzione di beni da luoghi comunque infecondi, per la ricchezza (e la gloria) del regime; controllo fisico e militare di ambienti a rischio non solo di persistente selvaticità ma anche e soprattutto di eventuali invasioni dall’Est, a partire da quella cinese, molto temuta, e dalle mire giapponesi, che già negli anni Venti puntavano ad arrivare al controllo dell’intero Sud-Est asiatico; “normalizzazione” (leggasi: «bolscevizzazione») della Siberia attraverso il suo sistematico sfruttamento di materie prime e di insediamento di popolazioni non autoctone. Quest’ultimo, beninteso, uno dei grandi progetti dell’Urss, sul cui fallimento il regime sarebbe poi crollato molti decenni dopo le storia che stiamo raccontando.             Tutto questo, a conti fatti, non successe né poteva avere seguito poiché nessuna di tali premesse aveva ragione d’essere. Partendo, infatti, da un preambolo inesistente, ossia che gli ebrei fossero comunque un’entità sociale omogenea (un vero falso storico) e che ciò potesse concorrere al conferimento ad essi di una sorta di “missione politica”, quella di espandere ovunque il bolscevismo. L’ebraismo dell’Europa orientale si sarebbe infatti rivelato, sempre e comunque, dal 1917 al 1989, tanto proclive al comunismo quanto all’anticomunismo. Poiché, al netto delle fantasie, di allora come di oggi, nessun gruppo accomunato da alcuni caratteri (ma diviso da altri) condivide la medesima concezione delle cose. Sta di fatto che nella seconda metà degli anni Venti Stalin, da sempre ombra grigia della «politica delle nazionalità», mandasse una missione di scienziati per definire i caratteri della cosiddetta colonizzazione dell’Est. Ne derivò che, qualora il progetto sovietico fosse andato in porto, il Birobidjan sarebbe divenuta una «regione autonoma ebraica», ossia qualcosa di sospeso tra la «nazionalità» indipendente e una sorta di dependance di Mosca, manipolabile a seconda delle esigenze del momento.            

Da ciò derivò che governo, autorità e partito avviassero un’intensa campagna di promozione a favore dell’emigrazione ebraica nei territori orientali. Non solo di essa, per intendersi, ma prefigurando soprattutto all’ebraismo sovietico una sorta di meta tanto promettente quanto salvifica. Tanto più dal momento che tra le nazionalità slave l’antisemitismo stava invece riprendendo piede. Per intendersi, al 1937, dei 37mila residenti nella regione del Birobidjan, solo 1.500 risultavano essere ebrei. Il medesimo Stalin, assai poco abituato a riconoscere i suoi errori di valutazione, dovette invece riconoscere il sostanziale fallimento dell’ipotesi colonica. La qual cosa, nel mentre, si era però già incontrata con i piani quinquennali di sviluppo economico, il vero asse su cui il dittatore georgiano costruì il suo insindacabile e inossidabile potere. I quali richiedevano una velocissima (e feroce) industrializzazione, a danno dell’ancora diffusa ricchezza delle campagne; una potente (se non devastante) centralizzazione del comando politico nelle mani di Mosca; un’attenuazione della politica delle nazionalità, optando semmai per la costruzione di grandi concentrati industriali, presenti – perlopiù – in Ucraina e Bielorussia; la sollecitazione, nei confronti del sottoproletariato rurale, ad entrare a fare parte della grande industria pesante, in via di edificazione (o rafforzamento).            L’opzione di rendere parte dell’ebraismo dell’Est soggetto del processo di rinascita agricola, a quel punto tramontò, fino a scomparire del tutto. Di fatto, nel 1930, lo scenario era radicalmente mutato: il processo di «collettivizzazione forzata», che implicava il controllo delle autorità centrali nei confronti delle campagne, gli ammassi obbligatori, la distruzione di ogni autonomia locale, era già in atto. In Ucraina avrebbe generato, nel volgere di pochissimo tempo, una catastrofe politica e umanitaria di proporzioni immani. La componente stalinista del Partito comunista russo usava peraltro le tensioni internazionali per giustificare quelle scelte che la avvantaggiavano, prefigurando una condizione di isolamento mondiale dalla quale si sarebbe usciti solo attraverso la centralizzazione del comando politico, la secca limitazione delle autonomie locali e la lotta implacabile alle «deviazioni di destra» (le residue sacche di dissenso, sempre più spesso identificate come i vettori di un potenziale tradimento dell’ideale rivoluzionario).

Con la collettivizzazione, il Partito, oramai onnipresente e volutamente confuso con l’amministrazione statale, subordinava le campagne alla città. Tutte le formulazioni sulle «nazionalità» (a partire da quelle incoraggianti espresse ed approvate con il XII congresso del Pcus, nel 1923) furono quindi accantonate. Va da sé che non si trattasse di un solo problema per gli ebrei sovietici. Ma ad essi, ora, veniva detto chiaramente che non esistevano come soggetto autonomo. La risposta, al riguardo, non fu omogenea: una parte, identificata con il Partito, attaccò ciò che restava del Bund (in Urss erano oramai piccole isole di un debole arcipelago, mentre invece il radicamento risultava ancora robusto in Polonia); le sezioni nazionali del Partito comunista dell’Urss (per intendersi sulle sue mutevoli denominazioni: dal 1903 Posdr, Partito operaio socialdemocratico russo; dal 1917 Posdr bolscevico; dall’8 marzo 1918, Partito comunista russo (bolscevico); dal 31 dicembre 1925, Partito comunista dell’Unione dei Soviet; dall’ottobre del 1952, Partito comunista dell’Unione Sovietica, ossia Pcus) furono progressivamente dissolte, non occorrendo necessariamente di atti di autorità bensì richiedendo semmai che morissero di inedia politica, ovvero nel loro stesso isolamento; le istituzioni ebraiche sovietizzate che erano sorte tra il 1917 e il 1929, vennero abbandonate a sé, decadendo molto velocemente. Con il 1930 e l’avvio della grande stalinizzazione dell’Urss, ogni forma di autonomia andò scomparendo. Per gli ebrei che, a parte qualche località minore o rurale, in nessun luogo costituivano la maggioranza della popolazione, ciò comportò la necessità di lasciarsi assimilare dalle maggioranze esistenti, peraltro scontandone la diffidenza del resto della popolazione che, nel giro di un decennio, si sarebbe manifestata nel peggiore dei modi, spesso con la compromissione con l’occupante tedesco.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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